martedì 16 settembre 2014

Umberto Curi a Modena

Il potere invisibile della vistaAnticipazioni. Da oggi la quattordicesima edizione del Festival della filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo. Anticipiamo la relazione sulla «Potenza del vedere»Umberto Curi, il Manifesto 12.9.2014

Nel dia­logo inti­to­lato «Repub­blica», Pla­tone rac­conta un mito piut­to­sto sin­go­lare, del quale è pro­ta­go­ni­sta un pastore, di nome Gige, il quale lavo­rava al ser­vi­zio di colui che allora regnava sulla Lidia. Un giorno, durante una grande tem­pe­sta, un forte ter­re­moto spaccò la terra, lasciando una vora­gine nei pressi del luogo dove il pastore pasco­lava il gregge. Aven­dola vista, Gige rimase stu­pito, poi scese e vide, fra le altre cose stu­pe­fa­centi, un cavallo di bronzo, cavo, nel quale si apri­vano alcune por­ti­cine. Affac­cia­tosi ad una di esse, vide un cada­vere, che sem­brava più grande di un uomo nor­male, con nient’altro indosso se non un anello d’oro in una mano. Lo strappò via e poi risalì all’aperto.

Qual­che ora più tardi, Gige par­te­cipò all’abituale riu­nione dei pastori indos­sando l’anello. Sedu­tosi in mezzo agli altri, gli accadde di girare casual­mente il castone dell’anello verso l’interno della mano, diven­tando con ciò invi­si­bile agli altri, al punto che essi discor­re­vano su di lui come di un assente. Pieno di stu­pore, egli di nuovo girò il castone dell’anello verso l’esterno, in que­sto modo diven­tando visi­bile.
Avendo com­preso quale straor­di­na­rio potere fosse insito nell’anello, Gige si ado­però per far parte dei mes­sag­geri inviati presso il re. Giunto davanti al sovrano, gio­van­dosi dell’invisibilità garan­tita dall’anello, dopo aver sedotto la regina, si servì dell’aiuto di lei per assa­lire il re, ucci­derlo, e quindi impa­dro­nirsi del trono. La «morale» di que­sto mito è illu­strata subito dopo da Pla­tone, per bocca di uno dei pro­ta­go­ni­sti del dia­logo: que­sta antica vicenda dimo­stre­rebbe in maniera irre­fu­ta­bile che, se vi fos­sero due anelli come quello di Gige, e fos­sero indos­sati l’uno da un uomo giu­sto giu­sto, l’altro da un ingiu­sto, nes­suno dei due resi­ste­rebbe alla ten­ta­zione di appro­fit­tare dell’invisibilità per com­met­tere ogni sorta di ingiu­sti­zia, avendo la pos­si­bi­lità di pren­dere per sé tutto ciò che vuole, restando impu­nito. Se ne può con­clu­dere che nes­suno è giu­sto per sua libera scelta, ma solo per­ché vi è costretto dal timore di essere san­zio­nato dalla legge.
Da notare che il caso di un umile per­so­nag­gio assurto al trono per aver sedotto la regina e ucciso il re, è rife­rito anche dallo sto­rico Ero­doto, al di fuori di ogni rive­sti­mento mito­lo­gico o fan­ta­stico. Secondo la ver­sione ero­do­tea, Can­daule, sovrano della Lidia, intende con­vin­cere Gige, la più fidata fra le sue guar­die, che la regina è donna di straor­di­na­ria bel­lezza. Per que­sta ragione, lo induce a nascon­dersi nella camera da letto regale, in modo da poter vedere la regina men­tre si toglie gli abiti, restando invi­si­bile. Sco­perto dalla donna men­tre sta allon­tan­dosi dalla camera, Gige è posto di fronte ad un’alternativa: o ucci­dere Can­daule, e con ciò pren­dersi anche la regina e il trono, oppure essere messo a morte, per aver visto ciò che non avrebbe dovuto vedere. La scelta è quasi ine­vi­ta­bile: nasco­sto die­tro la porta della camera da letto, e dun­que sot­tratto alla vista, Gige attende che il re si addor­menti per poi pugna­larlo nel sonno, e dun­que con­qui­stare la mano della regina e il trono della Lidia.
Come molti altri epi­sodi ana­lo­ghi, ricor­renti nei testi del mondo greco clas­sico, anche le due ver­sioni della sto­ria di Gige allu­dono ad un assunto di fondo: la pos­si­bi­lità di vedere restando invi­si­bili, la rot­tura della sim­me­tria fra il vedere e l’essere visto, con­fe­ri­sce a colui che gode del van­tag­gio del vedere un potere ten­den­zial­mente incon­di­zio­nato. Vi è, insomma, una forza dello sguardo che pre­vale di gran lunga sul puro e sem­plice eser­ci­zio della vio­lenza. Vedere è potere, soprat­tutto quando il vedere in senso attivo è scisso dal vedere in senso pas­sivo.
La con­sa­pe­vo­lezza del potere con­nesso con l’esercizio dello sguardo può così spie­gare anche uno degli aspetti più carat­te­riz­zanti della tra­di­zione cul­tu­rale dell’Occidente, vale a dire il pri­mato rico­no­sciuto alla vista, rispetto agli altri sensi. Ne tro­viamo una signi­fi­ca­tiva con­ferma già nell’uso lin­gui­stico, rima­sto sostan­zial­mente immu­tato fino ai nostri giorni. Il pri­vi­le­gia­mento della vista risulta imme­dia­ta­mente dalla sostan­ziale iden­tità sus­si­stente fra i ter­mini che desi­gnano forme e con­te­nuti del vedere e del cono­scere. In greco, il ter­mine idéa – e dun­que ciò a cui si rife­ri­sce l’atto dell’idéin, del vedere – indica anche insieme e indi­stin­gui­bil­mente il perno dell’attività cono­sci­tiva. Lo stesso dicasi per altre espres­sioni, dalle quali emerge la sino­ni­mi­cità fra vedere e cono­scere, a comin­ciare dal ter­mine – theo­rìa, e dun­que visione – impie­gato per desi­gnare il modo in cui le idee si orga­niz­zano in forma orga­nica.
Diret­ta­mente dalla radice greca, o più spesso attra­verso la media­zione della lin­gua latina, quest’uso soprav­vive ed è lar­ga­mente dif­fuso nelle lin­gue moderne, dove ciò che è ori­gi­na­ria­mente per­ti­nente alla visione diventa ben pre­sto anche requi­sito della cono­scenza. Così è, ad esem­pio, per ter­mini ita­liani come la «chia­rezza» o la «per­spi­cuità», o (ancor più net­ta­mente) l’«e-videnza», o per cop­pie oppo­si­tive come «brillante-oscuro», o per meta­fore come «pano­ra­mica» o «illu­mi­na­zione», o anche per ter­mini come «pro­spet­tiva» o «punto di vista», usati indif­fe­ren­te­mente in rife­ri­mento alla vista o alla cono­scenza.
Diversa è la situa­zione nel filone che trae ori­gine dall’ebraismo, nel quale ad essere pri­vi­le­giato è l’ascolto, sic­chè l’organo sen­so­riale di gran lunga più impor­tante è l’orecchio, assai più dell’occhio. La con­ferma di que­sto rove­scia­mento, rispetto all’impostazione pre­va­lente nella cul­tura di deri­va­zione greca, può essere rin­trac­ciata nella sva­lu­ta­zione della vista, accen­nata nella pro­fe­zia di Eze­chiele, e poi ripresa con forza nella con­danna cri­stiana della con­cu­pi­scen­tia ocu­lo­rum, dalla prima epi­stola di Gio­vanni fino alle Con­fes­sioni di Agostino.

Nessun commento: