domenica 7 settembre 2014

La Germania e il Grande Spazio europeo

L'avvento del Quarto ReichI tedeschi hanno ritrovato un'egemonia pacifica quanto netta grazie alla solidità ecocomica e alle politiche rigoriste, mentre gli altri Paesi soffrono una dura recessione
di Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano Il Sole Domenica 7.9.14

È stata Anne Applebaum, in un commento pubblicato sul «Washington Post» nel settembre 2013 e intitolato Angela Merkel, the empress of Europe (Angela Merkel, l'imperatrice d'Europa), a usare l'espressione "Fourt Reich" (Quarto Reich): definizione da brivido, probabilmente esagerata, ma che potrebbe riassumere i sentimenti di molti cittadini europei di fronte a una crisi. La locuzione si è talmente diffusa che compare persino come voce dell'enciclopedia online Wikipedia, dove si legge che «il termine "Quarto Reich" si riferisce alla possibilità di un'ascesa e ritorno al potere in Germania e in Europa» del nazionalsocialismo. Anni fa, nel 1966, l'espressione fu adoperata quando l'esponente cristiano-democratico Kurt Georg Kiesinger, con un passato di militante nel Partito nazionalsocialista, venne eletto cancelliere. Il 31 ottobre 1989 il prestigioso quotidiano «Times» di Londra, a proposito della riunificazione tedesca, titolò Beware, the Reich is reviving.
Per oltre un secolo, da quando alla fine dell'Ottocento conseguì con Bismarck l'unità statale e politica, la Germania ha coltivato una volontà di egemonia nei confronti dell'Europa. Un progetto geopolitico che si è tradotto in due sanguinose guerre, la Prima guerra mondiale condotta dall'esercito imperiale del kaiser e la Seconda, tragica e atroce, scatenata da Hitler.
Quando il problema tedesco sembrava definitivamente superato dalla storia, anche grazie alla costruzione unitaria europea esso riappare all'orizzonte. Quell'egemonia che la Germania non è riuscita a conquistare con le armi belliche sembra essere stata "pacificamente" conseguita con l'arma economica. L'era della moneta unica europea, infatti, è diventata l'epoca della grande egemonia tedesca, dove Berlino prospera e gli altri popoli europei soffrono una recessione senza precedenti. Angelo Bolaffi, filosofo e germanista, ha scritto: «Alla base del risentimento antitedesco che circola oggi in Europa non ci sono più, dunque, (solo) le colpe storiche del passato, ma piuttosto le scelte del presente: la Germania, forte della sua forza, pretende – così pensa un diffuso senso comune – di trasformare la propria ossessione per il rigore finanziario e la stabilità monetaria nella Costituzione materiale dell'Europa, minacciandone in tal modo gli equilibri economici, le conquiste sociali e persino il funzionamento dei sistemi democratici».
Quasi settant'anni fa la Germania usciva da una guerra disastrosa, ridotta in macerie materiali e soprattutto morali, con la responsabilità e l'onta del crimine più grave contro l'umanità, la Shoah. Ora, come ha osservato il sociologo Ulrich Beck, apprezzato docente alla London School of Economics, «si è trasformata da docile scolaretta in maestra dell'Europa».
L'Unione europea nacque, nel pensiero e negli intendimenti di chi la volle, per evitare, dopo due sanguinose guerre, che l'Europa potesse tornare a essere terreno di fratture e di egemonie, che potesse ripetersi una "guerra civile europea". Oggi, invece, l'Europa è percepita come una minaccia alla stabilità economica e sociale di milioni di cittadini del Vecchio Continente. E la Germania, a torto o a ragione, viene identificata con le politiche rigoriste, con l'astrattismo formale e il deficit di democrazia che questa Europa ha espresso. L'Unione appare costruita secondo il modello sociale ed economico del Nord Europa, senza considerare le peculiarità e le caratteristiche storiche dei popoli latini.
Lo storico francese Emmanuel Todd ha affermato che la «Germania ha un genio particolare di smarrirsi nei propri errori e tende a una ostinazione irrazionale». Dopo la caduta del Muro, quando l'allora cancelliere Helmut Kohl cominciò a lavorare alacremente per la riunificazione delle due Germanie, non furono pochi i capi di governo a esprimere perplessità in merito. L'opposizione più manifesta fu quella del leader conservatore britannico Margaret Thatcher, già campione dell'euroscetticismo, che ripeteva che la Germania è «per natura più una forza destabilizzante che un fattore di stabilizzazione». L'affermazione coglieva un sentimento diffuso fra gli inglesi, al punto che l'allora ministro Nicholas Ridley giunse a dichiarare, in maniera decisamente eccessiva, che «tanto valeva allora, senza troppi giri di parole, consegnare tutto nelle mani di Adolf Hitler».
In termini più moderati, anche l'allora presidente della Repubblica francese, François Mitterrand, e il premier italiano, Giulio Andreotti, temevano, non sbagliando, che la riunificazione avrebbe significato uno spostamento dell'equilibrio europeo. Diviso tra l'alleanza democristiana con Kohl e i timori della politica estera italiana, Andreotti affermò che «l'esistenza di una sola nazione in due Stati è un dato di fatto, una realtà che non è in contestazione. Altra cosa sarebbe immaginare gli sviluppi futuri della storia». Qualche anno prima, partecipando a un dibattito al festival dell'Unità, Andreotti aveva ripetuto – destando non poco imbarazzo – una celebre frase di François Mauriac: «Amo tanto la Germania che preferisco averne due».
Il 3 ottobre 1990 avvenne quello che per decenni era parso impossibile e una Germania giustamente in festa celebrò l'agognata riunificazione. Da un punto di vista morale, la Repubblica federale, che aveva avuto come capitale Bonn, ne aveva sempre coltivato la segreta speranza.
Non è un caso se essa non riconobbe mai la Ddr (la Repubblica democratica) e neanche gli Stati che l'avevano a loro volta riconosciuta, secondo quella che fu chiamata "dottrina Hallstein", dal nome del sottosegretario agli Esteri Walter Hallstein che la elaborò e applicò tra il 1957 e il 1971. Il confine delle due Germanie era stato a lungo il fronte della guerra fredda, e solo negli anni Settanta, durante la stagione del cancelliere Willy Brandt, i rapporti fra i due Stati tedeschi si erano un po' normalizzati, anche se mai distesi del tutto, attraverso una serie di accordi bilaterali. Al momento dell'unificazione i Länder dell'Est erano in condizioni di abissale arretratezza rispetto a quelli occidentali.
La Germania federale era una delle più evolute e ricche potenze del pianeta, mentre quella cosiddetta "democratica", che eccelleva solo nello sport attraverso un uso sconsiderato del doping, era stata ridotta in miseria dal comunismo.
Tra i primi atti vi fu l'istituzione di un Fondo per l'unità tedesca (Fonds "Deutsche Einheit"), equamente suddiviso tra governo federale e i Länder occidentali, che soltanto tra il 1990 e il 1994 erogò ai nuovi Länder contributi per la colossale cifra di 82 miliardi di euro. Subito dopo il primo Fondo fu varata, nel 1993, una legge per l'implementazione del programma federale di consolidamento (Gesetzentwurf zur Umsetzung des Föderalen Konsolidierungsprogramms, Fkpg), con l'obiettivo di fornire un costante flusso di finanziamenti per consentire alle nuove regioni di colmare il gap nelle infrastrutture e negli standard vitali con il resto della Germania. La cifra spesa per il "salvataggio" dell'Est è astronomica: «I trasferimenti lordi sarebbero ammontati per il periodo 1991-2003 a 1250-1500 miliardi di euro (pari all'intero debito tedesco), equivalenti a una media di 96-115 miliardi annui». Fu anche istituito l'Erblastentilgungsfonds, un fondo da 40 miliardi di marchi annui per il pagamento di vari debiti residui, tra cui quelli della Ddr.
La riunificazione non sarebbe stata possibile, economicamente e politicamente, se la Germania non fosse stata inserita nel concerto europeo, che fece da garanzia nei confronti dei sospetti e delle reticenze dell'Unione Sovietica. Tuttavia, incassata la riunificazione, con la fine della guerra fredda, la Germania ruppe con le timidezze del lungo dopoguerra per riappropriarsi di un ruolo forte, tendente a creare un'area d'influenza economica e politica al centro dell'Europa, in quella che era la Mitteleuropa.
Nel settembre 1994 l'allora presidente del gruppo parlamentare della Cdu/Csu, Wolfgang Schäuble, oggi potente ministro dell'Economia, e il responsabile della politica estera del partito, Karl Lamers, pubblicarono un documento intitolato Riflessioni sulla politica europea.
Vi indicavano i nuovi obiettivi della politica estera della Germania che, finita la contrapposizione con il patto di Varsavia, doveva riappropriarsi del ruolo di potenza soprattutto nella costruzione di un "nocciolo duro", un ambito di influenza che guardava a Repubblica Ceca, Austria, Olanda, Repubbliche baltiche (da poco uscite dalla sfera russa), Ungheria, Polonia, Croazia, Slovenia, Slovacchia. La Germania voleva approfittare della fine dell'Unione Sovietica, sancita l'8 dicembre 1991, facendo della sua forza economica la testa di ponte di una nuova egemonia.
E ancora di più voleva sovvertire un famoso detto che circolava nelle diplomazie mondiali, secondo cui essa era «un gigante economico, ma un nano politico». Il primo atto di questa strategia era stato, sicuramente, il riconoscimento unilaterale, nel 1991, dell'indipendenza della Croazia, dichiarato dalla Germania nonostante l'invito della Cee a non procedere in maniera separata rispetto a un tema tanto delicato.
La Repubblica federale, invece, volle mettere i partner davanti al fatto compiuto, con una decisione che avrebbe destato non poche polemiche, ritenuta da alcuni storici scatenante, o quantomeno corresponsabile, rispetto alla sanguinosa guerra che avrebbe infiammato l'ex Jugoslavia. Scrive Jože Pirjevec, storico delle guerre iugoslave: «L'impegno con cui lottò a favore della Slovenia e della Croazia non era dettato soltanto dal rispetto di quel principio di autodeterminazione, in virtù del quale la stessa Germania si era recentemente riunita, ma anche dalla volontà di affermare a livello interno e internazionale il ruolo di grande potenza del suo Paese, segnalando al popolo tedesco ... che il tempo della sovranità limitata, tacitamente in vigore dal '45 in poi, era finito».

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