di Gianni Trovati Il Sole 5.9.14
Con la sua estensione al 2015 annunciata mercoledì dal governo, il lungo blocco dei contratti pubblici arriverà a costare in media l'anno prossimo il 9% dello stipendio netto; per le fasce di reddito più basse, interessate quindi dal «bonus» di 80 euro introdotto a maggio dal decreto Irpef, il costo cumulato delle manovre non si azzera, ma scende sensibilmente fino ad attestarsi al 4,1 per cento.
Si possono sintetizzare così gli effetti del lungo stop contrattuale, che nel pubblico impiego ha fermato i rinnovi dal 2010, quando la crisi che si era estesa alla finanza pubblica e al debito convinse il Governo Berlusconi-Tremonti a fermare i rinnovi contrattuali: uno stop confermato da Monti e Letta, secondo un filone che ora segue anche Matteo Renzi com'era prevedibile dalla lettura del Def di primavera e soprattutto dallo stato della finanza pubblica italiana.
Per pesare il costo effettivo, calcolato naturalmente in termini di mancati aumenti, che la fila indiana di manovre sul pubblico impiego ha imposto alle buste paga dei dipendenti statali e locali bisogna far riferimento all'Ipca, cioè l'«indice dei prezzi al consumo armonizzato» che l'Istat comunica ogni anno e che avrebbe dovuto misurare dal 2010 gli aumenti di ogni tornata contrattuale. Con la nuova puntata del 2015 (la legge di stabilità si occuperà del triennio, ma vista la temperatura politica sul tema è prematuro ora esplorare orizzonti più ampi del prossimo anno), il congelamento dei rinnovi contrattuali si tradurrebbe in un taglio cumulato dell'11,8% sugli stipendi lordi (l'Ipca 2015 per ora previsto è dell'1,3%). In termini effettivi, cioè al netto delle tasse, la manovra si rivela un po' meno pesante, soprattutto perché la corsa del Fisco regionale e locale avrebbe assorbito una parte degli aumenti contrattuali: tenendo presente questo fattore (i calcoli nella tabella qui a fianco si riferiscono a un lavoratore che risiede a Roma), il costo effettivo si rivela del 9 per cento. In altri termini, se crisi finanziaria e Governi non avessero fermato la macchina contrattuale, lo stipendio 2015 degli statali sarebbe stato mediamente del 9% più alto rispetto a quello che sarà scritto nei cedolini reali. Per i vertici delle agenzie fiscali si tratta in media di quasi 10.100 euro all'anno in meno, per un dirigente medio ministeriale la "perdita" netta si avvicina ai 4.600 euro all'anno mentre per un impiegato con anzianità media di Palazzo Chigi supera di poco i 2.500 euro.
I valori in gioco cambiano però per i tanti dipendenti pubblici che, lontani dalle fasce dirigenziali e soprattutto con poca anzianità, rientrano nel raggio d'azione del «bonus» da 80 euro che il Governo ha intenzione di rendere strutturale con la legge di stabilità. Nel confronto fra «bonus» e rinnovo contrattuale evocato dal ministro della Pa Maria Anna Madia, il primo è sicuramente vincente se si guarda solo al 2014-2015: riavviare la macchina contrattuale, senza ovviamente recuperare gli arretrati anche perché questa ipotesi è esclusa espressamente dalle vecchie manovre, porterebbe a uno stipendio netto da 17.100 euro poco più di 200 euro netti all'anno (275 euro lordi), mentre il bonus ne promette per il prossimo anno 960.
Questa spinta, però, non basta a recuperare tutte le risorse lasciate sul campo negli anni passati: dal 2010 a oggi, con la macchina contrattuale a regime, lo stipendio iniziale da 17mila euro netti di un dipendente a inizio carriera sarebbe salito verso quota 18.800 euro, mentre il «bonus-Renzi» non riesce ad alzarlo oltre quota 18.100. L'effetto-congelamento, insomma, riguarda anche le fasce di reddito basse, anche se fermandosi al 4,1% è più che dimezzato rispetto al 9% "pagato" dagli altri.
Salvatore Vassallo: Liberiamo la politica. Prima che sia troppo tardi, Il Mulino 2014, pagine 184, € 14L’analisi e l’appello di Vassallo: riforma della politica adesso o mai più
Pubblico impiego, ora sappiamo chi è Renzi
Alberto Burgio, 4.9.2014 il Manifesto
Si dice che continui la luna di miele tra il governo e il paese. Renzi se ne vanta, con quella vanità gonfia di vuoto che Musil definiva biblica. Fosse vero, si riproporrebbe un classico problema. Sa questo popolo giudicare? O forse ama essere irriso, deriso, abbindolato? Era meglio persino Monti (ci si passi l’iperbole), il nostro cancellier Morte (parola del Financial Times, che ebbe modo di assimilarlo al rigorista che spianò la strada a Hitler). In pochi mesi Monti rase al suolo la parte più indifesa del paese, ma almeno non vestiva panni altrui. Renzi non fa praticamente altro che infinocchiare il prossimo, con quella sua faccia di bronzo da bambino viziato e prepotente.
Le balle più odiose riguardano ovviamente la riduzione delle tasse (gli 80 euro per i quali si ribloccano i salari del pubblico impiego). Nonché la difesa di ceti medi e lavoro dipendente. In realtà il governo colpisce duro entrambi.
Nei diritti (è vero, l’art. 18 è un simbolo: poi c’è la sostanza, come dimostra questa novità del manager scolastico che arbitrerà le carriere dei colleghi a propria discrezione). Nelle tutele (persino l’Ocse segnala che la «riforma» Poletti esagera con la precarietà). Nei già esangui redditi. Tornano i tagli lineari, vergognosi in sé, e tanto più perché valgono a sostenere l’indifferenza tra bisogni essenziali (la salute, la formazione, la vita stessa) e sprechi veri, a cominciare dalla scandalosa spesa militare. E torna – per la quinta volta – il blocco degli scatti nelle retribuzioni dei dipendenti pubblici. Non una porcheria: un vero e proprio furto.
Hanno lor signori idea di che significhi di questi tempi in Italia per milioni di famiglie, specie al Sud, perdere mille euro l’anno? Certo, per chi ne guadagna quindicimila al mese o più, è una bazzecola. Per molti invece è un dramma, come dimostra quel 5% di famiglie (l’anno scorso era appena l’1%) costrette a indebitarsi con banche e finanziarie per comprare libri e corredo scolastico. Anche di quella che continua a chiamarsi scuola dell’obbligo.
Il peggio è la motivazione fornita cinicamente dalla ministra Madia. «Non ci sono risorse». Il che può tradursi in un solo modo: «Per questo governo sono intangibili rendite e patrimoni, pur in larga misura accumulati con l’illegalità» (leggi: elusione ed evasione fiscale).
Ora finalmente chiediamoci: che razza di governo è mai questo? Chiediamocelo senza guardare alle etichette, badando alle cose che fa e progetta, dalla politica economica alle scelte internazionali, dalla controriforma del lavoro a quella della Costituzione.
Chiediamocelo noi. Ma se lo chiedano prima di tutti seriamente sindacati e politici. La Cgil minaccia mobilitazioni in difesa del pubblico impiego. Vedremo. Parte del Pd mugugna e medita di dar battaglia sull’art. 81 della Costituzione. Vedremo. Ma all’una e all’altra suggeriamo di guardarsi finalmente dall’errore che ci ha portati a questo stato.
Non c’è più tempo per traccheggiare. Ne va della loro residua credibilità, ma soprattutto della vita di milioni di persone.
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