Ce ne fosse, borghesia autentica [SGA].
Deirdre McCloskey:
I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, edito da Ibl Libri (pp. 138, e 16)
Risvolto
In che direzione va la scienza economica? Secondo Deirdre McCloskey, da
oltre cinquant'anni gli economisti continuano a ripetere gli stessi
errori. La ricerca è ancora oggi pesantemente condizionata dai grandi
progetti costruttivisti elaborati dagli anni Quaranta da tre premi
Nobel: Lawrence Klein, Paul Samuelson e Jan Tinbergen.
Scienziati
sociali quantomai autorevoli, l'influenza di Klein, Samuelson e
Tinbergen ha portato gli economisti a praticare sempre più diverse forme
di ingegneria sociale, con l'ambizione di prevedere e controllare la
vita delle persone.
I “vizi” degli economisti sono una
conseguenza dell’abbandono delle “virtù borghesi”, anche nella vita
intellettuale. La buona ricerca scientifica dovrebbe funzionare come un
mercato, non in modo freddo e meccanico, ma attraverso la fiducia, il
dialogo e la persuasione.
Per McCloskey bisogna allora tornare,
nello studio dell’economia, alle virtù intellettuali e morali di David
Hume e Adam Smith: un insieme di principi morali che predicano serietà
nell’esaminare i fatti, attenzione nella costruzione delle teorie e
prudenza nella politica economica.
Deirdre McCloskey, l’economista anti-Piketty: «Solo la borghesia ci salverà»
di Danilo Taino Corriere 27.9.14
Ricordate la borghesia? E la middle class? Esistono ancora. A nome loro,
un’economista americana lancia un’accusa all’intellighenzia
dell’Occidente: dal 1848 le svalutate, ma sono tuttora la nostra
ricchezza. Su questa base, Deirdre McCloskey ha deciso di montarne una
poderosa rivalutazione, storica e attuale. Fatto non frequente tra gli
economisti, lo fa su basi etiche: sono il solo rimedio contro la
povertà. La professoressa di Economia alla University of Illinois,
Chicago, e alla Gothenburg University, Svezia, ha consegnato allo
stampatore il terzo volume di una trilogia, The Bourgeois Era, che viene
dopo The Bourgeois Virtues e The Bourgeois Dignity. In Italia ha appena
pubblicato I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, edito da
Ibl Libri (pp. 138, e 16). E in questi giorni è nel nostro Paese per una
serie di incontri e conferenze organizzati dall’Istituto Bruno Leoni.
«Il fallimento delle rivoluzioni liberali del 1848 — sostiene in questa
intervista — ha provocato nei ceti intellettuali di Italia, Germania,
Francia, Spagna una reazione contro le classi medie che è arrivata fino a
oggi». Un’opposizione che ha preso la forma del conservatorismo, del
materialismo storico, del marxismo, del fascismo, dello statalismo: del
rifiuto della carica innovativa e liberale della borghesia. «Ancora oggi
c’è la tendenza a creare nuove aristocrazie», dice.
Il punto fondante dell’elaborazione della signora McCloskey sta nel
ritenere le idee il motore dello sviluppo di quello che — termine che
non apprezza — è chiamato capitalismo. «Il nostro benessere — sostiene —
viene dalle idee. Nel 1800, il reddito giornaliero di un italiano era
di tre dollari; oggi, a parità di valori, è di ottanta. In più, ci sono
gli avanzamenti della medicina, dei trasporti, della tecnologia. Una
completa trasformazione. Ma non è il risultato della lotta di classe,
come sostiene la sinistra, o degli investimenti, come sostengono i
conservatori. È il risultato delle idee che hanno prodotto innovazioni
come l’elettricità, la radio, i sistemi idraulici». E, passaggio chiave,
queste idee sono nate e hanno trovato gambe «dalla liberazione delle
persone, dal liberalismo di Adam Smith e dalla caduta delle gerarchie
che ponevano al centro l’aristocrazia». Sono le persone comuni e le idee
lasciate libere di correre che creano la base del capitalismo.
La professoressa individua la nascita di questo spirito nell’Olanda
della guerra contro la Spagna — dal 1568 al 1648 — e poi nella guerra
civile inglese — dal 1642 al 1651. «Tutto avvenne per un accidente della
storia, grazie alla Riforma: ma non in senso weberiano, nel senso
invece che il movimento protestante dette al popolo la governance, la
possibilità di scegliere i propri pastori e quindi di liberarsi dalle
gerarchie della Chiesa. I Paesi Bassi furono pionieri dell’attività
borghese. Poi, gli inglesi presero tutto dagli olandesi: importarono il
re, aprirono anch’essi una Borsa, crearono una banca centrale.
Diventarono la New Holland. Lo spirito si estese poi all’America e
immagino che, se non fosse successo, le forze della reazione avrebbero
vinto. Mi spingo a dire che, senza i Paesi Bassi e l’Inghilterra, la
Francia non avrebbe mai avuto una rivoluzione industriale, perché tutto
era centralizzato, sottoposto ad autorizzazioni. Anche Italia e Germania
non vissero i cambiamenti».
Dopo le rivoluzioni liberali fallite del 1848, «si comincia a scrivere
che il capitalismo è brutto, l’intellighenzia si schiera contro la
borghesia, contro Voltaire e Thomas Paine e il libero mercato. Il
Romanticismo, che dura ancora oggi, è servito ai conservatori per
idealizzare il passato e alla sinistra per idealizzare la città futura:
il nazionalismo, il razzismo, il marxismo, il socialismo, l’eugenetica
vanno a dominare il pensiero. Nel XVIII secolo si scopre che, se liberi
la gente, se lasci fare le persone e onori i loro risultati, il limite è
il cielo. Nel XIX secolo si dice invece che quel che conta è la
scienza, non le idee. È un conflitto: quando, nei Promessi sposi ,
Manzoni parla del rapporto tra controllo dei prezzi e carestia, è un
liberale, scrive pagine da Adam Smith; ma, vent’anni dopo, Flaubert odia
la borghesia».
L’incarnazione odierna di questi spiriti illiberali è nella tendenza a
regolare tutto, a un paternalismo di Stato. Fino al 1995, Deirdre
McCloskey era un uomo, Donald, poi ha cambiato sesso. Oggi scherza e
dice di sentirsi, in opposizione al paternalismo di Stato, «una
libertaria materna, e non avrebbe funzionato se fossi rimasta un
ragazzo». Risultato: combatte battaglie attualissime. Di recente, è
stata definita la più efficace economista anti-Piketty: ritiene che le
teorie sulla diseguaglianza insita nel capitalismo, sostenute
dall’economista francese Thomas Piketty, non stiano in piedi.
«L’uguaglianza come questione etica — dice — è una sciocchezza. Etico è
ridurre la povertà. Il gap tra poveri e ricchi non conta. Stabilire
regole per diminuire le differenze non aiuta: il 90 per cento della
riduzione della povertà deriva dalla crescita economica. E il dato di
fatto è che, grazie alla libertà delle idee, alle innovazioni, alla
middle class oggi siamo enormemente più ricchi. Anche nello spirito».
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