Nuovi progetti e nuovi stili di vita per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale che promette ricchezza ma genera solamente povertà, disastri ambientali e sociali. L'economia deve essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa corsa folle verso consumi sempre crescenti. Ciò non è solamente necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra, ma anche e soprattutto per far uscire l'umanità dalla miseria psichica e morale.
domenica 28 settembre 2014
Il guru Latouche a Torino vuole la fantasia al potere
Serge Latouche: Decolonizzare l'immaginario. Il pensiero creativo contro l'economia dell'assurdo, Emi
Risvolto
Nuovi progetti e nuovi stili di vita per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale che promette ricchezza ma genera solamente povertà, disastri ambientali e sociali. L'economia deve essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa corsa folle verso consumi sempre crescenti. Ciò non è solamente necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra, ma anche e soprattutto per far uscire l'umanità dalla miseria psichica e morale.
Nuovi progetti e nuovi stili di vita per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale che promette ricchezza ma genera solamente povertà, disastri ambientali e sociali. L'economia deve essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa corsa folle verso consumi sempre crescenti. Ciò non è solamente necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra, ma anche e soprattutto per far uscire l'umanità dalla miseria psichica e morale.
Decrescita: dobbiamo cambiare l’immaginario per vivere meglio
Pubblichiamo un estratto dell'introduzione a “Decolonizzare l'immaginario” di Serge Latouche, pubblicato da Emi. Latouche interverrà oggi a TorinoSpiritualità, alle 18 al teatro Gobetti
di Serge Latouche il Fatto 27.9.14
Non ho mai utilizzato il termine decrescita prima che uscisse il numero speciale della rivista Silence dedicato a questo tema, nel febbraio del 2002 (...) Se l’utilizzo del termine decrescita è molto recente (...) l’origine delle idee che tale termine veicola ha una storia più lunga (...). Per me, già da prima del 2002 c’era “obiezione alla crescita” ma non ancora “decrescita” in quanto tale. La fusione delle due forme di critica ha fatto emergere il progetto della decrescita (...)
Dinanzi al trionfo dell’ultraliberismo e della proclamazione arrogante del “Tina” (There is no alternative, Non c’è alternativa) di Margaret Thatcher, il piccolo gruppo antisviluppista degli amici e discepoli di Ivan Illich, nato negli Anni 70 – e di cui anch’io facevo parte –, non poteva più accontentarsi di una critica (...) dibattuta all’interno della propria cerchia ristretta. L’altra faccia del trionfo del pensiero unico era lo slogan condiviso dello “sviluppo sostenibile”, al quale il movimento no global sembrava aderire perfettamente. Diventava, dunque, urgente opporre a ciò un altro progetto, o più esattamente dare visibilità a un progetto in gestazione da molto tempo (...). Lo slogan della “decrescita” è apparso come una “bomba semantica” o un “termine esplosivo” (dixit Paul Ariès) capace di spezzare il debole consenso della sottomissione all’ordine produttivista dominante, o in altre parole di avviare una decolonizzazione dell’immaginario (...).
A TORTO o a ragione, spesso mi si attribuisce la paternità dell’espressione “decolonizzare l’immaginario”. Poiché lavoravo sul Terzo mondo e sui rapporti Nord/Sud, la forma dello sradicamento di una credenza si esprimeva efficacemente ai miei occhi attraverso la metafora della decolonizzazione. (...) Se, infatti, la crescita è una credenza e lo sviluppo un sistema di significati legati all’immaginario sociale, come il progresso e l’insieme delle categorie fondatrici dell’economia, per tirarsene fuori, abolirle e oltrepassarle (la famosa Aufhebung hegeliana) bisogna porre in essere un cambiamento di immaginario. La realizzazione di una società della decrescita comporta necessariamente la decolonizzazione del nostro immaginario al fine di cambiare veramente il mondo, prima che il cambiamento del mondo ci condanni alla sofferenza. Affinché si realizzi una simile rivoluzione è necessario che cambiamenti profondi abbiano luogo nell’organizzazione psicosociale dell’uomo occidentale, rispetto al suo atteggiamento nei confronti della vita, in parole povere, nel suo immaginario. È necessario che l’idea secondo cui l’unica finalità della vita è produrre e consumare – idea allo stesso tempo assurda e degradante – sia abbandonata; è necessario che l’immaginario capitalista di uno pseudo-controllo pseudo-razionale, di una espansione illimitata, sia abbandonato. Soltanto gli uomini e le donne possono realizzare tutto questo. Un uomo solo o un’organizzazione può al massimo preparare, criticare, incitare (...). Un numero crescente di persone non crede al progresso. Tutti vogliono acquisire qualcosa in più per l’anno prossimo, ma nessuno crede che il benessere dell’umanità risieda nella crescita del 3% per anno del livello dei consumi. L’immaginario della crescita (...) è (...) l’unico a sopravvivere nel mondo occidentale. L’uomo occidentale non crede più a nulla se non al fatto che potrà presto avere un televisore ad alta definizione. Ed è proprio questo ciò che tuttora impedisce a un gran numero di persone di aderire alla decrescita.![]()
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