domenica 28 settembre 2014
Michael Walzer a cuccia da Obama: giusto è ciò che America fa
Parla il filosofo americano “L’Iraq e i paesi arabi hanno richiesto e appoggiato l’intervento Questo lo legittima. Altro discorso è capire se sia ben condotto”
intervistavdi Alberto Flores d’Arcais Repubblica 28.9.14
NEW YORK «È una guerra giusta ? Stando alle definizioni che abbiamo dato
in passato a questo termine probabilmente sì, soddisfa quei criteri.
Certamente è una guerra legittima». Michael Walzer, oggi professore
emerito a Princeton, è considerato uno dei più importanti filosofi della
politica negli Stati Uniti. Le sue teorie sulla guerra — esposte in un
famoso libro del 1977 (“Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con
esemplificazioni storiche”) — hanno fatto da sfondo a tutti gli
interventi armati guidati dagli Stati Uniti negli ultimi decenni (prima
guerra del Golfo, Bosnia, Kosovo, Iraq e Afghanistan) non senza aspre
polemiche e divisioni.
La prima guerra di Obama è una guerra giusta?
«Credo che innanzitutto dovremmo chiederci se questa è una guerra che
approviamo o meno. È un intervento armato che vuole mettere fine a
brutalità e crudeltà barbariche. E visto e considerato che l’azione
militare americana è appoggiata, ed anche richiesta, dal governo
dell’Iraq e da diversi altri paesi del mondo arabo confinante, direi che
la possiamo anche definire giusta. Se si tratta di una guerra condotta
bene è invece un altro discorso».
C’è chi sostiene che non sia legittima. Lei che ne pensa?
«Se consideriamo il bombardamento delle postazioni del-l’Is in Siria e
Iraq una risposta ai massacri e alle atrocità commesse contro le
minoranze della popolazione civile io penso invece che lo sia,
certamente. Non dimentichiamo inoltre che l’azione Usa e degli alleati
ha l’appoggio delle popolazioni locali. Questa combinazione di fattori
rende l’operazione militare del tutto legittima».
Possiamo definirla una guerra vera e propria per gli Stati Uniti senza l’invio di truppe di terra?
«Sul terreno le truppe ci sono, sono quelle dell’esercito iracheno, i
curdi e altre milizie di vario genere come quelle sciite. Questo in
Iraq, in Siria la situazione è ovviamente diversa. Un intervento di
terra al momento non è previsto, ma è difficile ipotizzare cosa
succederà in futuro. Anche perché le truppe irachene, un esercito che
esiste e non esiste, non sono particolarmente affidabili».
Il generale Petraeus, che fu l’artefice del surge - l’aumento
sostanziale di truppe Usa in Iraq, sostiene che per avere successo in
Siria servono forze di terra e molto tempo.
«Io credo che l’Is potrebbe essere sconfitto in poco tempo da un
qualunque esercito organizzato e che goda della fiducia della
popolazione. Cosa che purtroppo in Iraq non avviene e tantomeno in
Siria. Quanto successo nel recente passato ci insegna però che anche
l’intervento di truppe straniere, siano soldati americani o di altri
pae- si, non garantisce il successo».
Bombardare in Siria è un aiuto ad Assad?
«Questo è il grande problema che credo faccia arrovellare anche il
presidente Obama e i suoi consiglieri alla Casa Bianca. Non c’è dubbio
che le bombe americane aiutino un dittatore come Assad perché
indeboliscono la più grande forza militare di opposizione che, piaccia o
meno, è oggi quella dello Stato Islamico. L’obiettivo di Obama - la
caduta di Assad - resta, come continuano gli aiuti ai militanti dei
gruppi considerati moderati. Diciamo che è una politica piuttosto
rischiosa, almeno per quanto riguarda la Siria. In Iraq la situazione è
un po’ diversa».
Le bombe ridisegnano la mappa delle alleanza americane in quell’area?
«La speranza è che i bombardamenti aiutino la popolazione che soffre e
per quanto riguarda la Siria anche che aiutino i ribelli moderati.
Ovviamente dobbiamo tenere conto delle posizioni dei nostri principali
alleati, ad esempio ci sono differenze tra la Turchia e l’Arabia
Saudita, oppure tra gli emirati del Golfo. Non sono convinto che tutti
siano impegnati per gli stessi obiettivi della Casa Bianca».
E l’Iran?
«Nel momento in cui si combatte per impedire che venga creato uno stato
sunnita, quello che loro definiscono califfato, tra il nord-est della
Siria e il nord-ovest dell Iraq, è ovvio che il mondo sciita che vi si
oppone ha inevitabilmente come guida gli ayatollah di Teheran. Per
questo le “ragioni” dell’Iran e di Assad sono altri motivi che ci devono
preoccupare».
Sono queste le motivazioni di chi critica l’intervento?
«Non solo. C’è chi sostiene che non dovremmo intervenire affatto, che
dovremmo lasciare che questo Stato sunnita venga creato, che tanto
durerebbe poco, che farebbe tornare a casa le migliaia di militanti
europei. Sono posizioni che hanno un sacco di fan, a destra come a
sinistra. Posizioni che non tengono conto di una cosa fondamentale: la
terribile sofferenza delle minoranze, particolarmente di quelle
religiose e di una maggioranza della popolazione come le donne. Che in
un nuovo regime intollerante e violento, che si chiami Stato Islamico o
califfato, come quello che vogliono creare i militanti dell’Is, non
potrebbero godere dei più elementari diritti umani».
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