La via della seta verso l’ottimismo
Il continente che sembrava tra i più esposti a nuovi conflitti si avvia invece, grazie agli sforzi dei tre Paesi principali, Cina, India e Giappone, a un periodo di stabilità e di prosperità i cui benefici si rifletteranno sull’economia globaledi Ian Bremmer Corriere 27.9.14
In Ucraina la Russia intensifica la sue pressioni, in Siria e in Iraq i jihadisti raccolgono i loro eserciti, mentre in Africa occidentale l’epidemia di Ebola semina morte: è palese che stiamo entrando in una fase estremamente turbolenta e che i governi occidentali fanno fatica a tenere il passo con gli avvenimenti. Ma in un’altra parte del pianeta si profila uno scenario più ottimistico. La forte leadership dimostrata da Cina, India e Giappone — i tre principali mercati nella regione più importante per il futuro dell’economia globale — ci offre uno spaccato promettente. Xi Jinping in Cina, Shinzo Abe in Giappone e Narendra Modi in India hanno tutti accettato l’enorme scommessa di introdurre nei rispettivi Paesi quelle riforme strutturali essenziali e ormai non più rinviabili. Stranamente, nessuno di questi capi di Stato si vede costretto ad agire dietro la spinta di una crisi, bensì si muove proprio per evitare future complicazioni.
Nel dicembre 2012, Shinzo Abe è stato eletto primo ministro con una forte maggioranza, e ha saputo sfruttare il suo capitale politico per spingere un programma conosciuto con il nome di Abenomics, un piano audace per rilanciare la crescita dopo vent’anni di stagnazione. Nel 2013, Xi Jinping è salito al potere e ha messo in moto le riforme destinate a trasformare l’economia cinese, sino ad ora finalizzata all’esportazione, in un modello più sostenibile, basato sui consumi interni. A maggio, la vittoria travolgente di Narendra Modi ha evidenziato il forte sostegno popolare a un programma di governo indirizzato a riportare la crescita economica dell’India a livelli che non si vedono da anni.
In tutti e tre questi Paesi le aspettative sono altissime. I tre capi di Stato devono affrontare tanto le resistenze dei poteri costituiti, che temono di perdere i loro privilegi, quanto le lungaggini di sistemi complessi. Gli americani e gli europei non possono aspettarsi da questi Paesi grandi aiuti per far fronte alle crisi in Medio Oriente, in Africa occidentale o in Europa dell’Est, ma gli sforzi compiuti per rilanciare la crescita economica e riportare una certa stabilità nel Sud e nell’Est asiatico sono preziosi e i loro effetti benefici si rifletteranno sull’economia globale. Tuttavia, non facciamoci illusioni, potrebbero esserci sorprese anche da questa regione. Di tanto in tanto, la Cina e i suoi vicini continueranno a scambiarsi dichiarazioni provocatorie, e le tensioni con il Vietnam e le Filippine nel Mar Cinese del Sud potrebbero far innalzare nuovamente il livello di guardia. In questo momento, peraltro, i capi di governo di Cina, Giappone e India si rendono conto di avere ciascuno un forte interesse nella stabilità e nel successo degli altri. Ai primi di settembre, Narendra Modi ha lasciato il Giappone con la promessa di circa 35 miliardi di dollari di investimenti giapponesi nelle infrastrutture indiane. Pochi giorni dopo, malgrado le scaramucce sul confine indo-cinese nell’Himalaya siano finite sulle prime pagine dei giornali, Modi ha accolto Xi Jinping in India, e l’annuncio di una ventina di miliardi di dollari di investimenti cinesi in infrastrutture e impianti industriali ha suggellato una nuova intesa commerciale.
La storica rivalità tra Cina e Giappone è la conferma che assisteremo prima o poi a nuovi episodi di ostilità, scambi di parole dure, e di tanto in tanto a un riacutizzarsi delle tensioni. Nella primavera del 2014, secondo un sondaggio della Pew Research, solo il 7 per cento dei giapponesi si dichiarava ben disposto verso la Cina, allo stesso modo solo l’8 per cento dei cinesi nutriva sentimenti amichevoli verso il Giappone. Nel novembre 2013, i rapporti si sono guastati quando Pechino ha introdotto una Zona di identificazione dell’aviazione militare (ADIZ), che impone a tutti i velivoli di seguire le istruzioni emanate dalle autorità cinesi, persino nello spazio aereo di territori contestati. Il mese seguente, per tutta risposta, Shinzo Abe si è recato in visita al controverso santuario di Yasukuni, un luogo associato al militarismo e all’imperialismo giapponesi. Eppure, entrambi i Paesi si sono adoperati per scongiurare una escalation pericolosa. Il Giappone ha 23.000 aziende che operano in Cina e danno lavoro a dieci milioni di cinesi. Tanto basta a incoraggiare i due governi a mantenere le tensioni sotto controllo. Per di più, i cittadini di entrambi i Paesi hanno preso a gestire per conto proprio queste rivalità. A luglio, il Giappone ha contato un numero record di turisti, grazie soprattutto ai visitatori provenienti dalla Cina. Il raffreddamento delle tensioni tra Cina e Giappone ha coinciso con la fase cruciale del processo di riforme. Shinzo Abe ha impostato la marcia per affrontare la più difficile delle «tre frecce» del suo programma — una strategia comprensiva di crescita — e pertanto non può permettersi di distrarre o deludere il suo elettorato con nuove beghe geopolitiche con la Cina. Xi Jinping ha fatto enormi passi in avanti nella lotta alla corruzione e nei cambiamenti economici, al punto che i cinesi più influenti hanno cominciato a contestare il suo programma.
Xi, Abe e Modi stanno raccogliendo i primi successi e, nel concentrarsi sul superamento degli ostacoli alle riforme in patria, non hanno alcun interesse a generare instabilità geopolitica. La situazione si farà pericolosa solo se il processo di riforme dovesse incepparsi per le esitazioni della leadership o per le proteste dei poteri costituiti. Per il momento, le tre economie emergenti sono interessate a conservare buoni rapporti geopolitici con i Paesi confinanti. In un mondo di progressivi sconvolgimenti, l’Occidente dovrebbe far tesoro di questa pausa di cooperazione pacifica e fattiva.
(traduzione di Rita Baldassarre)
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