Risulta sempre più difficile comprendere coloro che aspettano da un giorno all'altro il magico socialismo dei Brics [SGA].
Hong Kong in rivolta
L’arresto del leader non ferma gli studenti Occupazioni e scontri con la polizia: “Dateci libertà”
di Ilaria Maria Sala La Stampa 28.9.14
Sono stati due giorni e due notti di scontri e tensione a Hong Kong,
mentre una folla di studenti (50 mila secondo gli organizzatori) a cui
sono andati unendosi sempre più sostenitori, si avvicinava agli edifici
governativi, scavalcando le barriere costruite per tenerli fuori, mentre
la polizia faceva ampio uso di gas lacrimogeni, cariche e arresti, che
sarebbero almeno 74, e decine di feriti.
La tensione è culminata nella notte fra sabato e domenica con l’annuncio
dell’inizio del movimento di disobbedienza civile e blocco delle strade
centrali di Hong Kong «Occupy Central» con due richieste: che Pechino
ritiri il progetto di riforma elettorale attuale (che prevede che i
candidati a capo dell’Esecutivo siano un massimo di tre e approvati da
Pechino), e che il governo di Hong Kong accetti il dialogo per le nuove
riforme elettorali.
È la prima settimana di scioperi studenteschi a Hong Kong dagli Anni
Sessanta a oggi, ma gli studenti di oggi non hanno nulla in comune con
quelli ispirati dalla Rivoluzione Culturale di cinquant’anni fa. Gli
slogan dei manifestanti sono «Disobbedienza Civile», «Suffragio
Universale!» e «Resistenza». E, massimo timore di Pechino, stanno
trovando sostenitori anche fra i dissidenti cinesi – oltre che a Taiwan e
nel resto del mondo.
La lotta di Hong Kong per la democrazia si scontra con la volontà di
Pechino e del Partito comunista cinese di mantenere il controllo, tanto
in questa Regione Amministrativa Speciale che nel resto del Paese, ed
evitare il rischio «contagio» delle proteste. Dalle autorità, dunque,
solo la linea dura. Nessun dialogo, demonizzazione sugli organi di
stampa pro-Pechino dei membri del movimento Occupy Central,
mobilitazione delle forze dell’ordine.
Il movimento che infiamma ora le notti e i giorni di Hong Kong è
composto da studenti, liceali e universitari, professionisti e gente
comune. Leader carismatico del movimento è Joshua Wong, un ragazzino
magro e occhialuto, studente di liceo di 17 anni, salito alla ribalta
delle cronache politiche di Hong Kong nel 2012. A quindici anni Wong
aveva fondato il gruppo «Scholarism» - oggi uno dei più agguerriti
gruppi del movimento di disobbedienza civile - contro la decisione di
Pechino di imporre nelle scuole di Hong Kong un nuovo corso di
«educazione patriottica».
Le manifestazioni di massa di studenti e genitori di due anni fa ebbero
vinta la battaglia, ma non placarono l’ansia politica di Wong – che si
ispira al film «V come Vendetta» sulle rivolte popolari contro uno stato
autoritario, ed è ora determinato a lottare per il suffragio universale
promesso.
Sabato Wong è stato trascinato via dalla polizia e arrestato - i suoi
sostenitori hanno diffuso sue immagini dall’ospedale, accompagnato dalla
polizia e in ciabatte dopo aver perso le scarpe durante l’arresto, con
quella che sembra essere una spalla slogata.
In un esempio lampante della reazione eccessiva delle autorità, Wong è
ora trattato come un pericoloso criminale: non solo gli è stata
rifiutata la scarcerazione su cauzione, ma la polizia ha perquisito casa
sua e confiscato il suo computer. Contrariamente alla Cina, però, a
Hong Kong Internet continua a essere libero, e la diffusione di immagini
e notizie su quanto avviene intorno agli edifici governativi fa sì che
nel corso della notte sempre più persone si siano unite ai manifestanti:
armati di ombrelli, mascherine, e fogli di plastica per proteggersi dai
lacrimogeni e disturbare le telecamere della polizia.
Il Presidente Xi Jinping, intanto, con tempismo incomprensibile, ha
scelto proprio questo giorno per dire a Taiwan di «tornare a casa» sotto
la formula utilizzata per Hong Kong, di «Un Paese, due sistemi».
Ottenendo dal presidente taiwanese, Ma Ying-jeou, un prevedibile e secco
«no».
Cariche in piazza e studenti arrestati su Hong Kong incubo Tienanmen
Esercito e polizia contro il sit-in di adolescenti disarmati che chiedono elezioni libere: decine di feriti e arresti. In carcere il leader teenager Joshua Wong Pechino teme di perdere la sua cassaforte e sposta l’asse della repressione
di Giampaolo Visetti Repubblica 28.9.14
PECHINO Come in piazza Tienanmen, un quarto di secolo dopo, Pechino
torna a picchiare e ad arrestare gli studenti democratici per difendere
l’autoritarismo del partito comunista. Il fronte tra libertà e
oppressione, dalla capitale, si è spostato ad Hong Kong, l’ex colonia
britannica che la Cina, in meno di vent’anni, ha trasformato nella sua
cassaforte finanziaria del Sud. Gli scontri sono esplosi alle prime luci
del giorno, dopo che venerdì notte una cinquantina di adolescenti sono
riusciti a penetrare nella sede del governo metropolitano, occupando
parte del palazzo davanti a “Civic Square”, nel quartiere degli affari
di Admirality. Esercito e polizia hanno caricato i manifestanti
disarmati, facendo irruzione nell’edificio presidiato da giorni. Il
bilancio ufficiale parla di 74 arresti e decine di feriti.
A turbare le cancellerie di tutto il mondo, l’identità degli insorti
finiti in carcere, o in ospedale: tutti liceali, studenti universitari e
ricercatori, tra i 16 e i 35 anni. Tra loro anche Joshua Wong, 17 anni,
il teenager divenuto leader del movimento “Scholarism”. Nemico numero
di Pechino, da mesi si batte per difendere la democrazia nell’ex
Victoria inglese e da lunedì è riuscito a convincere 13 mila studenti a
scioperare. L’arresto di Wong, sorridente in felpa e jeans, è stato
mostrato della tivù e migliaia di persone sono scese in strada,
circondando i grattacieli tra Kowloon e Central e minacciando gli agenti
che portavano via i ragazzi. «Non ci importa di essere arrestati, né di
rimanere feriti — ha detto il liceale Wong Kai-keung — perché vogliamo
lottare per conquistare una vera democrazia ». Al fianco dei giovani,
dopo le immagini della repressione filo-Pechino, si sono schierati anche
adulti e vecchi e per impedire nuove cariche si sono mosse centinaia di
famiglie con i bambini in braccio. Il “chief executive” Leung
Chun-ying, fedelissimo dei leader cinesi, si è rifiutato di ricevere una
delegazione dei manifestanti, di motivare gli arresti e di rivelare se
qualcuno tra i fermati è stato liberato su cauzione.
La tensione continua così a salire e l’ex “cortina di bambù” rischia di
trasformarsi nella nuova frontiera armata dello scontro tra la dittatura
del capital-comunismo cinese e la democrazia del consumismo finanziario
occidentale. A tarda sera, mentre nel resto della Cina la censura
bloccava ogni notizia, per le vie sotto il Peak si sono mossi anche
migliaia di attivisti del movimento Occupy Central, pure in lotta per
impedire il lento abbraccio della dittatura di Stato attorno alla
metropoli-azienda più privata del pianeta. In luglio, armati di
fiaccole, si erano mobilitati in 500 mila e nei giorni scorsi avevano
minacciato di paralizzare i distretti business dai primi di ottobre.
Solidali con gli studenti arrestati, a decine di migliaia sono ormai già
schierati: diplomatici stranieri e investitori temono ora la reazione
di Pechino, decisa con ogni mezzo a non perdere il controllo della
“regione speciale” da cui dipende il futuro anche della “ribelle”
Taiwan.
«La novità più preoccupante — ha detto Tai Yiu-ting, leader di Occupy
Central — non è che la Cina esige di comandare anche con la forza, ma
che pretende di convincere Hong Kong e l’Occidente che sta rinunciando a
farlo». Una bomba ad orologeria. Dopo 150 anni sotto Londra, la città è
stata restituita a Pechino nel 1997, con la formula «uno Stato due
sistemi», cardine della “Basic Law”. Tra gli impegni, le prime elezioni a
suffragio universale nel 2007, poi rinviate al 2017. Ai primi di
settembre, dopo mesi di tensioni, la Cina ha però comunicato la sua
interpretazione del voto democratico: massimo tre candidati, selezionati
dal Politburo. «Una preselezione farsa — dice la leader del partito
democratico, Emily Lau — che consegna la scelta al presidente Xi
Jinping». L’incubo, per la maggioranza, è che oltre al diritto ad un
voto libero Pechino confischi presto anche libertà d’espressione, di
stampa e di mercato, imponga «lezioni di comunismo» nelle scuole,
facendo della metropoli il primo simbolo democratico della storia
riassorbito da una dittatura.
La Cina teme per stabilità interna e fuga dei capitali. Hong Kong non
vuole diventare l’Ucraina dell’Asia. «Il prezzo per difendere i diritti
universali con cui siamo cresciuti — ha detto Joshua Wong subito prima
dell’arresto — sarà alto e sappiamo di doverlo pagare. Ma solo la
mobilitazione del mondo può evitare che l’isola diventi, nel Duemila,
un’altra Tienanmen».
Hong Kong, la rivolta degli studenti contro la Cina. Scontri con la polizia e decine di feriti
I
giovani in piazza da cinque giorni chiedono elezioni libere nell’ex
colonia britannica. Pechino ha concesso il suffragio universale ma
imposto tre candidati di suo gradimentoqui La Stampa 27.9.14
Il movimento per la democrazia nell’ex colonia britannica
Hong Kong, arrestato il leader delle proteste contro la Cina Decine di fermi, feriti lievi e contusi. In manette anche il 17enne Joshua Wong, il capo del movimento Scholarismdi Guido Santevecchi Corriere 27.9.14
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