martedì 16 settembre 2014
Stalin, Costantino e una Guerra Fredda culturale infinita
Il senso di Costantino per la propaganda
Culto della personalità, slogan a raffica, sapiente uso della disinformazione: un antesignano di Stalindi Alessandro Barbero La Stampa 11.9.14
L’arco
di Costantino a Roma, eretto nel 312 per celebrare la vittoria su
Massenzio presso Ponte Milvio. Nell’iscrizione si legge: «All’imperatore
Cesare Flavio Costantino Massimo, Pio, Felice, Augusto, il Senato e il
popolo romano, poiché per ispirazione della divinità e per la grandezza
del suo spirito con il suo esercito vendicò a un tempo lo Stato su un
tiranno e su tutta la sua fazione con giuste armi, dedicarono questo
arco insigne per trionfi»
Nella cultura di massa, quella dei
vecchi sussidiari scolastici, della divulgazione televisiva e delle
guide turistiche, Costantino è il primo imperatore cristiano, l’uomo che
si è convertito prima della battaglia di Ponte Milvio, dopo aver visto
in cielo la croce con la scritta «In hoc signo vinces»; il sovrano che
con l’editto di Milano ha concesso la libertà ai cristiani, nonché il
fondatore delle prime grandi basiliche di Roma. In passato la
storiografia diffidava di Costantino, vedendo in lui soprattutto un
cinico politicante che aveva fatto le sue scelte in base a calcoli
elettorali; ma dall’ultimo dopoguerra il vento è cambiato, e fra gli
storici si è diffuso un clima di ammirazione e di ossequio verso il
protagonista di quella che molti giudicano la più grande svolta storica
mai avvenuta.
Nessuno più mette in dubbio la sincerità della sua
conversione, e molti credono che la croce gli sia davvero apparsa in
cielo, con uno zelo che avrebbe fatto ridere gli storici dell’epoca
illuminista. D’altra parte ci sono alcuni fatti sgradevoli che nessuno
può negare: Costantino era un usurpatore che è arrivato al trono grazie
ai suoi soldati, e nella scalata al potere assoluto ha fatto ammazzare
altri tre imperatori romani, che poi erano suo suocero e i suoi due
cognati. Rimasto solo al potere, ha fatto uccidere, per motivi ancora
oscuri, il figlio Crispo e la moglie Fausta; dopo la sua morte, i tre
figli superstiti hanno provveduto all’istante a far ammazzare quasi
tutti i propri zii e cugini, e poi si sono ammazzati fra loro finché non
ne è rimasto uno solo, Costante, cristiano ariano e famoso persecutore
dei cattolici.
Il bilancio, come si vede, è piuttosto contraddittorio
e non stupisce che i giudizi di chi aveva conosciuto Costantino siano
alquanto incoerenti. Per il suo biografo cristiano, il vescovo Eusebio
di Cesarea, Costantino era «il santo imperatore», «l’amico di Dio»,
scelto dal Signore per insegnare la vera fede a tutti i popoli del
mondo, e Dio lo ha reso invincibile e tre volte beato. Ma suo nipote
Giuliano, detto l’Apostata, l’unico scampato alla strage familiare
compiuta dai cugini, traccia un quadro ben diverso: lo zio Costantino
era un ignorante, che non sapeva governare né fare la guerra, e credeva
che bastasse avere tanti figli per garantirsi una tranquilla
successione; in fondo non era cattivo, ma era un debole, troppo amante
dei piaceri, e per debolezza si lasciò trascinare a commettere infami
delitti; poi, quando sentì dire che un certo Cristo cancellava tutte le
colpe spargendo un po’ d’acqua sulla testa dei suoi seguaci, trovò il
modo di tranquillizzarsi la coscienza, ed è per questo che si fece
cristiano.
Certo, i pagani come Giuliano avevano il dente avvelenato;
ma, una generazione dopo la morte di Costantino, anche gli storici
ufficiali dell’impero romano lo ricordavano in termini piuttosto freddi.
L’autore anonimo di un bignamino dell’epoca giudica che Costantino
aveva cominciato bene ma era peggiorato col tempo, scatenando guerre
immotivate e dissipando nei bagordi le ricchezze dei contribuenti: «per
dieci anni lo chiamarono formidabile, nei dodici seguenti bandito, negli
ultimi dieci rimbambito».
E i semplici sudditi, cosa pensavano di
lui? Sarebbe bello sapere che effetto aveva la martellante propaganda
con cui Costantino si presentava alle masse. Le iscrizioni, ad esempio:
non c’era opera pubblica, anche finanziata dalle amministrazioni locali,
che non fosse ornata di un’epigrafe che ringraziava l’imperatore per
quel dono; sulle strade romane, a ogni miglio un cippo ricordava a chi
sapeva leggere il nome e i titoli dell’imperatore regnante. A queste
iscrizioni il governo dedicava una cura ossessiva: appena Costantino
cominciò a promuovere i figli come suoi successori designati, i loro
nomi comparvero accanto a quello del padre nei cippi stradali, ma quando
l’imperatore fece uccidere Crispo, il nome del figlio maggiore venne
accuratamente scalpellato da tutte le lapidi sparse nell’immenso impero,
dalla Britannia all’Egitto. Invecchiando, Costantino accumulava
vittorie e titoli, e le iscrizioni lo celebravano come «amplificatore
della città di Roma», «liberatore dello Stato romano», «fondatore della
pace», «restauratore del mondo intero», «nato per il bene del genere
umano», e via giganteggiando.
Sulle monete che circolavano nelle mani
dei sudditi, al culto della personalità si aggiungeva una raffica di
slogan di propaganda che trasmettevano alle masse informazioni
accuratamente calibrate. Le immagini e le scritte sulle monete venivano
cambiate ogni pochi mesi, sicché la produzione delle zecche è un
barometro sensibilissimo del modo in cui l’imperatore desiderava essere
percepito. Un bell’esempio sono gli alti e bassi della sua relazione col
collega, e cognato, Licinio. Dopo il loro accordo di Milano a favore
dei cristiani, le monete di Costantino esaltavano la «concordia dei
nostri Augusti», la «pace eterna» e la «sicurezza dell’impero». Quando
fra i due scoppiò la guerra, i riferimenti alla concordia sparirono e si
cominciò a esaltare il «valore dei soldati» e la potenza degli eserciti
di Costantino («vincitori dappertutto»); nello stesso momento i
governatori provinciali ricevevano l’ordine di far scalpellare da tutte
le lapidi il nome di Licinio. Conclusa la prima guerra e rifatta la
pace, le zecche tornarono a diffondere messaggi rassicuranti: «beata
tranquillitas», garantivano le monete. Qualche governatore provinciale
fu così ingenuo da crederci, e far incidere di nuovo il nome di Licinio
sulle lapidi; solo per doverlo cancellare un’altra volta quando, di lì a
poco, Costantino la fece finita con lui.
Bisogna dire che
quest’orgia di propaganda e disinformazione non l’ha inventata
Costantino, ma era la norma nell’impero romano, ci piaccia o no. È
inevitabile evocare paragoni più recenti, e se a qualcuno viene in mente
Stalin, il confronto non è così assurdo: dopo la caduta dell’impero
bizantino e della seconda Roma, Costantinopoli, già Ivan il Terribile
dichiarava che Mosca era la terza Roma. La bizantinista Silvia Ronchey
non ha scritto una volta, scherzando solo a metà, che l’impero romano è
caduto davvero solo nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica?
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