martedì 16 settembre 2014

Antifascistismo militonto e senso del ridicolo

Angelo d'Orsi ha perfettamente ragione. Maurizio Viroli conferma che il suo genere letterario è il moralismo e di essere totalmente estraneo alla politica [SGA].

Il saluto romano resta un reato
Ma il divieto non è mai la soluzione
di Angelo D’Orsi La Stampa 13.9.14

La sentenza della Cassazione, che conferma come il saluto romano resti un reato, pone ancora una volta la questione del rapporto fra ambito giuridico (e giurisdizionale) e ambito storico (e politico). Ossia, possono essere le leggi e i magistrati a sciogliere problemi che attengono alla vicenda storica, con tutti i riflessi politici che essa possa avere? A me pare si stia andando verso una sorta di panpenalismo di cui vedo più i rischi che i benefici. La legislazione che si sta approvando via via nei paesi europei, a proposito della persecuzione anche con sanzioni penali, compreso il carcere, a chi neghi o addirittura a chi «banalizzi» la Shoah, ne è un esempio fra i più notevoli; o le sentenze che nell’Est Europa stanno perseguendo, a meno di abiure esplicite, coloro che erano a qualsiasi titolo «compromessi» con i passati regimi socialisti e comunisti; e così via. La Legge Scelba del ‘52, come le disposizioni finali e transitorie della nostra Costituzione, avevano un significato a quell’epoca, nel primo costruirsi della fragile Repubblica democratica. Si trattava di un significato non soltanto simbolico, ma direttamente politico. Oggi se da antifascisti si può apprezzare la sensibilità dei giudici che affermano che non si può depenalizzare il saluto romano e annessi e connessi, da cittadini laici e democratici, ma anche da osservatori, possiamo e forse dobbiamo chiederci se in un domani, magari neppure remoto, saremmo altrettanto soddisfatti se si deciderà di vietare il pugno chiuso, o il simbolo della Falce e Martello (come stanno facendo gli ungheresi, ad esempio), e così via. La dialettica politica deve essere libera finché non sfoci nella violenza, praticata o incitata; e il giudizio sul fascismo, sul comunismo, sul negazionismo e sul razzismo, deve essere lasciato dai magistrati agli studiosi. Soltanto la loro ricerca, seria e documentata, può fornire le basi, via via aggiornate con un lavoro continuo di «revisione» (che è tutt’altro dal «revisionismo», pratica ideologica e non già storiografica), a una comunità, nazionale o sovranazionale, perché si traduca in giudizio civile e politico. Il vituperato Togliatti – di cui si è celebrato sotto tono il 50° della morte in agosto – in fondo andò in tale direzione con l’amnistia del ‘46, pur con tutte le iniquità che essa produsse: il «passato che non passa» può essere liquidato più che dalle sentenze dei giudici, dalla coscienza collettiva.


Apologia di fascismo: una condanna salutare
di Maurizio Viroli il Fatto 20.9.14

La recente sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna ai neofascisti che nel corso di una pubblica manifestazione hanno esibito il saluto romano e intonato “presente”, è a mio giudizio una delle rare perle di correttezza giuridica e costituzionale, e di saggezza politica, che di questi tempi abbiamo la possibilità di apprezzare, e per questo merita un commento più approfondito di quelli che i giornali le hanno dedicato.
C’è una Costituzione, per fortuna, che contiene una norma finale (XII) – non transitoria – che recita: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”; c’è la legge 645/1952 che ne da attuazione e recita: “Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politico o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. E all’art. 5 specifica che “chiunque con parole, gesti o in qualunque altro modo compie pubblicamente manifestazioni usuali al disciolto partito fascista è punito con l’arresto fino a tre mesi o con ammenda”. C’è la legge 152/1975 che qualifica le espressioni esteriori evocative del disciolto partito fascista e ne sottolinea il carattere lesivo per l’ordinamento democratico. Se dei cittadini esaltano pubblicamente con parole e gesti il fascismo o ne imitano i rituali devono dunque essere puniti.
COMPRENSIBILE e seria la preoccupazione di antifascisti come Angelo d’Orsi (La Stampa, 13 settembre) che teme una sorta di “panpenalismo” e sostiene che “la dialettica politica deve essere libera finché non sfoci nella violenza, praticata o incitata; e il giudizio sul fascismo, sul comunismo, sul negazionismo e sul razzismo, deve essere lasciato dai magistrati agli studiosi”. Ma non condivisibile per tre ordini di ragioni. La prima è che se c’è una legge, bisogna farla rispettare. La differenza fondamentale fra una repubblica seria e una repubblica da operetta consiste appunto nel fatto che la prima applica le sue leggi e la seconda no. Una sentenza che discende dall’applicazione rigorosa e corretta della legge va dunque lodata e non biasimata. La seconda è che le manifestazioni fasciste, di qualsivoglia natura, offendono la coscienza morale di chi crede nella dignità della persona umana, il valore supremo del nostro ordinamento costituzionale. Poiché offende vanno punite. La terza è che in Italia non possiamo tollerare, prendere alla leggera, sottovalutare il pericolo di una recrudescenza e rafforzamento di movimenti neofascisti, come dimostrano gli esempi tratti dalla cronaca quotidiana. La storia poi insegna che il movimento fascista ascese al governo del Regno d’Italia grazie alla stupidità e vigliaccheria delle classi dirigenti liberali, oltreché all’irresponsabilità dei socialisti massimalisti e dei comunisti e alla codardia di Vittorio Emanuele III. Le rarissime volte che le squadre fasciste sono state affrontate dai Regi Carabinieri, o da cittadini con poca paura, come nel caso di Emilio Lussu (si legga il suo Marcia su Roma e dintorni) se la sono date a gambe. Saggezza consiglia, dunque, che per combattere il neofascismo è necessaria la più assoluta intransigenza nel punire secondo la legge, e senza violenza illegale anche le
più piccole manifestazioni di esaltazione del fascismo. L’Italia è diventata un paese anti-antifascista più che antifascista, senza memoria storica, indifferente. Una sentenza come quella che sto discutendo, ove la si facesse conoscere e la si commentasse, avrebbe un benefico effetto di pedagogia civile. E potrebbe incoraggiare una svolta nell’atteggiamento dei pubblici poteri nei confronti delle manifestazioni neofasciste, a cominciare dall’indegna adunata che si terrà come ogni anno attorno al 28 ottobre a Predappio per esaltare la marcia su Roma. Sono anni, mi sia permesso un riferimento personale, che segnalo quella vergogna, chissà che ora altre e più autorevoli voci si facciano sentire.

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