mercoledì 8 ottobre 2014

Dalla Buchmesse

Fiera di Francoforte
Chi ha paura dell’Amazon cattivo? 

Alla Buchmesse, che si apre oggi, il tema più caldo è il braccio di ferro tra il gigante Usa e gli editori

Mario Baudino La Stampa 08 ottobre 2014

Amazon ha fatto chiaramente capire che cosa intende fare, mi dice un publisher nella hall affollata del Frankfurter Hof, l’hotel simbolo della Fiera di Francoforte: «Mangiarsi tutto, compresi gli editori». L’immagine di un mondo affollato da milioni di testi indifferenziabili, affidati al caso o all’arbitrio di un solo distributore non mette di buon umore l’editoria internazionale. La polemica è sottotraccia, forse non esploderà apertamente in questi giorni, ma è l’argomento più discusso alla Buchmesse, che si apre oggi e prosegue fino a domenica. Il gigante americano fa sempre più paura, anche perché ad affrontarlo c’è un mondo dell’editoria variamente diviso. Gli uomini di Jeff Bezos chiedono condizioni più favorevoli (cioè sconti) e non ottenendoli penalizzano sul mercato di lingua inglese i libri del gruppo editoriale che non li concede. E’ la guerra che sta divampando con Hachette, anch’essa del resto gruppo multinazionale, con case editrici ad di qua e al di là dell’Oceano.

Gli autori insorgono, firmano lettere collettive, spiegano che alla fine saranno i lettori a rimetterci; gli agenti sono molto preoccupati, la tensione sale. Lo scontro non riguarda solo, ovviamente, la spartizione di guadagni e costi fra chi pubblica i libri e chi li distribuisce con una posizione dominante sul mercato, che gli consente perciò di fare ciò che vuole. In gioco c’è il futuro dell’editoria come la conosciamo. In Italia il problema per ora non si pone, in Francia esistono barriere pubbliche per difendere la «particolarità culturale», ma domani? E con questa domanda che gira insidiosamente per il capo, gli editori vanno come ogni anno alla loro fiera, tra mercato e mondanità, contrattazioni frenetiche, drink, feste e notte insonni sui manoscritti. Francoforte significa libri & soldi, con l’accento sui secondi.
Ogni Paese arriva con numeri più o meno pesanti per quanto riguarda le perdite di vendite e fatturato dovute alla crisi. Latitano i grandi bestseller da molti milioni di copie, come balene bianche eclissatesi con le loro promesse, e a inseguirli a tutti i costi c’è il rischio di fare la fine del capitano Achab. Il passa parola dice però che piccoli tesori si potrebbero nascondere dalle parti di John Clegg, agente letterario molto amato, quest’anno in Germania con una agenzia tutta sua dopo una lunga e drammatica vicenda di caduta e redenzione. L’ha raccontata in un romanzo autobiografico, Portrait of an Addict as a Young Man, ovvero «Ritratto di un drogato da giovane», evidente calembour sul celebre Ritratto dell’artista da giovane o se volete Dedalus, di James Joyce. Nella New York di inizio 2005 lui, giovane agente di successo, finì preda del crack e perse tutto – clienti, appartamento, assicurazione sanitaria, compagno di vita. Ora ha scritto un nuovo libro (che verrà tradotto da Bompiani), meno autobiografico forse ma non certo di pura fiction: Do you have a family? è il titolo provvisorio. Una famiglia, ma di autori, lo segue idealmente alla fiera: tra questi Lauren Groff con Fates and Furies (romanzo che l’agente descrive così: «uno dei più sorprendenti e complessi ritratti di un matrimonio che mi sia mai accaduto di leggere») e una nuova autrice, Ottessa Moshfegh, il cui romanzo Eileen sarà pubblicato da Penguin Press la prossima primavera.
La Groff è già stata tradotta in Italia da Einaudi (I mostri di Templeton) e Codice (Arcadia) ed ha ottenuto da noi, fin’ora, un grande interesse critico. Il salto verso le classifiche potrebbe essere a un passo. Chi invece l’ha già compiuto, fra gli autori di Clegg, è David Levithan, specialista nella cosiddetta narrativa «young adults». Il suo Another Day, seguito del best seller internazionale Every Day (tradotto per noi da Rizzoli nel 2013 col titolo Ogni giorno) è uno dei libri caldi: insieme a The Girls, di Emma Cline, romanzo che parla della corte femminile di «Satana» Manson, l’hippie pazzo e sanguinario che nell’agosto 1969 ordinò il massacro di Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky, e dei suoi ospiti nella villa di Los Angeles. In America è stato pagato 2 milioni di dollari.

Per noi se l’è aggiudicato Einaudi, mentre Garzanti conquista The longings of Janda Jongo, del camerunese Imbolo Mbue. Narra le storie parallele di un autista (camerunese) immigrato e del suo capo, un alto dirigente di Lehman Brothers: entrambi travolti dalla crisi del 2008, con reazioni imprevedibili. Il povero alla fine si dimostrerà più forte del ricco. E il romanzo è considerato uno dei più belli visti quest’anno. Gli italiani, però, non sono soltanto acquirenti. C’è ad esempio il nuovo romanzo di Umberto Eco, che uscirà a gennaio per Bompiani, e viene presentato qui con il titolo That’s the press, baby (quello italiano dovrebbe essere Numero zero). Ambientato nella Milano degli Anni Novanta, ma con molti riferimenti a ritroso nella storia italiana, parla del «cattivo giornalismo», di Gladio, della P2, insomma dei misteri italiani, romanzeschi quanti altri mai.
Esiste però un altro motivo per il quale, almeno dall’Europa, si guarda a noi: è il nostro semestre di presidenza Ue, proprio nel momento in cui si fa sempre più forte la richiesta degli editori perché l’Iva sugli e-book venga parificata a quella dei libri cartacei, molto più bassa. Di Paese in Paese la proporzione cambia, ma lo squilibrio rimane. E come ci dice Riccardo Cavallero, responsabile libri del gruppo Mondadori, è ormai un problema che va risolto in fretta, se si vuole consentire alle varie editorie nazionali di attrezzarsi per affrontare la concorrenza delle grandi multinazionali. La guerra fra Amazon e Hachette, in altre parole, non è un fatto isolato, ma rientra in questa generale situazione. Il ministro Franceschini – oggi sarà alla Fiera per inaugurare il Padiglione Italia – si è già impegnato. Ma in questo campo decide l’Ecofin, ossia il Consiglio dei ministri dell’economia e della finanza degli Stati membri, e non mancano le resistenze, per esempio dall’Inghilterra. La partita è aperta. Lunga, difficile. Non sarà decisiva, almeno per l’Italia dove l’e-book pesa pochissimo quanto a vendite. Ma ha un alto valore simbolico. E le sorti dell’editoria si decidono anche così.


Francoforte, la Francia ci sfratta
Gli editori italiani: «Siamo offesi» Il nostro Paese perde il «piano nobile» e scende al piano terreno
di Ranieri Polese Corriere 11 ottobre 2014

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