lunedì 27 ottobre 2014

Dilma

Dilma per un soffio. L’erede di Lula resiste alla rimonta
I risultati definitivi confermano la presidente in carica Ma il rivale di centrodestra Neves la insidia da vicino
di Emiliano Guanella La Stampa 27.10.14

Per poco più di tre milioni di voti, su un totale di cento milioni, Dilma Rousseff viene rieletta presidente del Brasile superando il candidato di centrodestra Aecio Neves. Una vittoria difficile e non affatto scontata la sua, in quelle che sono state senz’ombra di dubbio le elezioni più combattute e incerte dal ritorno della democrazia. Cruciale lo stato natale di Neves, Minas Gerais, che gli ha voltato le spalle e ha votato, con una differenza di 4 punti, l’attuale Presidente. Il Brasile appare ancora una volta spaccato in due, il sud industriale a centrodestra, il nord schierato a sinistra. 
Dilma si afferma con il 51,56% dei voti dopo una campagna elettorale avvincente, scossa agli inizi di agosto dalla morte di Eduardo Campos, attraversata dall’ascesa e dal tonfo dell’ambientalista Marina Silva, che si è conclusa poi con la riproposizione del classico duello fra la sinistra del Partito dei Lavoratori e il centrodestra del Partito socialdemocratico.
Al primo turno Dilma Rousseff si era concentrata soprattutto nel fermare la crescita della Silva, ex compagna di partito e ministra del primo governo Lula, capace di agglutinare intorno a sé le simpatie di ex militanti delusi della sinistra, di parte dei correligionari evangelici e di molti giovani. Sgonfiato il fenomeno Marina, quei consensi sono migrati in parte su Aecio Neves che ha avuto il merito di resistere in una corsa che a un certo punto pareva perduta, puntando soprattutto sulla voglia di cambiamento dopo 12 anni di governo dello stesso partito. È riuscito ad ottenere l’appoggio della Silva e ha scatenato una campagna aggressiva contro la sua avversaria, fiancheggiato dalla stampa da sempre schierata contro il governo. 
La parola d’ordine è stata la corruzione con le rivelazioni di Paulo Roberto Costa, ex direttore della compagnia petrolifera statale Petrobras, che ha rivelato uno schema di mazzette che finivano direttamente nelle casse del Partito dei Lavoratori. Alla vigilia del ballottaggio il settimanale «Veija» ha pubblicato le rivelazioni di un altro pentito, il faccendiere Alberto Youssef, secondo il quale la Rousseff e lo stesso Lula erano al corrente di un maxi giro di riciclaggio di denaro per 3 miliardi di euro proveniente anche dalla Petrobras. Ultime scintille di una guerra che non è bastata a far crollare Dilma. 
La rielezione di Rousseff è l’ennesimo trionfo di Lula. Nel 2010 l’ex Presidente era riuscito a consegnarle parte dell’enorme popolarità che aveva al termine del suo mandato, ora si è impegnato per recuperare terreno negli Stati più difficili e l’ha poi preparata per gli ultimi dibattiti. Anche se con un’oratoria decisamente peggiore rispetto al suo avversario, Dilma è riuscita a trasmettere l’immagine della «continuità sicura» superando la prova più difficile da quando la sinistra brasiliana è al potere. 
Lo scenario che si apre ora per il suo nuovo mandato non è, comunque, incoraggiante. I trend economici non sono positivi come in passato: se da un lato il Brasile vanta ancora oggi uno dei tassi di disoccupazione più bassi fra le grandi potenze mondiali (7%) pesa la crescita rallentata e soprattutto la mancanza di grandi investimenti esteri, dovuti alla crisi mondiale, ma anche all’eccessivo protezionismo e l’alto costo operativo locale. La politica interventista decisa nel 2009, con uno Stato molto presente per stimolare il consumo interno e la forza lavoro con le politiche di aiuti sociali alle famiglie con basso reddito e i sussidi per le imprese nazionali, deve essere rivista. 
Difficile anche il quadro politico. Il Partito dei Lavoratori ha perso molti seggi e dipenderà ancora di più dagli alleati di centro, che chiederanno ancora più rappresentatività in un governo che oggi conta la bellezza di 39 ministeri. Dopo le grandi proteste di piazza del 2013 Dilma aveva promesso una riforma politica che dovrebbe portare ad uno sbarramento del 5% per entrare in Parlamento e a una legge per il finanziamento pubblico dei partiti, per mettere fine all’influenza delle grandi compagnie private nella politica. Promesse difficili da mantenere se non si arriverà ad accordi con l’opposizione che esce da queste elezioni rafforzata. Passata la festa per la sofferta vittoria ottenuta, la sinistra brasiliana dovrà, ancora una volta, reinventarsi e c’è già chi chiama in causa Lula come salvatore della patria fra 4 anni, quando Dilma non potrà più candidarsi.

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