lunedì 27 ottobre 2014
La Nuova Cina: un po' di invidia traspare nella nuova Guerra Fredda culturale
Pechino Oltre 33 milioni di abitanti, presumibilmente l’area urbana più
popolosa dell’intero pianeta. All’intersezione del fiume più lungo
dell’Asia, il Fiume Azzurro, e di un suo affluente, il Jialing, la città
si estende su un terreno così caratterizzato da dislivelli che lo
storico americano John King Fairbank la definì, già nel 1942, “il più
sfortunato habitat umano”. È Chongqing, la Gotham City d’oriente.
Umidità, nebbia e smog. Quando arriviamo intravediamo appena una foresta
di gru e di orribili grattacieli. Eppure doveva essere una città
bellissima, soprattutto la zona centrale. Intricati vicoli, saliscendi e
scorciatoie nascoste a gradini diseguali. Ma su quel che rimane della
vecchia città è stato scritto il carattere chai: abbattere.
Cibo ovunque e un brulichio di umanità che a Pechino non esiste quasi
più: lucidascarpe, venditori ambulanti, ramazza foglie, operai,
raccoglitori e raccoglitrici di carta, vetro, plastica. E soprattutto di
quel che resta degli isolati distrutti: ferro, mattoni integri,
sanitari. E ovunque i bangbang, l’esercito dei portatori: un corto
bastone di bambù sulla spalla con due enormi pesi legati alle estremità.
Una densità incredibile di palazzoni orribili e grattacieli nuovi
fiammanti. Si dice che quando ti affacci alla finestra a Chongqing, non
vedi che altre finestre. Coltre di smog permettendo, verrebbe da
aggiungere.
Un brulichio di umanità
“Chongqing è stata scelta 17 anni fa come motore della crescita
dell’interno del paese, una città in cui provare a ridurre il divario
tra campagne e città” ci spiega il console Sergio Maffettone che a
inizio 2014 ha aperto qui il consolato italiano. Nel 1997, per cercare
di gestire la massa di umanità che si sarebbe spostata in città a
seguito delle evacuazioni forzate per permettere la costruzione della
diga delle Tre Gole, a Chongqing è stato assegnato lo status di
municipalità, ovvero una città direttamente controllata dal governo
centrale. È il sogno di ogni metropoli cinese: miliardi di yuan che
piovono per lo sviluppo urbanistico. Da allora la pianta della città
viene ristampata ogni tre mesi e addirittura, nel 2012, il governo ha
cominciato a trasformare il distretto di Liangjiang in un’area che
aspira ad essere una Zona economica speciale: tasse, investimenti,
politiche commerciali e territoriali specifiche.
Esistono già un porto franco e una sperimentazione che non hanno
paragoni in tutta la Repubblica popolare. Dieci chilometri quadrati,
unici nel loro genere. Si tratta della prima Zona cloud speciale. Un
immenso centro dati fisicamente isolato dalla rete internet domestica e
quindi non soggetto alla censura del cosiddetto “Grande Firewall”.
Collegato con fibre ottiche direttamente alla rete internet
internazionale, è un'isola dove si può scaricare qualunque programma o
accedere a qualsiasi informazione semplicemente facendo una ricerca sul
browser. Come in qualsiasi altra parte del globo. Per questo già dagli
inizi del 2013 ha attirato 4,8 miliardi di euro di investimenti di
aziende cinesi e non che operano nel settore. E la pianificazione cinese
non si ferma a questo. Chongqing aspira ad essere un grande snodo dei
trasporti. È già il più grande porto fluviale della Cina e ora, che una
linea ferroviaria la collega con Duisburg nel cuore dell’Europa, aspira a
diventare l’hub delle infrastrutture della Cina interna.
Chongqing è “in piccolo” la summa delle contraddizioni del paese. Nella
sua inimmaginabile crescita urbanistica ha inglobato 23 milioni di
contadini delle aree rurali, la maggior parte dei quali ora lavora in
città e consuma. Non solo. È stata il teatro del più grosso scandalo
politico che la storia della Repubblica popolare ricordi dai tempi di
Mao. L’affaire Bo Xilai o, come l’avevano giustamente etichettato i
media, il Chongqing Drama. Un principino carismatico e populista fatto
fuori nella corsa al potere dell’attuale presidente, Xi Jinping. Fino al
2012 la città di cui Bo Xilai era segretario di partito era il “modello
Chongqing” ovvero la via del ritorno al socialismo per risolvere le
contraddizioni sociali che la corsa della Cina verso il progresso aveva
innescato.
Il “modello Chongqing” era quello che proclamava di voler dividere la
torta fra tutti, quello degli alloggi popolari e delle politiche
sociali, quello che spediva gli sms con le citazioni del libretto rosso e
mandava dagli altoparlanti delle piazze le canzonette del periodo
maoista. Nel 2011 vantava un tasso di crescita del 16,4 per cento e un
disavanzo di oltre 10 miliardi di euro. Era la città che per prima aveva
lavorato su una vera e propria riforma degli hukou - il sistema che
vincola la popolazione cinese al proprio luogo d’origine distinguendo i
diritti destinati alla cittadinanza rurale da quelli destinati a quella
urbana – che avrebbe permesso di scambiare i diritti sulla terra degli
hukou rurali in cambio del welfare garantito dagli hukou urbani.
Politiche che di fatto hanno incoraggiato chi viveva in campagna a
trasferirsi in città. E di cui almeno dieci milioni di “nuovi cittadini”
hanno già beneficiato.
Ma era anche la città delle mafie. Bo Xilai aveva fondato il suo
consenso politico proprio sulla lotta alla criminalità organizzata.
Anche in questo campo numeri da record: 9mila indagati e quasi 5mila
arresti in dieci mesi. Una vicenda che aveva appassionato l’intera Cina,
ma che troppo spesso aveva superato i limiti della legalità:
confessioni estorte a mezzo tortura, avvocati difensori minacciati e, si
è scoperto solo dopo, avversari politici di Bo Xilai gettati nel
mucchio dei colpevoli. È una vicenda che, ad anni di distanza, ancora
pesa sulla narrazione della città. Ogni tanto le notizie di cronaca
riportano di alcuni dei poliziotti che all’epoca avevano condotto le
indagini che oggi si scoprono collegati alla criminalità organizzata o
morti in circostanze misteriose.
Il paradiso delle multinazionali
Non sono mai state rese pubbliche le informazioni sull'ammontare dei
beni confiscati, su quelli restituiti, su quante persone sono state
condannate e su quali basi processuali. Quello che sembra evidente è che
l'efferata lotta alla mafia portata avanti dall'amministrazione Bo
Xilai è servita a consolidare il potere di chi già lo deteneva e ad
oliare i rapporti tra il mondo politico e quello degli affari. Inoltre,
quando le cose si mettono male, le mafie sono il capo espiatorio
perfetto. E infatti il sindaco Huang Qifan - nonostante i quasi due anni
d scandali che hanno dilaniato la città fin quando l'ex Segretario
generale Bo Xilai non è stato condannato all'ergastolo – è stato
riconfermato nella sua posizione.
Così Chongqing continua ad essere il punto cardine del progetto
governativo per salvare la Cina dalla trappola del reddito medio, ovvero
portare benessere, industrie e urbanizzazione nelle ancora poco
sviluppate regioni occidentali. Così aziende e multinazionali si sono
continuate a trasferire qui. Gli ultimi dati sono quelli del 2013. Un
pil di quasi 15 miliardi di euro, una crescita del 12,3 per cento, 4,6
punti percentuali superiore alla media nazionale. Crescono i consumi
(+40 per cento negli ultimi due anni), gli investimenti e gli export. È
questa la ricetta cinese per il cuore della Cina. Una sorta di
città-Stato che occupa una superficie più o meno pari a quella
dell’Austria, che grazie anche alla pianificazione cinese e agli
investimenti cinesi e stranieri, sta diventando una delle realtà più
dinamiche di tutta l’Asia. Peccato solo che gli intrecci tra mafie,
politica e mondo del business non siano stati sciolti. Ma solo nascosti
sotto al tappeto della crescita economica.
La pianificazione Cina e cemento: più megalopoli per tutti
L’obiettivo è avere 900 milioni di residenti urbani entro il 2005
di C. A. G. il Fatto 27.1.14
Urbanizzazione. Il cavallo di battaglia del premier Li Keqiang. Più
megalopoli, metropoli e città. E tanta, tanta gente che lascia villaggi e
campagne. Più consumatori e meno contadini, più terziario e meno
produzione. È questo l’ambizioso obiettivo che si pone l’attuale
leadership: 900 milioni di residenti urbani entro il 2025, 250 milioni
in più rispetto a oggi. Se i calcoli del governo sono giusti, il mercato
interno della Cina guiderà i consumi mondiali. Ma le case per i
consumatori del futuro le hanno già cominciate a costruire da qualche
anno. Un dato ormai noto: nel biennio 2011-2012 la Cina ha prodotto più
cemento di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti in tutto il Ventesimo
secolo.
CENTRI STORICI DISTRUTTI e ricostruiti, periferie metropolitane sempre
più vaste e, soprattutto, piccoli centri urbani trasformati in città.
Sì, perché sempre nel 2011 c’è stato un interessante cambio di tendenza.
Per la prima volta sono stati più i lavoratori migranti che hanno
trovato lavoro nelle principali città della loro regione che non quelli
costretti ad andare molto lontano, nelle metropoli o nelle città
costiere. Per le terre lontane dai centri nevralgici della nazione
significa poter muovere denaro e occupazione. E le autorità locali, che
devono raggiungere gli obiettivi che il governo centrale gli impone
senza per questo ricevere aiuti economici, non si sono lasciate sfuggire
l’occasione.
Così lo sviluppo immobiliare è stata una delle soluzioni preferite dai
governi locali per fronteggiare il debito. Questi ultimi fanno cassa
vendendo terreni ai cosiddetti sviluppatori immobiliari e poi appalti e
indotto (e spesso mazzette) spingono i pil delle regioni che
amministrano verso gli obiettivi stabiliti dalla lontana Pechino.
C’è un altro problema che i governi locali hanno brillantemente risolto.
Dal 1996 al 2013, 150 milioni di acri di terra sono stati inghiottiti
per sempre dalle città. Si tratta dell’8 per cento dei terreni
coltivabili. Il governo oggi ha limitato drasticamente la percentuale di
terre edificabili e la quantità di terreni a uso agricolo è vincolato
da Pechino. Così si è cominciato a concentrare i cittadini in verticale.
Un modo per far spazio ai palazzinari che costruiscono più abitazioni
del necessario. Complessi residenziali e di lusso che aumentano
notevolmente il valore del lotto di terra originario. Il risultato sono
le innumerevoli “città fantasma”, conglomerati urbani di recente
costruzione nati in previsione della massa di popolazione che si
dovrebbe trasferire in città. Molte di queste realtà non si sono mai
riempite, e più passa il tempo e meno probabilità hanno di esserlo.
Costruzioni tirate su in fretta e spesso con materiali scadenti che non
hanno alcuna possibilità di durare nel tempo. Soprattutto se sfitte.
LA PIÙ FAMOSA CITTÀ fantasma è quella di Ordos, nella Mongolia interna. È
ancora lì dal 2010, pronta ad ospitare oltre un milione di persone. Ma
quattro anni dopo sono abitati appena il 2 per cento degli edifici e
sulla sua architettura futuristica tutta vetro e acciaio ormai si è
posata la povere del deserto che circonda la città. Oggi il problema è
ancora più evidente. Già sono in molti a dubitare che la Repubblica
popolare raggiunga l’obiettivo che si era prefissato della crescita al
7,5 per cento. E anche il mercato immobiliare sta implodendo. Nelle
cosiddette città di terza fascia, ovvero quelle che dovrebbero ospitare
il nuovo ceto medio, quelle su cui si punta di più, l’invenduto delle
recenti costruzioni sfiora il 15 per cento e si prevede che salirà al 20
nel biennio 2015-2016. Anche se non ci sono dati precisi, diversi
analisti del settore hanno notato che molti di quelli che si erano
trasferiti in queste new town sono tornati dei villaggi d'origine. Se le
città rimangono deserte gli affari non vanno e il terziario non
decolla.
Il mercato immobiliare cinese di oggi ha troppa offerta, è troppo caro
e, sicuramente, è stato sovrastimato. L'Ufficio di statistica nazionale a
luglio ha stimato che i prezzi delle case sono calati in 64 città sulle
70 esaminate. Sono i peggiori dati dal 2005, quando si è cominciato a
registrare l'andamento del mercato immobiliare. La Cina del 2014 ha
bisogno sopratutto di alloggi popolari ma, poiché la sua terra è stata
dato in pasto ai palazzinari, negli ultimi anni ne sono stati costruiti
troppo pochi. Dalle campagne continueranno a trasferirsi in città. Ma se
i consumi non decollano nelle provincie più lontane dalla capitale,
molti dei complessi residenziali costruiti rimarranno città fantasma.
Con buona pace dei palazzinari.
L’arte di costruire Il senso di Jinping per Koolhaas
di Valentin Blum il Fatto 27.1.14
Il peso di una figura pubblica si misura dal consenso che si raccoglie
intorno a questa ma talvolta anche dalla caratura dagli avversari che le
si contrappongano, soprattutto quando la ricerca della polemica ne
caratterizza l’azione. Il fatto che Xi Jinping, il presidente della
Cina, abbia esplicitamente menzionato la sede della televisione cinese a
Pechino, progettata da Rem Koolhaas/Oma, come un esempio
dell’architettura eccentrica e dalle forme strane che si augura non sia
più costruita in futuro, è la definitiva consacrazione della statura
culturale di Koolhaas. Due settimane addietro questa rubrica era
dedicata alla borsa di Shenzhen degli stessi progettisti, che
curiosamente sembra anticipare le parole del presidente con una forma
piuttosto sobria e controllata. Nel sistema rigidamente verticista della
Cina, le conseguenze saranno immediate: a ogni cambio politico dei
vertici sono sempre seguite azioni coerenti. Nel caso di Jinping la
lotta alla corruzione, già significa per l’Europa un crollo titanico
dell’esportazione dei prodotti di lusso e adesso un richiamo a una
maggiore modestia e semplicità in architettura modificherà le strategie
dell’industria della costruzione. Una conseguenza di questa posizione
sarà una riduzione nell’uso di studi stranieri, scelti come firme di
prestigio, e invece un’attenzione ai progettisti locali, che dimostrano
già di possedere le qualità per immaginare le città cinesi del futuro.
Ironicamente il discorso di Jinping è stato rilanciato con notevole
enfasi dal giornale di Stato, la cui sede sembra un gigantesco pene in
erezione.
5000 anni di storia Ogni uomo sogna la prosperità
15 novembre 2012, discorso di insediamento alla guida del partito comunista cinese
di Xi Jinping il Fatto 27.1.14
Il desiderio del popolo per una vita buona e bella è l’obiettivo per cui
dobbiamo prosperare. Noi abbiamo appena eletto gli organi del nostro
partito. Noi dobbiamo essere all’altezza della grande missione che ci è
stata assegnata. La grande fiducia che viene nutrita nei nostri
confronti e le grandi aspettative del popolo non sono soltanto un
formidabile incoraggiamento a fare bene, ma anche un fardello molto
pesante sulle nostre spalle. Questa grande responsabilità è la
responsabilità verso la nostra nazione. Che è una grande nazione.
Durante la sua storia di oltre cinquemila anni, la nazione cinese ha
dato un incancellabile contributo alla civilizzazione e all’avanzamento
del genere umano.
Nei tempi moderni, la nostra nazione ha sperimentato ostacoli e
difficoltà. Ha vissuto momenti molto pericolosi. Da allora un numero
infinito di persone con ideali indistruttibili ha cercato di realizzare
una grande rinascita del popolo cinese, resistendo e combattendo, ma
molti hanno fallito. Dalla fondazione del Partito Comunista, abbiamo
unito e condotto un popolo perché avanzasse e combattesse tenacemente.
Perché trasformasse la povera la Vecchia Cina in una Nuova Cina, che
diventi prospera e sempre più forte.
La grande rinascita della nazione cinese ha aperta prospettive brillanti che non avremmo mai immaginato.
La nostra responsabilità è raccogliere e guidare tutto il partito e il
popolo di tutte le etnie a trovare un nuovo modo di pensare, insistendo
con le riforme. La nostra responsabilità è di unire e condurre il popolo
perché si mostri sempre più fermo e potente tra tutte le nazioni.
Dobbiamo dare un contributo sempre più grande allo sviluppo del mondo.
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