Il lungo esodo di Migliore, da Sel all'ok al Jobs Act. Intervista
martedì 7 ottobre 2014
Genny 'a Carogna chiarisce una volta per tutte la funzione della "sinistra radicale" nel nostro paese
Anche la "sinistra" Pd che vota la fiducia ma in maniera critica non è per nulla diversa da Rifondazione ai tempi del governo Prodi [SGA].
Il lungo esodo di Migliore, da Sel all'ok al Jobs Act. Intervista
Renziano
forse no, ma Gennaro Migliore, da esponente di spicco di Sel ad oggi,
di strada ne ha fatta. Tutta in direzione del Pd e dell'attuale premier.
Una strada che lo ha portato, secondo quanto spiega in un'intervista ad
Affaritaliani.it, addirittura ad appoggiare la visione dell'ex sindaco
di Firenze sull'articolo 18: "In direzione avrei votato sì. La fiducia?
Non bisognerebbe porla. Ma non ne faccio un dramma: vediamo quale sarà
il maxiemendamento del governo". L'INTERVISTA DI AFFARITALIANI.IT
Il lungo esodo di Migliore, da Sel all'ok al Jobs Act. Intervista
Martedì, 7 ottobre 2014
La minoranza al bivio. «Ma no alla crisi»
Fassina si appella al Quirinale: delega in bianco invotabile, ci saranno conseguenze politiche Ma D’Attorre: come dice Bersani, saremo responsabili I renziani sicuri: alla fine tutti compatti
di Monica Guerzoni
Corriere 7.10.14
ROMA
«È una riflessione molto sofferta». Voterà la fiducia o no, senatrice?
«È una prova di forza, con cui si mandano al massacro alcuni di noi. È
un ricatto alla sinistra. Ma questo è il mio governo e Renzi il mio
segretario... È un grosso problema, che ancora non ho risolto». Il
maldipancia dell’ex diessina Erica D’Adda va molto oltre l’influenza, è
lo stesso disagio di tanti che, nell’ala sinistra del Pd, soffrono per
la «delega in bianco» sul lavoro e si preparano a turarsi il naso.
Al
bivio tra il far cadere il governo e lo strappare il vessillo
dell’articolo 18, tutti (o quasi) sceglieranno la via meno impervia.
«Decideremo, ma abbiamo la pistola alla tempia — dice Federico Fornaro,
cuperliano —. Sceglieremo l’interesse del Paese». Oggi la minoranza si
riunirà e deciderà la linea. Per Pippo Civati la fiducia è un «segnale
di debolezza» e, sul piano politico, «un segnale di profonda rottura».
Alfredo D’Attorre parla di «scelta al limite dal punto di vista
costituzionale», ma lui (come Bersani) pensa che prevarrà la
responsabilità. La battaglia però non è finita: «La partita si chiuderà
alla Camera».
A Palazzo Chigi sentono di avere la vittoria in tasca.
«Alla fine la voteranno tutti» prevedono i renziani, che pure hanno
ascoltato tuoni e fulmini dalla sinistra: la fiducia è «un bavaglio»,
«una scelta grave», una «ferita profonda». Stefano Fassina ammonisce
Renzi: «Se la delega resta in bianco è invotabile e con la fiducia ci
saranno conseguenze politiche». L’ex viceministro non ha in mente la
scissione, ma denuncia il «vulnus profondo alle funzioni del Parlamento»
e chiama in causa il Quirinale: «La fiducia su una delega in bianco è
una scelta che meriterebbe l’attenzione del presidente della
Repubblica». Gli appelli di Cuperlo e Damiano sono caduti nel vuoto, la
tensione è massima. Chi ha sottoscritto i sette emendamenti al testo del
governo la vive come «un ricatto», visto che la blindatura spazza via
tutte le proposte di riforma.
Cecilia Guerra, l’ex viceministro che
ha lavorato sodo sulle «modifiche migliorative», è delusa: «Far cadere
il governo non mi sembra giusto, ma siamo arrabbiati perché è mancato lo
spazio per il confronto. La fiducia è una scelta assurda». Che fine
faranno le proposte di modifica su voucher, controlli a distanza e
demansionamento? E a cosa è servita la direzione? L’angoscia a sinistra è
forte. Soffrono, più o meno in silenzio, senatori come Walter Tocci e
Felice Casson, Lucrezia Ricchiuti e Maria Grazia Gatti. «Renzi ha
provocato lo scontro per spianare Bersani, D’Alema e Camusso — si sfoga
Corradino Mineo —. Ma io non gli spiano la strada offrendogli la mia
testa da tagliare». E qui il sospetto è che Renzi abbia promesso di
«spianare l’opposizione» perché teme il confronto sulla legge
elettorale.
Gianni Cuperlo dice no alla logica del prendere o
lasciare: «La riforma del lavoro non può essere spazzata via perché c’è
un vertice europeo». Alla domanda se voteranno la fiducia, non tutti
svelano le carte. «Aspettiamo — risponde Felice Casson —. Voglio vedere
cosa c’è scritto nell’emendamento». Luigi Manconi ha ipotizzato lo
strappo di una ventina di senatori, ma sono numeri che non trovano
conferma. Eppure Lorenzo Guerini avverte: «Porre toni ultimativi come ha
fatto Fassina non è utile a nessuno. In Aula tutti dovranno attenersi
al principio di lealtà». Monito chiaro e severo, che Fassina prontamente
ribalta giurando che si atterrà «alla lealtà verso gli elettori». E c’è
un argomento, diffuso dai renziani, che fa imbufalire i malpancisti:
l’idea che la fiducia li tolga dall’imbarazzo, visto che se votassero no
dovrebbero poi uscire dal partito. Ragion per cui, prevedono i
fedelissimi del premier, molti potrebbero essere «casualmente» assenti
proprio al momento del voto.
Per la sinistra il solco si allarga: “Ormai siamo due mondi diversi”
di Goffredo De Marchis
Repubblica 7.10.14
ROMA
La paura dei franchi tiratori, la necessità di un’approvazione in tempi
rapidi. «Non possiamo sbrodolare», dice Matteo Renzi nel consiglio dei
ministri chiedendo l’autorizzazione a usare la fiducia sul Jobs Act in
Senato. «Ma soprattutto — spiega il premier — il mio obiettivo è dare un
senso unitario alla riforma, senza troppi strappi. Con i voti segreti e
la battaglia sugli emendamenti questo obiettivo non sarebbe possibile. È
un messaggio fondamentale non solo per l’Europa. Gli italiani devono
capire dove vogliamo andare».
È un rischio, certo. Non per la tenuta
del governo visto che i senatori dissidenti (tranne 4 o 5 casi)
rientreranno nei ranghi e non faranno cadere il governo. Ma perché
rimane il solco con la sinistra su un tema sensibilissimo come
l’articolo 18. Per questo motivo, al di là dell’atteggiamento di
facciata che è sempre un po’ irridente, Renzi assicura che stamattina
farà sul serio con i sindacati: «Non rinuncio al confronto. Anzi, lo
allargherò ad altre materie molto delicate: la rappresentanza sindacale e
la contrattazione decentrata. Vediamo se si può lavorare insieme».
Subito dopo, oggi stesso, continuerà il dialogo con gli imprenditori
«sviluppando la questione del Tfr». Dice il premier, sicuro: «Li
convincerò. E so che la piccola impresa avrà delle difficoltà. Perciò il
provvedimento sul Tfr sarà affiancato da uno strumento in più che
dobbiamo creare immediatamente. Uno strumento dedicato alle Pmi in grado
di coprire il vuoto economico della liquidazione che finisce in busta
paga. Chiederemo un aiuto alla Cassa depositi e prestiti e alle banche».
Un discorso lungo e appassionato, quello del premier ai ministri. Alla
fine arriva il via libera all’eventuale fiducia, con la posizione ancora
più determinata di Angelino Alfano e Dario Franceschini. «Dobbiamo
mettere la fiducia non solo autorizzarla. Il provvedimento è trop- po
importante», dicono quasi in coro i due ministri.
L’incontro con i
sindacati nella sala Verde di Palazzo Chigi, il suo esito finale,
condizionerà le scelte della minoranza del Pd. Così come il nuovo
emendamento che sta scrivendo Giuliano Poletti per recepire le
correzioni indicate dal Partito democratico nella sua direzione. Acqua
fresca, ribattono alcuni oppositori prima ancora di conoscere il testo
governativo. Quella che si vede oggi è dunque la continuazione di un
dialogo tra sordi. Entrambi i fronti sembrano decisi ad aggravare la
frattura. Spingere Renzi a destra nell’immaginario collettivo, insistere
nei paragoni con Margaret Tatcher, accusarlo di cedere ai «ricatti di
Sacconi» mettendo la fiducia sulla legge delega, come fa il senatore
bersaniano Miguel Gotor, ha un significato politico che va oltre il Jobs
Act. Significa liberare e marcare un territorio politico diverso,
quello della sinistra, e se non è questa la premessa di una scissione
poco ci manca. Qualcuno nei giorni scorsi ha sentito pronunciare allo
storico tesoriere dei Ds Ugo Sposetti due paroline tedesche: “Die
Linke». È il partito fondato in Germania da Oskar Lafontaine in
contrapposizione con il socialismo “di centro” di Schroeder, del quale
rimane nella storia la riforma del lavoro, appunto. Linke vuole dire
sinistra e ancora oggi il movimento ha il 7 per cento dei voti (Europee
2014).
A Sposetti chiedono tutti giorni “ma allora ve ne andate?”
perché il tesoriere è notoriamente seduto, come Paperone, su un
patrimonio (immobiliare) di circa 2 miliardi di euro. I soldi della
Quercia vengono visti come una precondizione della nascita di nuovo
soggetto politico. Sposetti risponde a tutti: «Dove andiamo? Siamo
quattro gatti». Pippo Civati però ha già imboccato una strada diversa.
«Semmai è il Pd di Renzi ad aver cambiato la natura del Pd. Non c’è più
niente di democratico nel partito. E mi chiedo: come si fa stare in un
gruppo di cui non si condivide nemmeno l’atteggiamento, non solo le
leggi?». È la domanda finale prima dell’uscita. L’ex sfidante delle
primarie spiega che lui «nel Pd crede ciecamente», che ne ha fatto «una
ragione di vita » da quando è in politica. Tuttavia il disagio è tanto,
«la situazione deprimente» e il voto di fiducia avviene «sul nulla
perchè dentro l’emendamento non ci saranno nemmeno le cose approvate in
direzione». I suoi 6 senatori sono i principali “indiziati” dello
strappo, domani in Senato. Usciranno dall’aula per non votare contro il
governo. Ma non diranno “sì”. Stefano Fassina spinge anche gli altri
dissidenti a ribellarsi, senza curarsi delle conseguenze del governo.
«Questa riforma del lavoro parla a un altro mondo che non è il nostro».
Due mondi diversi, quindi. Due pianeti lontani. «Abbiamo la pistola alla
tempia, che dobbiamo fare? », osserva Federico Fornaro, uno dei
firmatari degli emendamenti in difesa dell’articolo 18. Fassina e Civati
la fanno troppo facile perché stanno alla Camera. Se pure votassero
contro l’esecutivo non se ne accorgerebbe nessuno. A Palazzo Madama
invece bastano 7 voti per mandare a casa Renzi. «Voterò la fiducia —
dice rassegnato Gotor — ma è un segno di debolezza di Renzi. Non ascolta
il suo partito e subisce il diktat di Sacconi». Questo è il Pd alla
vigilia del voto sul lavoro, che è la radice della sinistra.
Il leader non teme contraccolpi e studia un nuovo modello di Pd
di M. T. M.
Corriere 7.10.14
ROMA
«Sinceramente io non vedo problemi finora dentro il partito». Sembra
convinto quando parla così, Matteo Renzi. Tant’è che in mattinata, sulla
fiducia, non immagina ripercussioni o esiti disastrosi: «Non vedo
questioni particolari. La fiducia passerà anche perché il voto è
palese». E perché, come spiega Cesare Damiano, che si sente ancora un
po’ abbacchiato per quella «porta che mi è stata sbattuta in faccia dal
premier» nel momento della mediazione, la fiducia è multiuso: «Serve
all’esterno per dimostrare all’Europa che il premier italiano è in grado
di fare le riforme e serve all’interno per far capire chi è il
segretario del Pd e, quindi, chi ha la maggioranza assoluta del
partito». Anche perché, come fa osservare Paolo Gentiloni, quando è
stato eletto leader «Matteo aveva una maggioranza di 70 contro 30,
adesso con l’ultima direzione la sua posizione si è notevolmente
rafforzata e la minoranza si è divisa».
Già. Ci sono i barricaderi
alla Stefano Fassina, che minacciano «conseguenze politiche» di fronte
alla fiducia. Conseguenze alle quali, però, ormai nessuno crede più.
Persino Corradino Mineo non ritiene praticabile la scissione: «Chi non
si ritrova nel nuovo corso renziano non andrà altrove, andrà a casa».
Eppure giorni fa circolava la voce che le 56 fondazioni ex Ds potessero
riunirsi e dare vita a un’unica fondazione. Di lì potrebbero venire i
finanziamenti per la nascita di un nuovo soggetto politico. Ma questa
indiscrezione è stata sempre smentita da tutti.
Eppure il malumore
nel Partito democratico è tangibile, benché in realtà la minoranza dura e
pura, quella dei Fassina e dei Cuperlo, per intendersi, abbia perso
molti pezzi. Nel frattempo, in Calabria, il candidato di Renzi alla
presidenza di quella Regione ha perso le primarie contro il candidato di
Cuperlo, e un renziano della prima ora, come Matteo Richetti, scalpita e
vorrebbe «più coraggio». Che cosa sta veramente succedendo nel Partito
democratico? Un autorevole esponente del renzismo della prima ora la
spiega così: «Quello che sta accadendo è più o meno questo: è in corso
una normale battaglia interna alla minoranza, che mi sembra esplicita e
una interna alla maggioranza che si gioca invece abbastanza sotto
traccia».
È veramente così, per i renziani? L’uscita di Richetti lo
farebbe pensare. E ieri un pensieroso Ermete Realacci, renziano, a guida
della Commissione ambiente, ragionava così: «Diciamo la verità: alla
gente non frega niente del Jobs act e del Tfr, ha bisogno di avere
speranza. È quella che devi dare. Ma se invece vede solo le risse che
speranza può avere? A quel punto può solo chiedersi: il premier “je la
fa”?».
In effetti i renziani sono divisi tra chi vorrebbe mediare di
più e chi invece vorrebbe correre con maggior forza. Ma, come sempre,
l’ultima parola spetta al premier, che pure ascolta i suggerimenti di
tutti. Il 20 ottobre ascolterà minoranza e maggioranza del Pd, in
direzione, parlare della forma partito, dopo la polemica sulle tessere
che c’è stata. E, alla fine, dirà la sua: «I partiti organizzati come
una volta non servono più, non sono più rappresentativi». E lancerà una
nuova proposta.
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