martedì 7 ottobre 2014

La sottomissione femminile come sfruttamento di classe: un libro controcorrente


Paola Tabet: Le dita tagliate. Una riflessione sulla divisione sessuale del lavoro e del rapporto di classe tra donne e uomini, Ediesse

Risvolto

Il titolo si riferisce a un dato: se le dita delle bambine dei Dugum Dani della Nuova Guinea si possono tagliare come donazione nelle cerimonie funebri – tranne il pollice e uno o due dita che basteranno loro per svolgere i lavori destinati alle donne – possiamo metaforicamente dire che tutte le donne hanno le dita tagliate? Sì, perché esiste ancora e largamente un gap tecnologico tra uomini e donne, un gap che appare chiaramente fin dalle società di caccia e raccolta, e che con l’evoluzione tecnica si è allargato a forbice e continua in varie forme nelle società industrializzate. Bisogna allora ricercare i fattori oggettivi, le costanti della divisione sessuale del lavoro e del rapporto di classe tra donne e uomini.
Un rapporto di classe costitutivo nel cui ambito si pone lo scambio sessuo-economico che caratterizza l’insieme delle relazio ni sessuali tra uomini e donne. La transazione economica infatti non riguarda la sola prostituzione: la prostituzione non è un fenomeno separato, ma vi è un continuum di scambio sessuo-economico che va dai rapporti matrimoniali fino alle forme più comuni di prostituzione. E questo non solo nelle società africane o extraeuropee, ma anche in Europa e Nord America. Le attuali trasformazioni sociali nel rapporto tra i sessi rimettono in causa la dominazione maschile o piuttosto si tratta di una nuova configurazione di questa dominazione? Chi porta il peso di questa trasformazione e chi ne trae profitto? Paola Tabet ne discute nell’intervista (fattale da Mathieu Trachman) che conclude il libro: quale sarà la possibilità di una sessualità egualitaria, fuori cioè da ogni condizione di oppressione, senza costrizioni, una sessualità libera di esprimersi, di sperimentare, non legata alla divisione tra i sessi e alle relazioni di potere? Una possibilità difficile e complessa finché permane in qualche modo un dominio maschile.



La beffa del dono patriarcale

Saggi. «Le dita tagliate» è il nuovo libro di Paola Tabet (per Ediesse) che fa riferimento ad una pratica presso i Dugum Dani della Nuova Guinea per raccontare i soprusi sulle donneAlessandra Pigliaru, 7.10.2014 

Si inti­tola Le dita tagliate (pp. 323, euro 15) ed è il nuovo gene­roso libro di Paola Tabet pub­bli­cato per Ediesse nella col­lana ses­si­smoe­raz­zi­smo, diretta da Lea Melan­dri, Isa­bella Peretti, Ambra Pirri e Ste­fa­nia Vul­te­rini. Etno­loga, antro­po­loga e fem­mi­ni­sta, Tabet riprende i temi di ricerca che la carat­te­riz­zano dagli anni ’70 a oggi.
Il titolo del volume attiene a una pra­tica presso i Dugum Dani, in Nuova Gui­nea, secondo cui alle bam­bine ven­gono ampu­tate alcune dita delle mani in segno di offerta durante le ceri­mo­nie fune­bri. Que­sta muti­la­zione diventa per Tabet motivo di rifles­sione più ampia intorno alle forme coer­ci­tive che fon­dano le società patriar­cali, da quelle più sem­plici di cac­cia e rac­colta a quelle capi­ta­li­sti­che. Cen­trale nella sua ricerca è da sem­pre l’analisi del rap­porto sociale tra i sessi («un rap­porto di classe»), le con­di­zioni della domi­na­zione maschile e dei mezzi con cui tale domi­nio si edi­fica e con­serva. Tutto ciò la col­loca accanto al gruppo fem­mi­ni­sta mate­ria­li­sta nato intorno alla rivi­sta Que­stions Fémi­ni­stes (in par­ti­co­lare Chri­stine Del­phy, Nicole-Claude Mathieu, Colette Guil­lau­min e Moni­que Wit­tig) con cui entra in con­tatto a Parigi nel 1978. Negli stessi anni comin­cia a occu­parsi della divi­sione ses­suale del lavoro e dell’utilizzo dei vari stru­menti, rivol­gen­dosi in par­ti­co­lare alle società di cac­cia e rac­colta e inda­gando la gestione o meno dei mezzi di pro­du­zione.
Il fuoco del primo capi­tolo è sullo scam­bio sessuo-economico inteso come gestione sociale della ses­sua­lità. Con­for­tata da una solida docu­men­ta­zione etno-antropologica e dalle nume­rose inter­vi­ste sul campo (impor­tanti sono state quelle effet­tuate in Africa, in par­ti­co­lare in Niger), Tabet arriva a segna­lare «la grande beffa» (titolo di un suo volume del 2004) insita nello scam­bio sessuo-economico non prima di averne defi­nito il segno: anzi­tutto l’idea dello scam­bio inve­ste la pro­sti­tu­zione così come il matri­mo­nio e i cosid­detti rap­porti amo­rosi, cioè «l’insieme delle rela­zioni tra uomini e donne che impli­cano una tran­sa­zione eco­no­mica». Tran­sa­zione quest’ultima che pre­vede la for­ni­tura di ser­vizi (varia­mente dal ses­suale al dome­stico) da parte delle donne, e un com­penso (che sia o meno quan­ti­fi­ca­bile in denaro, sta­tus sociale, pre­sti­gio e regali) offerto dagli uomini.
Il punto fon­da­men­tale su cui si è basato il domi­nio degli uomini sulle donne è, secondo la stu­diosa, la pre­clu­sione e il man­cato accesso ad alcune risorse. Chia­mando in causa Mali­no­w­ski, Mauss e Levi-Strauss, gli esempi ripor­tati si rife­ri­scono alle popo­la­zioni del Mali, della Nuova Gui­nea, delle isole Tro­briand e di molte altre parti del mondo visi­tato. Il fatto che Tabet si rife­ri­sca a paesi non occi­den­tali non signi­fica che il feno­meno sessuo-economico sia assente dalle più note società capi­ta­li­sti­che. Il pro­blema sono pro­prio le rela­zioni tra uomini e donne, e affer­mando ciò esclude con­sa­pe­vol­mente una serie non tra­scu­ra­bile di cose.
L’oggetto di rifles­sione è, infatti, la gestione sociale dello scam­bio e non la ses­sua­lità in sé, per esem­pio, il desi­de­rio, le pra­ti­che di con­flitto o la rela­zione tra donne e quella tra uomini. Dal Ghana all’Etiopia, dall’Uganda al Kenya, le inda­gini sul campo raf­for­zano invece il suo osser­va­to­rio secondo cui molte sono state le occor­renze in cui si è veri­fi­cato il pas­sag­gio dal dono alla tariffa. Pagine inte­res­santi sono dedi­cate al tema con­tro­verso del con­ti­nuum peri­me­trato appunto da pro­sti­tu­zione e matri­mo­nio nello scam­bio sessuo-economico. Dif­fi­cile dare un signi­fi­cato uni­ver­sale di pro­sti­tu­zione, ne andreb­bero con­te­stua­liz­zati i dati secondo le diverse strut­ture sociali e le risorse mate­riali. Per que­sta ragione, quando Tabet parla di pro­sti­tu­zione si rife­ri­sce in gene­rale a defi­ni­zioni poli­ti­che rela­tive a un’area di rap­porti tra i sessi. È pur vero che in que­sti anni molte sono state per Tabet le occa­sioni di con­fronto con espe­rienze di donne, com­prese – per quanto riguarda l’Italia – quelle di Carla Corso e Pia Covre e il Comi­tato per i Diritti Civili delle Pro­sti­tute.
Il con­ti­nuum degli scambi pre­vede certo varia­zioni e diver­sità eppure, nota Tabet, vi sono ancora delle rilut­tanze – soprat­tutto nelle società occi­den­tali – a sof­fer­marsi sullo «scam­bio» nelle rela­zioni «legit­time». In uno sce­na­rio simile sono da tenere pre­senti le forme vio­lente alle quali sono state sot­to­po­ste le donne, non solo in Africa ma – per esem­pio — in tutti i luo­ghi di guerra. Dallo stu­pro all’infibulazione, que­ste forme rap­pre­sen­tano un altro tas­sello della domi­na­zione maschile. In tale dire­zione vanno intese le migra­zioni di donne che dai vil­laggi si diri­gono alle città; una forza intesa come ricerca di auto­no­mia che con­sente loro di smar­carsi dall’appropriazione pri­vata del pro­prio corpo e della pro­pria ses­sua­lità. Sto­ri­ca­mente la moda­lità repres­siva per nor­mare la tra­sgres­sione delle donne «fuo­ri­legge» non si è fatta atten­dere; dai reclu­ta­menti delle pro­sti­tute ai rifor­ma­tori per la «ria­bi­li­ta­zione» for­zata delle disob­be­dienti. Nono­stante ciò, la sto­ria delle fem­mes libres e delle free women, delle pro­sti­tute d’Africa con le quali Tabet ha intrat­te­nuto nume­rose con­ver­sa­zioni, è pur sem­pre «la sto­ria, dif­fi­cile e com­plessa, di una resi­stenza».
«Scrivi pre­sto, lavora, prima che anche a te taglino le dita». È quel che Vale­ria Ber­to­lucci Piz­zo­russo rac­co­manda all’amica Paola Tabet nel 1980. L’invito si è tra­sfor­mato in una pro­messa man­te­nuta con corag­gio e gra­ti­tu­dine, per rac­con­tare l’orizzonte dif­fi­cile e cru­dele ancora pre­sente in alcuni luo­ghi del mondo. E per dire che le dita tagliate appar­ten­gono al distin­guo dove­roso secondo lo spet­tro mate­riale — e aggiun­ge­rei sim­bo­lico — sin­go­lare e col­let­tivo delle vite di cia­scuna. Una que­stione che si intrec­cia altret­tanto sal­da­mente alla libertà, quando la si può sce­gliere, agire e desi­de­rare for­te­mente come ha fatto Paola Tabet nel corso della sua vita, per­so­nale e politica.

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