mercoledì 15 ottobre 2014
Gli improbabili animal spirits coloniali della borghesia italiana "democratica" quando è in pantofole
Democrazia, incognita Asia
In Cina i valori universali «non esistono» la Thailandia è in mano ai militari e la sorpresa arriva dall’Indonesia
di Guido Santevecchi Corriere 15.10.14
Si
può essere pessimisti sullo stato della democrazia in Asia quando nel
2014 un miliardo e settecento milioni di persone sono state chiamate
alle urne? Purtroppo sì.
Venticinque anni dopo l’ultima grande
richiesta di democrazia, repressa nel sangue sulla Tienanmen, la Cina si
trova a fare i conti con un movimento che esige elezioni a suffragio
universale e con candidati liberi. Il teatro della sfida questa volta è a
Hong Kong, l’esito incerto perché tutti sperano che in un quarto di
secolo i «saggi dirigenti» di Pechino, ora al timone della seconda
potenza economica del mondo, siano diventati più lungimiranti, se non
proprio tolleranti. Da Taiwan, il presidente della Repubblica che
Pechino considera solo una «provincia ribelle», ha proposto al leader
cinese Xi Jinping di fare come Deng Xiaoping con le riforme economiche,
avviate in «zone speciali»: perché non permettere a una città
relativamente piccola come Hong Kong di andare avanti con l’esperimento
democratico? Anche se Xi Jinping non farà usare la forza nelle strade di
Hong Kong, non c’è da illudersi su concessioni liberali. In primavera,
quando ha visitato le istituzioni europee a Bruxelles, Xi ha spiegato
con naturalezza: «Monarchia costituzionale, restaurazione imperiale,
parlamentarismo, multipartitismo, presidenzialismo: abbiamo considerato
tutti questi sistemi e li abbiamo provati, ma non hanno funzionato, ci
hanno fatto rischiare la catastrofe». La Cina resta quindi nell’era
dell’incontestabile ruolo guida del partito comunista. Questo ha detto
Xi in pubblico. A porte chiuse, davanti ai compagni del Politburo, è
stato più chiaro. Lo spettro per la nomenklatura cinese è sempre il
crollo dell’Unione Sovietica. E il presidente ha ammonito: «L’Urss è
caduta perché non c’è stato nessuno abbastanza uomo da levarsi in piedi
per difendere il partito nel momento cruciale». Xi ha fatto anche
circolare una direttiva per mettere in guardia i quadri che i «valori
universali non esistono», sono solo il Cavallo di Troia dell’Occidente
per indebolire la Cina. La polizia ha subito risposto arrestando
personalità famose del Web che sui blog «diffondevano voci su valori
universali». La campagna si è intensificata con l’ordine di attenersi
alla «purificazione intellettuale», secondo i Quattro principi cardine:
dittatura democratica del popolo; via socialista; guida del partito
secondo il marxismo-leninismo; pensiero di Mao Zedong. Dalla Cina, sotto
l’attuale leadership, non c’è dunque da attendersi fughe in avanti. Il
massimo che Pechino può ammettere è il «centralismo democratico»:
libertà di decisione, unità d’azione.
Quest’anno però in Asia un
miliardo e settecentomila persone sono andate alle urne. Dal Bangladesh
alla Thailandia, all’India, all’Indonesia. Un quarto della popolazione
mondiale che in pochi mesi elegge i suoi rappresentanti è sicuramente
una buona cosa. Però, a ben guardare, per la democrazia parlamentare
anche in questi grandi Paesi asiatici che accogliamo al vertice Asem di
Milano si prospettano tempi duri. Il Bangladesh resta spaccato dallo
scontro tra la premier Sheikh Hasina e la rivale Khaleda Zia che ha
boicottato il voto. La Thailandia è in mano ai militari, dopo che per
mesi l’opposizione aveva paralizzato il governo della signora Yingluck
Shinawatra, accusandola di prendere ordini dal fratello Thaksin. Per
l’opposizione non conta quante volte gli Shinawatra vincano le elezioni:
questa larga minoranza non è disposta ad accettare il risultato. La
contestazione ha preparato il terreno al golpe. Il fallimento della
Thailandia è stato usato dalla stampa cinese come esempio del rischio
destabilizzante della democrazia elettorale.
In Cambogia è primo
ministro da vent’anni l’ex khmer rosso Hun Sen e le rivendicazioni dei
lavoratori del tessile, sottopagati e sfruttati, sono state represse
dalla polizia. In Malaysia ci sono state violenze contro la comunità
cristiana; in Myanmar moti anti-musulmani. L’India ha messo in scena,
come sempre, la più imponente rappresentazione di democrazia elettorale
al mondo, scegliendo il nazionalista-riformista Narendra Modi come
premier. Entusiasmati dal Nobel per la pace assegnato alla pachistana
Malala e all’indiano Kailash Satyarthi, non ci siamo quasi accorti che
la settimana scorsa i due Paesi si sono scambiati cannonate sul Kashmir,
uccidendo una ventina di civili. C’è però un caso virtuoso, in un
grande Paese come l’Indonesia: tramontata l’era delle dittature, nelle
presidenziali è emerso un volto nuovo e riformista, Joko Widodo, che
entrerà in carica lunedì prossimo. Basterà l’uomo che gli indonesiani
chiamano Jokowi a salvare l’ideale di democrazia elettiva in Asia ?
@guidosant
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