mercoledì 15 ottobre 2014

Augé invecchia e si consola

Il tempo senza etàMarc Augé: Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, Raffaello Cortina ed., pagg. 104, euro 11

Risvolto
Raggiunta l’età in cui succede che qualcuno sul metrò si alzi per cedergli il posto, Marc Augé scava nei propri ricordi personali per sviluppare una riflessione, acuta e delicata, sul tempo che passa. “Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo”, scrive il grande antropologo per evidenziare la differenza tra il tempo e l’età. Perché sono gli altri a dire che siamo vecchi, a definirci secondo luoghi comuni ma questa etichetta resta superficiale e lontana da quel che avvertiamo dentro di noi. Dunque, la vecchiaia non esiste. Certo, i corpi si logorano ma la soggettività resta, in qualche modo, fuori dal tempo ed è così che, come scrive Augé alla fine di questo libro luminoso, “tutti muoiono giovani”
Raggiunta l’età in cui succede che qualcuno sul metrò si alzi per cedergli il posto, Marc Augé scava nei propri ricordi personali per sviluppare una riflessione, acuta e delicata, sul tempo che passa. “Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo”, scrive il grande antropologo per evidenziare la differenza tra il tempo e l’età. Perché sono gli altri a dire che siamo vecchi, a definirci secondo luoghi comuni ma questa etichetta resta superficiale e lontana da quel che avvertiamo dentro di noi. Dunque, la vecchiaia non esiste. Certo, i corpi si logorano ma la soggettività resta, in qualche modo, fuori dal tempo ed è così che, come scrive Augé alla fine di questo libro luminoso, “tutti muoiono giovani”. - See more at: http://www.raffaellocortina.it/il-tempo-senza-et%C3%A0#sthash.uZ01luCy.dpuf

La vecchiaia fa ringiovanire l'editoriaL'etnologo Marc Augé e il filosofo Wilhelm Schmid: la vita consiste nell'alimentare fino all'ultimo i propri interessi


“Invecchio, dunque sono” L’ultima verità dell’anima
di Marc Augé Repubblica 15.10.14
QUALCHE volta ci rendiamo conto di essere invecchiati ritrovando il volto di una persona che avevamo “perso di vista” da qualche tempo. Arrivati a una certa età non si dovrebbe mai restare troppo lontani da chi siamo destinati a rivedere: ne approfittano per invecchiare senza avvertire e riaffiorano all’improvviso come scortese specchio della nostra decrepitezza. In una cerchia più intima e abituale ci si può in qualche modo rassicurare con un «è davvero invecchiato di colpo», ma sono solo parole, in qualche modo il cuore non c’è, quasi gliene vogliamo; ci domandiamo se è malato; cerchiamo una spiegazione. Poi ritorna familiare e, se sta bene, glielo si perdona, si dimentica, lo si ritrova, ci si raccapezza.
La relazione con il proprio corpo, con se stessi, non è più semplice. Non abbiamo l’occasione di guardarci in uno specchio tutti i giorni e quando accade ci capita di rifuggire il contatto e ci allontaniamo dopo un’occhiata breve o indifferente. Al contrario, qualche volta, ci soffermiamo. Può essere per intervenire su un dettaglio — una volta si diceva “farsi belli” — passandosi una mano nei capelli, aggiustandosi il nodo della cravatta o, per le signore, ritoccandosi il maquillage, nel caso si tratti di un uomo con cravatta e di una donna truccata. Oppure può semplicemente essere — se posso permettermi di dirlo — per contemplare la nostra immagine senza commento, in un gesto di letterale “riflesso”.
Con questa sorta di parametri la relazione con se stessi si snoda secondo una serie di sdoppiamenti che generano espressioni verbali: il mio corpo e io — mi tira colpi bassi o mi dà soddisfazioni; la mia consapevolezza e io — l’io del piano superiore, il Super-io che mi domina e reprime, oppure quello del piano inferiore, quello dei bassi istinti; me e me — io è un altro — , la diversità imprevedibile che sembra ripetersi e riprodursi sempre nell’identico modo ma può anche battermi sul tempo e sfuggirmi di sorpresa.
Tuttavia, quando mi guardo allo specchio e mi dico che sono invecchiato, sebbene interpelli il mio riflesso dandogli del tu, ricompongo e riunifico il mio corpo e i diversi “me” in un’improvvisa consapevolezza. Paradossalmente questo ritorno alla fase dello specchio mi libera dalle aporie della consapevolezza riflessiva. Invecchio, dunque vivo. Sono invecchiato, dunque sono.
Si dice che la solitudine sia uno dei mali più crudeli dell’età avanzata: in realtà, più il tempo passa più si sciolgono, o almeno si allentano, quei legami che ci tenevano ancorati alla riva. Il pensionamento, a cui tuttavia alcuni aspirano, impone e crea di colpo una distanza dalle familiarità quotidiane, una distanza che può inquietare tanto è forte la sua somiglianza con una specie di morte. Eppure a volte si celebra quell’avvenimento con una cerimonia che evoca un servizio funebre, con i suoi discorsi, i fiori e la sincera emozione di qualcuno.
Il problema della solitudine che l’età comporta sta nel fatto che essa non soltanto si impone come evidenza intima, ma anche come evidenza esteriore: gli altri tradiscono, disertano, si ritirano, sprofondano nella malattia o muoiono. Non si può invecchiare a lungo senza vedere molti amici cari allontanarsi o scomparire. Il peggio è che ci si abitua. O, almeno, che sembra ci si abitui, come se, non per indifferenza ma bensì per pudore, si rifiutasse di considerare abominevole quella sorte che sappiamo essere comune. Parimenti, esiste anche un’indifferenza crescente nei confronti della storia attuale, nei confronti degli altri, perfino dei più cari, che Léo Ferré ha cantato così: «... E ci si sente assolutamente soli, forse, ma tranquilli... «.
Solitudine subita, imposta dalla scomparsa dei coetanei e dallo sguardo degli altri; solitudine voluta, come per un riflesso di difesa o una forma di sfida. Tutte queste solitudini sono l’i- neluttabile prezzo della vecchiaia? Non è detto. Che la si “dimostri” o meno, certamente abbiamo la nostra età, noi l’abbiamo, sì, ma è lei al timone. Eppure, “avere” la nostra età significa vivere e i suoi segni sono dunque segni di vita. Dietro i pretesti proclamati di chi si mostra attento al proprio corpo possiamo scoprire — al di là di una certa civetteria — la voglia di vivere pienamente come invitava a fare Cicerone.
Il vivere pienamente è un ideale che molti non hanno avuto la possibilità di raggiungere durante la loro vita definita “attiva”, a causa di differenti obblighi che li vincolavano e pesavano su di loro. Succede dunque che il pensionamento sia effettivamente vissuto come liberazione e rinascita, come l’occasione di prendersi finalmente il tempo di vivere — vivere senza scadenze, di prendersi il proprio tempo senza più preoccuparsi dell’età.
Forse è una questione di fortuna: alcuni sono afflitti meno di altri dai malanni dell’età, o, almeno, lo sono ma più avanti negli anni. All’improvviso sopravviene la saggezza del gatto e domandano al loro corpo solo quello che è in grado di fare: vi si identificano e astutamente si risparmiano. Queste persone rappresentano proprio l’esempio che può essere contrapposto a qualunque analisi pessimistica evocata dal naufragio dell’età avanzata.
Di tanto in tanto ci stupiamo dell’ottimo umore dimostrato senza dissimulazione dagli anziani, che, per potersi godere la vita, sembrano avere atteso fino alla fine. In qualche modo è ciò che sintetizza lo spesso citato aforisma lapalissiano: «Cinque minuti prima di morire, Monsieur de La Palisse era ancora in vita». In effetti...
(testo tratto dal capitolo “ Invecchiare senza età” del libro “ Il tempo senza età” di Marc Augé)

L’arte d’invecchiare secondo Marc Augé
di Elena Loewenthal La Stampa 26.11.14
Sarà vero? Difficile dire se sia un auspicio, una certezza o una minaccia. Il sottotitolo del nuovo libro di Marc Augé dice che «la vecchiaia non esiste», ma in fondo le pagine che lo compongono sono un invito non a negare bensì ad accettare tale condizione. Il tempo senza età (Cortina editore, pp. 104, € 11) non è di fatto una disamina dell’assenza bensì una proposta per affrontare il tempo che passa non negandolo e nemmeno piangendolo. Augé parte dall’assunto che «la vita rappresenta una lunga e involontaria indagine» e invita a cogliere la dicotomia fra età, che è «la spunta minuziosa dei giorni che passano», e il tempo, che invece «è una libertà».
Di fronte allo stillicidio dei giorni che procede per accumulo, l’unica resistenza possibile non sta nella chirurgia plastica, nello sconforto o in un volontario rimbambimento, ma nell’uscire dalla nostalgia, trattando la vecchiaia – che comunque esiste eccome! – con i riguardi che gli antichi riservavano alle Erinni, dee della vendetta, chiamandole «Eumenidi» o «Benevole».
L’ultima età della vita, in fondo, è emblematica della condizione umana, in bilico fra una consapevolezza che diventa energia (e che a volte sfiora pericolosamente il delirio di onnipotenza) e una fragilità connaturata. Augé dichiara che quando qualcuno gli chiede l’età risponde che ovviamente la conosce. Ma non ci crede. Perché l’età è qualcosa di superficiale, una specie di etichetta che ci viene incollata addosso ma che il più delle volte è molto lontana dalla percezione che abbiamo di noi stessi. Quest’ultima è fatta di ricordi e speranze, di nostalgie e progetti, di emozioni antiche e nuove. Di illusioni e della nostra instabile capacità di stare soli con noi stessi.
Quella di Augé non è una ricetta facile, né di immediata assimilazione. In primo luogo, perché ci impone di non cadere nella trappola del giudizio: la vecchiaia è cosa buona o no? Piuttosto, spiega, «bisogna inchinarsi al suo orgoglio», anche se è fatta di cedimenti, rinunce, debolezze. E poi perché non propone soluzioni ma una disposizione d’animo che sia costante consapevolezza invece di rimozione. Si tratta insomma, di scendere a patti con i ricordi invece che rincorrere l’esperienza, e accettare cio che è per definizione inaccettabile: muoriamo tutti giovani. Troppo presto.


Il diario intimo di Augé per esorcizzare l’età 

17 mag 2015  Libero CLAUDIA GUALDANA 

Innanzitutto Charles Baudelaire: «Ho più ricordi che se avessi mille anni». Il verso dei Fiori del male è ripreso da Marc Augé nel suo ultimo libro. Classe 1935, etnologo, ex direttore dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, stavolta mette al centro della sua ricerca se stesso alle prese con l’incalzare della senilità. Augé presenta oggi Il tempo senza età, la vecchiaia non esiste ( Raffaello Cortina, pp. 104, euro 11) al Salone del Libro di Torino (Sala Blu, ore 17.30). 
I suoi ricordi, tra ricerche in Africa e in Sudamerica, se non occupano mille anni, di certo hanno provato a indagarli, in un’antropologia poi trasferita in Europa. Ha studiato la solitudine dell’uomo moderno alle prese con i «non-luoghi» - alberghi, autostrade, supermercati; ora si sposta sul rifiuto della vecchiaia, senescenza del corpo e della mente che si esorcizza come se fosse un male in qualche modo evitabile. Lo fa con insolita leggerezza, in un diario intimo pieno di sensazioni e di immagini; poi arrivano i dati e le citazioni dotte. Un viatico per prepararsi al raggiungimento della soglia e ad accettare gli anziani per quello che sono: persone a pieno titolo. 
In Africa - spiega - l’epiteto «vecchio» è un complimento. Gli anni sono un premio conferito all’esperienza. Da noi, invece, se non sono una colpa, segnano una condizione disdicevole. Se nel mondo atavico la senilità è onorata dai giovani, che tutto hanno da imparare, in quello civilizzato all’onore si sostituisce la pietà. «Vuole sedersi?», dice il giovane al vecchio, alzandosi sull’autobus per cedergli il posto, testimoniandone l’inutilità. I dati dell’Insee, l’Istituto nazionale di statistica e studi economici francese, parlano chiaro: l’età è il tempo trascorso dopo la nascita. Ma è possibile misurare il tempo? Non c’è risposta esauriente, se non quella di Baudelaire. L’uomo è quel corpo che cresce e infine muore, o è la somma delle sue esperienze? C’è da chiederselo in una civiltà che invecchia a fronte di una natalità prossima allo zero.  
Augé lo fa per noi rivalutando la vitalità insospettata degli ultimi atti dell’esistenza. È il corpo a deteriorarsi, non lo spirito. Perciò è una violenza parcheggiare le persone come se fossero cose inutili. Augé riporta i dati dei corsi di formazione per il personale di alcune case di riposo. Lapidaria è una frase: «Accettare la necessità d’intimità degli ospiti», in un punto in cui ci si interroga sulla scelta tra separare o meno i coniugi anziani. È disumano privare il vecchio della libertà, soprattutto di amare, e del suo status di cittadino. A indicarci la strada è il paganesimo. Cicerone nel De Senectute abbozza un ideale si serenità fatto di buone letture e di scrittura. «La vecchiaia non ha il monopolio della debolezza e della cattiva salute, che possono affliggere anche i giovani», rammenta. Fa bene Marc Augé a sventolarlo come una bandiera: non è spianando le rughe che si resta giovani, ma tenendo in allenamento la mente. Vivere insomma con passione, fino alla fine.

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