Sarah Dry: The Newton Papers.
The Strange and True Odyssey of Isaac Newton's Manuscripts, Oxford University Press
Risvolto
When Isaac Newton died at 85 without a will on March 20, 1727, he left a
mass of disorganized papers—upwards of 8 million words—that presented
an immediate challenge to his heirs. Most of these writings, on subjects
ranging from secret alchemical formulas to impassioned rejections of
the Holy Trinity to notes and calculations on his core discoveries in
calculus, universal gravitation, and optics, were summarily dismissed by
his heirs as "not fit to be printed." Rabidly heretical, alchemically
obsessed, and possibly even mad, the Newton presented in these papers
threatened to undermine not
just his personal reputation but the status of science itself. As a
result, the private papers of the world's greatest scientist remained
hidden to all but a select few for over two hundred years.
In The Newton Papers, Sarah
Dry divulges the story of how this secret archive finally came to
light—and the complex and contradictory man it revealed. Covering a
broad swath of history, Dry explores who controlled Newton's legacy, who
helped uncover him, and what, finally, we know about him today, nearly
three hundred years after his death. The Newton Papers presents
the eclectic group of collectors, scholars, and scientists who were
motivated to track down and collect Newton's private thoughts and
obsessions, many of whom led extraordinary lives themselves—from
economist
John Maynard Keynes to Abraham Yahuda, a friend of Albert Einstein and
key figure in the founding of Israel. The 300-year history of the
disappearance, dispersal and eventual rediscovery of Newton's papers
exposes how Newton has been made, and re-made, at the hands of unique
and idiosyncratic individuals, reflecting the changing status of science
over the centuries.
A riveting and untold story, The Newton Papers reveals a man altogether stranger and more complicated than the genius of legend.
Newton, l’ultimo dei maghi
I manoscritti mostrano un volto inedito del genio britannico Teologia e alchimia per lui venivano prima della matematica
di Stefano Gattei Corriere La Lettura 5.10.14
Quando morì, il 20 marzo 1727 (secondo il calendario giuliano, allora
vigente in Inghilterra), Isaac Newton non lasciò alcun testamento né
eredi diretti. Oltre ai beni, alla biblioteca e a un certo numero di
strumenti scientifici, l’inventario stilato dai curatori segnalava
un’enorme quantità di fogli manoscritti, difficilmente classificabili.
Alcuni contenevano annotazioni scientifiche di vario genere, altri
trattavano di alchimia, cronologia, teologia, storia della Chiesa.
John Conduitt, successore di Newton come governatore della Zecca e
marito di Catherine Barton, figlia della sorellastra dello scienziato,
chiese alla Royal Society di valutare i manoscritti in vista di una loro
eventuale pubblicazione. Dopo soli tre giorni di lavoro furono
individuati cinque documenti che valeva la pena di dare alle stampe. Il
resto, si disse, era stato lasciato in una forma troppo frammentaria, o
era comunque inadatto a essere divulgato.
Nel 1740 i manoscritti entrarono in possesso della famiglia Portsmouth,
che nel 1872 decise di donarli interamente all’Università di Cambridge,
tranne un piccolo numero di testi teologici e cronologici, inviati nel
1755 ad Arthur A. Sykes e successivamente confluiti nella Bodleian
Library di Oxford. Venne istituita una commissione, che incaricò due
importanti matematici del tempo, John C. Adams e George Stokes, di
esaminare gli scritti «scientifici»; a Henry R. Luard, medievista,
vennero invece affidati i testi teologici e alchemici. Dopo lunghe
indagini, nel 1888 i manoscritti «non scientifici» vennero restituiti
alla famiglia, e di essi non si parlò più. Fino al 1936, quando
Sotheby’s li mise all’asta a Londra.
I 332 lotti di carte e altri Newtoniana vennero battuti per poco più di
novemila sterline, una cifra considerevolmente inferiore a quella cui
oggi viene valutato anche un solo foglio manoscritto di Newton. Fra gli
acquirenti anche John Maynard Keynes, padre della macroeconomia moderna,
che riuscì ad aggiudicarsi 39 lotti. Più tardi, quando provò ad
acquistarne altri da alcuni dei partecipanti, scoprì di essere in
competizione con un arabista e imprenditore ebreo, Abraham S. Yahuda,
particolarmente interessato ai manoscritti teologici. Keynes riuscì alla
fine a entrare in possesso di 130 lotti, Yahuda di 39. Alla morte di
Keynes, nel 1946, i manoscritti in suo possesso furono donati a
Cambridge; quelli di Yahuda, respinti da Harvard, Yale e Princeton,
vennero lasciati allo Stato di Israele, che nel 1969 decise finalmente
di destinarli all’Università di Gerusalemme.
C’è un tocco di Borges nell’odissea di questi manoscritti, narrata come
un romanzo da Sarah Dry nel suo recente lavoro The Newton Papers (Oxford
University Press). Il libro unisce la storia avventurosa dei testi alla
descrizione dell’immagine pubblica del grande scienziato, evolutasi di
pari passo con la scoperta del «multiforme ingegno» di Sir Isaac.
Migliaia di fogli documentano infatti la lettura, la trascrizione e il
commento minuzioso di vari testi alchemici. Le pagine più controverse
sono però quelle di carattere teologico. Newton credeva in Dio, ma nel
1667 aveva insistito per farsi esentare, con apposita dispensa regia,
dal prendere gli ordini religiosi in seno alla Chiesa anglicana, come
veniva richiesto a ogni membro dell’Università di Cambridge; e in punto
di morte, alla presenza di due sole persone (che tennero accuratamente
nascosta la notizia), rifiutò i sacramenti.
Egli riteneva che nella disputa che aveva segnato la storia della Chiesa
durante il IV secolo fosse stata perpetrata, da parte di Atanasio e dei
suoi seguaci, una gigantesca frode: il testo sacro sarebbe stato
alterato in molti punti allo scopo di affermare la dottrina del
Trinitarismo. Fellow (paradossalmente, viene quasi da dire) del Trinity
College, uno dei più prestigiosi dell’Università, Newton si era convinto
che la dottrina della Trinità — divenuta dogma, secondo cattolici e
anglicani, con il Concilio di Nicea del 325 — fosse stata «inventata» e
imposta ai cristiani all’epoca della trionfale vittoria su Ario e sugli
«eretici» Ariani. Adorare Cristo come Dio costituiva, per Newton, una
manifestazione di idolatria: mediatore fra l’uomo e Dio, Cristo non è
consustanziale al Padre. Se «non si devono ammettere più cause delle
cose naturali di quelle che bastano a spiegare i loro fenomeni», come si
legge nei Principia , allo stesso modo, per Newton, Dio non va
moltiplicato praeter necessitatem .
In alchimia o teologia, come in meccanica e astronomia, Newton non si
accontenta del linguaggio metaforico o allusivo comune a tanti autori
del tempo, ma conduce un’indagine di carattere quantitativo, esigendo
sempre un linguaggio rigoroso, un’argomentazione stringente. Il teologo e
il matematico sono in Newton due facce della medesima medaglia: forse,
come piaceva pensare a Maurizio Mamiani (che per primo, nel 1994,
pubblicò il Trattato sull’Apocalisse , tratto dai manoscritti di
Yahuda), lo studio dei «principi matematici della filosofia naturale» è
stato solo l’esercitazione scientifica di un gigante della teologia.
Poco prima di morire, Keynes scrisse che «Newton non fu il primo
rappresentante dell’Illuminismo. Fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei
Babilonesi e dei Sumeri, l’ultima grande mente che guardò al mondo con
gli stessi occhi con cui lo avevano guardato coloro che migliaia di anni
prima avevano gettato le fondamenta del nostro patrimonio culturale».
Alla luce dei manoscritti, che vengono a poco a poco resi disponibili
online sul sito del Newton Project, riportare tutte le affermazioni
dell’autore dei Principia entro un contesto «scientifico», così come lo
intendiamo ora, costituisce senza dubbio un tradimento della sua eredità
intellettuale. Ciò non vuol dire sminuirne il genio, anzi. Come osservò
ancora Keynes, «credo che Newton fosse diverso dal quadro che
convenzionalmente è stato dipinto di lui. Ma non penso, per questo, che
egli fosse meno grande».
Le carte salvate di Sir Isaac
Fu come scoperchiare un vaso di Pandora. L’immagine del freddo
razionalista e abile sperimentatore dell’autore dei Principia
mathematica (1687) e dell’Opticks (1704) veniva trasformata in
profondità, a tal punto da compromettere non solo la sua reputazione, ma
anche quella del metodo scientifico che egli incarnava. Una reputazione
che non aveva mai smesso di crescere, e la cui storia è al centro del
libro di Sarah Dry. Che senza alcuna pretesa di originalità – essendo
già tutto ben noto, almeno agli specialisti – riesce tuttavia a tenere
il lettore con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. E lo fa
con il ritmo di una detective story, dove la fama di Newton è legata a
doppio filo alla curiosa saga dei suoi manoscritti, che vengono
nascosti, dimenticati, dispersi, riscoperti e infine resi pubblici.
L’episodio più clamoroso di questa saga fu appunto l’asta pubblica
organizzata da Sotheby’s a Londra nel luglio 1936. Ma il viaggio delle
carte di Newton era già iniziato alla sua morte, il 20 marzo 1727,
quando finirono nelle mani della nipote Catherine Barton e del marito
John Conduitt. Confidente di Newton negli anni della vecchiaia e suo
successore alla direzione della Zecca, Conduitt aveva deciso di
celebrarne la memoria con una biografia degna del "grande uomo",
basandosi ovviamente sui manoscritti appena ereditati. Un’impresa che
però non riuscì a onorare, anche se ebbe la lungimiranza di conservarli e
di lasciarli in custodia alla figlia Catherine. Che nel 1740 si sposò
con John Wallop, primo conte di Portsmouth, nella cui dimora i
manoscritti sarebbero rimasti per quasi due secoli.
Nel frattempo, la pubblicazione postuma di due opere di Newton – La
cronologia degli antichi regni emendata (1728) e le Osservazioni sulle
profezie di Daniele e l’Apocalisse di Giovanni (1733) – aveva scatenato
varie speculazioni, essendo ormai evidente che i suoi interessi non
erano stati soltanto di natura scientifica. Circolarono anche
indiscrezioni sulle sue peculiari convinzioni religiose, come per
esempio la negazione del dogma della Trinità. Tuttavia, né le opere
postume né le voci sull’eterodossia di Newton riuscirono a intaccare la
sua fama. Come osserva Sarah Dry: «Newton entrò nel XIX secolo con il
suo nome e le sue opere santificate dai monumenti, e con le sue
fragilità cancellate dalla memoria». A offuscarne un po’ la reputazione
fu la conoscenza di alcune lettere, dalle quali emergeva che nel 1693
egli era stato vittima di un grave collasso psichico. Un evento che il
matematico francese Jean-Baptiste Biot, in un breve profilo del 1822,
considerò un punto di svolta nella vita di Newton, segnando la fine
della sua attività scientifica a tutto vantaggio degli studi teologici,
che erano dunque il frutto di una mente non più vigile.
L’interpretazione di Biot, oltre che scalpore, suscitò un enorme
dibattito, e spinse il fisico scozzese David Brewster a intraprendere
una vigorosa difesa
| Sir Isaac Newton (1642-1727) ritratto da Enoch Seaman (1726); a destra
una sua pagina manoscritta, dalla Cambridge University Library di
Newton. Un lavoro che culminò nel 1855 in una magistrale biografia in
due volumi dove, grazie anche alla possibilità di accedere ai
manoscritti, si accennava finalmente agli interessi alchemici di Newton,
glissando tuttavia sulle sue convinzioni eretiche.
Si arriva così al 1872, quando Isaac Newton Wallop, quinto conte di
Portsmouth, decise di donare i manoscritti all’University Library di
Cambridge. L’Università istituì una commissione, composta per lo più da
scienziati, che poteva esaminare, ed era la prima volta che ciò
accadeva, l’intero archivio personale di Newton. Dopo 16 anni, i
commissari produssero un catalogo completo della collezione, ma fecero
acquisire alla biblioteca soltanto le carte di carattere scientifico,
restituendo le altre al generoso conte, perché ritenute di scarso
interesse. Di esse non si sarebbe saputo più nulla per quasi mezzo
secolo.
I manoscritti di Newton riemersero inaspettatamente dall’oblio nel
1936, con alcuni articoli sui giornali che ne annunciaPer la prima
volta i manoscritti visconteo sforzeschi di don Carlo Trivulzio, opere
di inestimabile pregio, sono stati digitalizzati e resi consultabili
online su Graficheincomune. Biblioteca virtuale della grafica del Comune
di Milano che consente di consultare migliaia di documenti con un
semplice clic. Il progetto digitalizzazione rientra nell’ambito di un
importante programma di valorizzazione del patrimonio della Trivulziana
e, più in generale, di tutte le opere grafiche, le illustrazioni
librarie e i documenti cartacei degli archivi e delle biblioteche
specialistiche del Comune di Milano. vano la vendita il 13 e il 14
luglio presso Sotheby’s, su mandato di Gerard Wallop, nono conte di
Portsmouth. Incalzato da gravi difficoltà finanziarie, dismettere le
carte ingiallite di quel remoto antenato, al visconte Lymington, come
Wallop era anche noto, non diede certo gran pena. Né d’altronde se la
diedero le istituzioni dove Newton aveva operato nel corso della sua
lunga vita: nessun rappresentante del Trinity College di Cambridge o
della Royal Society partecipò all’asta. Nella più assoluta indifferenza,
si stava consumando la triste dispersione del patrimonio materiale e
intellettuale dello s c i enziato r i veri t o nell’abbazia di
Westminster come una gloria nazionale.
Un fatto di cui si rammaricò John Maynard Keynes, che invece aveva
tralasciato ogni impegno pur di essere presente a quell’asta.
Consulente economico del Governo britannico, professore all’Università
di Cambridge, Keynes era il più influente economista della sua
generazione. Ma era anche un raffinato collezionista di libri antichi,
che fin da quando era studente aveva messo insieme un numero
impressionante di testi di grande pregio, tra cui ben quattro esemplari
dell’assai rara prima edizione dei Principia, uno dei quali comperato
nel 1905 su una bancarella a Cambridge per soli 4 scellini! E avrebbe
svolto un ruolo fondamentale nel cambiamento dell’immagine tradizionale
di Newton.
All’asta, Keynes riuscì ad aggiudicarsi un’ampia porzione dei
manoscritti, mentre i rimanenti furono venduti ad antiquari di
professione. Ma già alcuni giorni dopo, e poi negli anni a venire,
l’economista contattò diversi di loro per cercare di acquistare tutti
gli scritti alchemici di Newton con l’obiettivo di riunirli. Nel 1942,
la maggior parte di essi, insieme ad alcune carte di argomento
teologico, erano nelle sue mani. E li usò per presentare un Newton
anticonvenzionale, che non era né un razionalista né il primo grande
scienziato moderno, ma «l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei Babilonesi e
dei Sumeri», un mistico cioè che intendeva ripristinare quella sapienza
esoterica dove si custodivano le origini culturali della civiltà.
Ma Keynes non fu l’unico protagonista dell’avventurosa storia dei manoscritti newtoniani.
Quasi in contemporanea, un altro personaggio manifestò
un’attrazione irresistibile per quelle preziose carte. Era Abraham
Yahuda, un ebreo cosmopolita, nato a Gerusalemme nel 1877, che aveva
perfezionato i suoi studi a Francoforte, Heidelberg e Strasburgo.
Rinomato linguista e spirito indipendente, oltre che docente di
Filologia semitica e di Letteratura rabbinica in diverse Università
europee, Yahuda era anche un avido collezionista con un fiuto
incredibile. E fu proprio questa dote a spingerlo verso Newton,
soprattutto quando seppe che molte delle sue carte private riguardavano
la Bibbia, la cabbala e la storia ebraica. Così, pur non essendo
presente all’asta organizzata da Sotheby’s nel luglio 1936, già il mese
successivo fu in grado di acquistarne gran parte dagli antiquari che se
le erano aggiudicate. Ai suoi occhi, anche questo poteva essere un modo
utile per promuovere la causa degli ebrei in un periodo in cui la loro
posizione, con l’avvento del nazismo, diventava sempre più precaria. Nel
giro di pochi anni Yahuda, con un’operazione simile a quella di Keynes,
riuscì a mettere insieme quasi tutti i più importanti manoscritti
teologici di Newton.
Keynes morì nel 1946 e Yahuda cinque anni dopo. Entrambi donarono
le loro collezioni rispettivamente al King’s College di Cambridge e alla
biblioteca dell’Università Ebraica di Gerusalemme, rendendo finalmente
accessibile l’ingente mole degli scritti non scientifici di Newton. Un
evento che ha imposto di ripensare il significato e la collocazione
storica di Newton, e che ha suscitato e continua a suscitare accese
controversie tra gli studiosi. Ma che invita anche a riflettere, come
sottolinea Sarah Dry, «sulle contraddizioni di un genio e sulla sua
complessa eredità».
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