domenica 5 ottobre 2014

Isaac Newton tra modernità e tradizione: la storia dei manoscritti

The Newton Papers The Strange and True Odyssey of Isaac Newton's Manuscripts
Sarah Dry: The Newton Papers. 
The Strange and True Odyssey of Isaac Newton's Manuscripts, Oxford University Press

Risvolto
When Isaac Newton died at 85 without a will on March 20, 1727, he left a mass of disorganized papers—upwards of 8 million words—that presented an immediate challenge to his heirs. Most of these writings, on subjects ranging from secret alchemical formulas to impassioned rejections of the Holy Trinity to notes and calculations on his core discoveries in calculus, universal gravitation, and optics, were summarily dismissed by his heirs as "not fit to be printed." Rabidly heretical, alchemically obsessed, and possibly even mad, the Newton presented in these papers threatened to undermine not just his personal reputation but the status of science itself. As a result, the private papers of the world's greatest scientist remained hidden to all but a select few for over two hundred years.

In The Newton Papers, Sarah Dry divulges the story of how this secret archive finally came to light—and the complex and contradictory man it revealed. Covering a broad swath of history, Dry explores who controlled Newton's legacy, who helped uncover him, and what, finally, we know about him today, nearly three hundred years after his death. The Newton Papers presents the eclectic group of collectors, scholars, and scientists who were motivated to track down and collect Newton's private thoughts and obsessions, many of whom led extraordinary lives themselves—from economist John Maynard Keynes to Abraham Yahuda, a friend of Albert Einstein and key figure in the founding of Israel. The 300-year history of the disappearance, dispersal and eventual rediscovery of Newton's papers exposes how Newton has been made, and re-made, at the hands of unique and idiosyncratic individuals, reflecting the changing status of science over the centuries.
A riveting and untold story, The Newton Papers reveals a man altogether stranger and more complicated than the genius of legend.

Newton, l’ultimo dei maghi

I manoscritti mostrano un volto inedito del genio britannico Teologia e alchimia per lui venivano prima della matematica
di Stefano Gattei Corriere La Lettura 5.10.14


Quando morì, il 20 marzo 1727 (secondo il calendario giuliano, allora vigente in Inghilterra), Isaac Newton non lasciò alcun testamento né eredi diretti. Oltre ai beni, alla biblioteca e a un certo numero di strumenti scientifici, l’inventario stilato dai curatori segnalava un’enorme quantità di fogli manoscritti, difficilmente classificabili. Alcuni contenevano annotazioni scientifiche di vario genere, altri trattavano di alchimia, cronologia, teologia, storia della Chiesa. 
John Conduitt, successore di Newton come governatore della Zecca e marito di Catherine Barton, figlia della sorellastra dello scienziato, chiese alla Royal Society di valutare i manoscritti in vista di una loro eventuale pubblicazione. Dopo soli tre giorni di lavoro furono individuati cinque documenti che valeva la pena di dare alle stampe. Il resto, si disse, era stato lasciato in una forma troppo frammentaria, o era comunque inadatto a essere divulgato. 
Nel 1740 i manoscritti entrarono in possesso della famiglia Portsmouth, che nel 1872 decise di donarli interamente all’Università di Cambridge, tranne un piccolo numero di testi teologici e cronologici, inviati nel 1755 ad Arthur A. Sykes e successivamente confluiti nella Bodleian Library di Oxford. Venne istituita una commissione, che incaricò due importanti matematici del tempo, John C. Adams e George Stokes, di esaminare gli scritti «scientifici»; a Henry R. Luard, medievista, vennero invece affidati i testi teologici e alchemici. Dopo lunghe indagini, nel 1888 i manoscritti «non scientifici» vennero restituiti alla famiglia, e di essi non si parlò più. Fino al 1936, quando Sotheby’s li mise all’asta a Londra. 
I 332 lotti di carte e altri Newtoniana vennero battuti per poco più di novemila sterline, una cifra considerevolmente inferiore a quella cui oggi viene valutato anche un solo foglio manoscritto di Newton. Fra gli acquirenti anche John Maynard Keynes, padre della macroeconomia moderna, che riuscì ad aggiudicarsi 39 lotti. Più tardi, quando provò ad acquistarne altri da alcuni dei partecipanti, scoprì di essere in competizione con un arabista e imprenditore ebreo, Abraham S. Yahuda, particolarmente interessato ai manoscritti teologici. Keynes riuscì alla fine a entrare in possesso di 130 lotti, Yahuda di 39. Alla morte di Keynes, nel 1946, i manoscritti in suo possesso furono donati a Cambridge; quelli di Yahuda, respinti da Harvard, Yale e Princeton, vennero lasciati allo Stato di Israele, che nel 1969 decise finalmente di destinarli all’Università di Gerusalemme. 
C’è un tocco di Borges nell’odissea di questi manoscritti, narrata come un romanzo da Sarah Dry nel suo recente lavoro The Newton Papers (Oxford University Press). Il libro unisce la storia avventurosa dei testi alla descrizione dell’immagine pubblica del grande scienziato, evolutasi di pari passo con la scoperta del «multiforme ingegno» di Sir Isaac. 
Migliaia di fogli documentano infatti la lettura, la trascrizione e il commento minuzioso di vari testi alchemici. Le pagine più controverse sono però quelle di carattere teologico. Newton credeva in Dio, ma nel 1667 aveva insistito per farsi esentare, con apposita dispensa regia, dal prendere gli ordini religiosi in seno alla Chiesa anglicana, come veniva richiesto a ogni membro dell’Università di Cambridge; e in punto di morte, alla presenza di due sole persone (che tennero accuratamente nascosta la notizia), rifiutò i sacramenti. 
Egli riteneva che nella disputa che aveva segnato la storia della Chiesa durante il IV secolo fosse stata perpetrata, da parte di Atanasio e dei suoi seguaci, una gigantesca frode: il testo sacro sarebbe stato alterato in molti punti allo scopo di affermare la dottrina del Trinitarismo. Fellow (paradossalmente, viene quasi da dire) del Trinity College, uno dei più prestigiosi dell’Università, Newton si era convinto che la dottrina della Trinità — divenuta dogma, secondo cattolici e anglicani, con il Concilio di Nicea del 325 — fosse stata «inventata» e imposta ai cristiani all’epoca della trionfale vittoria su Ario e sugli «eretici» Ariani. Adorare Cristo come Dio costituiva, per Newton, una manifestazione di idolatria: mediatore fra l’uomo e Dio, Cristo non è consustanziale al Padre. Se «non si devono ammettere più cause delle cose naturali di quelle che bastano a spiegare i loro fenomeni», come si legge nei Principia , allo stesso modo, per Newton, Dio non va moltiplicato praeter necessitatem . 
In alchimia o teologia, come in meccanica e astronomia, Newton non si accontenta del linguaggio metaforico o allusivo comune a tanti autori del tempo, ma conduce un’indagine di carattere quantitativo, esigendo sempre un linguaggio rigoroso, un’argomentazione stringente. Il teologo e il matematico sono in Newton due facce della medesima medaglia: forse, come piaceva pensare a Maurizio Mamiani (che per primo, nel 1994, pubblicò il Trattato sull’Apocalisse , tratto dai manoscritti di Yahuda), lo studio dei «principi matematici della filosofia naturale» è stato solo l’esercitazione scientifica di un gigante della teologia. 
Poco prima di morire, Keynes scrisse che «Newton non fu il primo rappresentante dell’Illuminismo. Fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei Babilonesi e dei Sumeri, l’ultima grande mente che guardò al mondo con gli stessi occhi con cui lo avevano guardato coloro che migliaia di anni prima avevano gettato le fondamenta del nostro patrimonio culturale». Alla luce dei manoscritti, che vengono a poco a poco resi disponibili online sul sito del Newton Project, riportare tutte le affermazioni dell’autore dei Principia entro un contesto «scientifico», così come lo intendiamo ora, costituisce senza dubbio un tradimento della sua eredità intellettuale. Ciò non vuol dire sminuirne il genio, anzi. Come osservò ancora Keynes, «credo che Newton fosse diverso dal quadro che convenzionalmente è stato dipinto di lui. Ma non penso, per questo, che egli fosse meno grande».

Le carte salvate di Sir Isaac
Sarah Dry ricostruisce l’incredibile vicenda dei manoscritti di Newton. Un vero giallo che coinvolse anche J. M. Keynes2 nov 2014 Il Sole 24 Ore Di Franco Giudice
Un visconte squattrinato, ultimo custode delle carte private di uno tra i più celebri scienziati della storia; uno stimato economista, esteta trasgressivo dalla grande passione bibliofila; un esperto di filologia semitica, eccentrico collezionista di manoscritti rari. Potrebbero essere i personaggi di un intrigante racconto alla Borges, invece sono i protagonisti di un non meno avvincente episodio reale degli anni Trenta del Novecento: tutti coinvolti, con ruoli e interessi diversi, in un’asta pubblica dove si decide il destino di quelle carte private. Che sono di inestimabile valore, sia perché il celebre scienziato cui appartenevano era Isaac Newton, sia perché si trattava di documenti rimasti inaccessibili o quasi per un paio di secoli. E che rivelavano, per di più, le sembianze sconosciute di un uomo che per tutta la vita, insieme alla sua attività scientifica, si era dedicato all’alchimia, alle profezie bibliche e alla cronologia universale.
       Fu come scoperchiare un vaso di Pandora. L’immagine del freddo razionalista e abile sperimentatore dell’autore dei Principia mathematica (1687) e dell’Opticks (1704) veniva trasformata in profondità, a tal punto da compromettere non solo la sua reputazione, ma anche quella del metodo scientifico che egli incarnava. Una reputazione che non aveva mai smesso di crescere, e la cui storia è al centro del libro di Sarah Dry. Che senza alcuna pretesa di originalità – essendo già tutto ben noto, almeno agli specialisti – riesce tuttavia a tenere il lettore con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. E lo fa con il ritmo di una detective story, dove la fama di Newton è legata a doppio filo alla curiosa saga dei suoi manoscritti, che vengono nascosti, dimenticati, dispersi, riscoperti e infine resi pubblici. L’episodio più clamoroso di questa saga fu appunto l’asta pubblica organizzata da Sotheby’s a Londra nel luglio 1936. Ma il viaggio delle carte di Newton era già iniziato alla sua morte, il 20 marzo 1727, quando finirono nelle mani della nipote Catherine Barton e del marito John Conduitt. Confidente di Newton negli anni della vecchiaia e suo successore alla direzione della Zecca, Conduitt aveva deciso di celebrarne la memoria con una biografia degna del "grande uomo", basandosi ovviamente sui manoscritti appena ereditati. Un’impresa che però non riuscì a onorare, anche se ebbe la lungimiranza di conservarli e di lasciarli in custodia alla figlia Catherine. Che nel 1740 si sposò con John Wallop, primo conte di Portsmouth, nella cui dimora i manoscritti sarebbero rimasti per quasi due secoli.
Nel frattempo, la pubblicazione postuma di due opere di Newton – La cronologia degli antichi regni emendata (1728) e le Osservazioni sulle profezie di Daniele e l’Apocalisse di Giovanni (1733) – aveva scatenato varie speculazioni, essendo ormai evidente che i suoi interessi non erano stati soltanto di natura scientifica. Circolarono anche indiscrezioni sulle sue peculiari convinzioni religiose, come per esempio la negazione del dogma della Trinità. Tuttavia, né le opere postume né le voci sull’eterodossia di Newton riuscirono a intaccare la sua fama. Come osserva Sarah Dry: «Newton entrò nel XIX secolo con il suo nome e le sue opere santificate dai monumenti, e con le sue fragilità cancellate dalla memoria». A offuscarne un po’ la reputazione fu la conoscenza di alcune lettere, dalle quali emergeva che nel 1693 egli era stato vittima di un grave collasso psichico. Un evento che il matematico francese Jean-Baptiste Biot, in un breve profilo del 1822, considerò un punto di svolta nella vita di Newton, segnando la fine della sua attività scientifica a tutto vantaggio degli studi teologici, che erano dunque il frutto di una mente non più vigile. L’interpretazione di Biot, oltre che scalpore, suscitò un enorme dibattito, e spinse il fisico scozzese David Brewster a intraprendere una vigorosa difesa
| Sir Isaac Newton (1642-1727) ritratto da Enoch Seaman (1726); a destra una sua pagina manoscritta, dalla Cambridge University Library di Newton. Un lavoro che culminò nel 1855 in una magistrale biografia in due volumi dove, grazie anche alla possibilità di accedere ai manoscritti, si accennava finalmente agli interessi alchemici di Newton, glissando tuttavia sulle sue convinzioni eretiche.
Si arriva così al 1872, quando Isaac Newton Wallop, quinto conte di Portsmouth, decise di donare i manoscritti all’University Library di Cambridge. L’Università istituì una commissione, composta per lo più da scienziati, che poteva esaminare, ed era la prima volta che ciò accadeva, l’intero archivio personale di Newton. Dopo 16 anni, i commissari produssero un catalogo completo della collezione, ma fecero acquisire alla biblioteca soltanto le carte di carattere scientifico, restituendo le altre al generoso conte, perché ritenute di scarso interesse. Di esse non si sarebbe saputo più nulla per quasi mezzo secolo.
I manoscritti di Newton riemersero inaspettatamente dall’oblio nel 1936, con alcuni articoli sui giornali che ne annunciaPer la prima volta i manoscritti visconteo sforzeschi di don Carlo Trivulzio, opere di inestimabile pregio, sono stati digitalizzati e resi consultabili online su Graficheincomune. Biblioteca virtuale della grafica del Comune di Milano che consente di consultare migliaia di documenti con un semplice clic. Il progetto digitalizzazione rientra nell’ambito di un importante programma di valorizzazione del patrimonio della Trivulziana e, più in generale, di tutte le opere grafiche, le illustrazioni librarie e i documenti cartacei degli archivi e delle biblioteche specialistiche del Comune di Milano. vano la vendita il 13 e il 14 luglio presso Sotheby’s, su mandato di Gerard Wallop, nono conte di Portsmouth. Incalzato da gravi difficoltà finanziarie, dismettere le carte ingiallite di quel remoto antenato, al visconte Lymington, come Wallop era anche noto, non diede certo gran pena. Né d’altronde se la diedero le istituzioni dove Newton aveva operato nel corso della sua lunga vita: nessun rappresentante del Trinity College di Cambridge o della Royal Society partecipò all’asta. Nella più assoluta indifferenza, si stava consumando la triste dispersione del patrimonio materiale e intellettuale dello s c i enziato r i veri t o nell’abbazia di Westminster come una gloria nazionale.
Un fatto di cui si rammaricò John Maynard Keynes, che invece aveva tralasciato ogni impegno pur di essere presente a quell’asta. Consulente economico del Governo britannico, professore all’Università di Cambridge, Keynes era il più influente economista della sua generazione. Ma era anche un raffinato collezionista di libri antichi, che fin da quando era studente aveva messo insieme un numero impressionante di testi di grande pregio, tra cui ben quattro esemplari dell’assai rara prima edizione dei Principia, uno dei quali comperato nel 1905 su una bancarella a Cambridge per soli 4 scellini! E avrebbe svolto un ruolo fondamentale nel cambiamento dell’immagine tradizionale di Newton.
All’asta, Keynes riuscì ad aggiudicarsi un’ampia porzione dei manoscritti, mentre i rimanenti furono venduti ad antiquari di professione. Ma già alcuni giorni dopo, e poi negli anni a venire, l’economista contattò diversi di loro per cercare di acquistare tutti gli scritti alchemici di Newton con l’obiettivo di riunirli. Nel 1942, la maggior parte di essi, insieme ad alcune carte di argomento teologico, erano nelle sue mani. E li usò per presentare un Newton anticonvenzionale, che non era né un razionalista né il primo grande scienziato moderno, ma «l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei Babilonesi e dei Sumeri», un mistico cioè che intendeva ripristinare quella sapienza esoterica dove si custodivano le origini culturali della civiltà.
Ma Keynes non fu l’unico protagonista dell’avventurosa storia dei manoscritti newtoniani.
Quasi in contemporanea, un altro personaggio manifestò un’attrazione irresistibile per quelle preziose carte. Era Abraham Yahuda, un ebreo cosmopolita, nato a Gerusalemme nel 1877, che aveva perfezionato i suoi studi a Francoforte, Heidelberg e Strasburgo. Rinomato linguista e spirito indipendente, oltre che docente di Filologia semitica e di Letteratura rabbinica in diverse Università europee, Yahuda era anche un avido collezionista con un fiuto incredibile. E fu proprio questa dote a spingerlo verso Newton, soprattutto quando seppe che molte delle sue carte private riguardavano la Bibbia, la cabbala e la storia ebraica. Così, pur non essendo presente all’asta organizzata da Sotheby’s nel luglio 1936, già il mese successivo fu in grado di acquistarne gran parte dagli antiquari che se le erano aggiudicate. Ai suoi occhi, anche questo poteva essere un modo utile per promuovere la causa degli ebrei in un periodo in cui la loro posizione, con l’avvento del nazismo, diventava sempre più precaria. Nel giro di pochi anni Yahuda, con un’operazione simile a quella di Keynes, riuscì a mettere insieme quasi tutti i più importanti manoscritti teologici di Newton.
Keynes morì nel 1946 e Yahuda cinque anni dopo. Entrambi donarono le loro collezioni rispettivamente al King’s College di Cambridge e alla biblioteca dell’Università Ebraica di Gerusalemme, rendendo finalmente accessibile l’ingente mole degli scritti non scientifici di Newton. Un evento che ha imposto di ripensare il significato e la collocazione storica di Newton, e che ha suscitato e continua a suscitare accese controversie tra gli studiosi. Ma che invita anche a riflettere, come sottolinea Sarah Dry, «sulle contraddizioni di un genio e sulla sua complessa eredità».      

Nessun commento: