domenica 5 ottobre 2014

Il Nazareno, gli Apostoli e qualche Giuda: Vendola e Pippa Civati coprono Renzi a sinistra

Lo scenario peggiore possibile, tranne la scissione di Bersani e D'Alema. Grassi già imbarcato. Landini e il Manifesto a supporto. L'ala liberal di Repubblica che recita tutti i ruoli in commedia, facendo sia la parte del governo che quella dell'opposizione ma soprattutto la regia.
Resisteranno Prc e PdCI al richiamo della foresta?
Va detto che in piazza erano 4 gatti e se non era per le tv nessuno se ne accorgeva. Ci giochiamo i prossimi 20 anni [SGA].

Il patto degli apostoli: «Stavolta si va fino in fondo»

Il debutto. A Roma Landini, Civati, Vendola (e altri), la «coalizione dei diritti e del lavoro». Calcio d’avvio alla battaglia sull’art. 18 e contro le politiche del governo. Il presidente della Puglia e il dissidente Pd: una rete organizzata e un tour nel paese

Daniela Preziosi, il Manifesto ROMA, 4.10.2014 

Un patto, quello «degli Apo­stoli» (il copy­right è di Pippo Civati) con­tro quello del Naza­reno, e pazienza se nei van­geli la sto­ria andava in un altro verso; un tour in giro per il paese a rac­con­tare che gli ita­liani non sono solo i fol­lo­wer di Renzi; un pro­gramma (per Civati è quello del cen­tro­si­ni­stra abban­do­nato dal Pd per allearsi con le destre, ma su que­sto ci sono opi­nioni diverse). E innan­zi­tutto un impe­gno: quello di «andare fino in fondo». Almeno sta­volta: lo chiede chiaro alla poli­tica, ma anche alla ’sua’ Cgil, Mau­ri­zio Lan­dini dal palco di piazza Santi Apo­stoli a Roma. Dove ieri pome­rig­gio Nichi Ven­dola lan­cia la pro­po­sta di una «coa­li­zione dei diritti e del lavoro». «È il momento della coe­renza, di quando si fa quello che si dice», dice il lea­der Fiom e a qual­cuno della sini­stra Pd fischiano le orec­chie, «mi sono stan­cato di chi che ci dà la soli­da­rietà poi allarga le brac­cia», «noi fac­ciamo sul serio. E dopo il 25 otto­bre non ci fermiamo». 
Lan­dini parla dell’art.18 e della mani­fe­sta­zione della Cgil del 25 otto­bre, per­ché «il dot­tor Renzi sta impe­dendo di essere cit­ta­dini liberi nel luogo del lavoro». Ma non solo di que­sto: chiede al pre­mier di non rispet­tare il vin­colo euro­peo del 3 per cento, «se si fanno i com­pli­menti alla Fran­cia poi biso­gna essere con­se­guenti». Il lea­der sin­da­cale — applau­di­tis­simo, per­so­nag­gio cult osti­na­ta­mente cor­teg­giato da que­sta sini­stra — ce l’ha con la poli­tica, ma anche con il suo sin­da­cato, per­ché «con­ti­nuare a dire che le cose non vanno bene e poi accom­pa­gnare que­sti prov­ve­di­menti è come quando Cgil, Cisl e Uil dis­sero che la riforma For­nero sulle pen­sioni non andava bene e poi abbiamo fatto tre ore di scio­pero. Una cavo­lata». Prima del 25 però c’è il 10 otto­bre, la mobi­li­ta­zione degli stu­denti, avver­tono Danilo Lam­pis dell’Uds e Mapi Piz­zo­lante di Tilt, rete di asso­cia­zioni gio­va­nili, che si sca­tena con­tro la «pre­ca­rietà, una scelta poli­tica: que­sto governo vuole ren­dere tutti ricattabili». 
La piazza romana, che fu già quella dell’Ulivo di Prodi e del cen­tro­si­ni­stra, non è tutta piena: per con­vin­cere lo sbal­lot­tato e sfi­du­ciato popolo delle sini­stre che è la volta buona, in senso non ren­ziano, ce ne vorrà. Per strap­par­gli un sor­riso, dal palco, c’è la satira di Fran­ce­sca For­na­rio. Civati si prende un impe­gno: «Vi pro­pongo un patto degli Apo­stoli, laico tra­spa­rente e demo­cra­tico che ci fac­cia ripren­dere valori e prin­cipi. Un patto che si con­so­lidi subito nelle bat­ta­glie par­la­men­tari». E nel paese: «Ci vuole una mobi­li­ta­zione sociale: giriamo insieme l’Italia, spie­ghiamo le nostre posi­zioni, e fac­cia­molo insieme». Anche lui batte il tasto della coe­renza: «Per­ché qui siamo i soli che rispet­tano il patto con gli elet­tori che, nel 2013, ci hanno por­tato in par­la­mento». Ancora a pro­po­sito di coe­renza, Ven­dola attac­cherà il pre­mier e le sue «parole ad Assisi. Ma come si fa a citare San Fran­ce­sco», ieri era il santo del giorno, « e con­tem­po­ra­nea­mente a non met­tere al bando gli F35, un pes­simo con­tri­buto a tutte le guerre?». 
Al pros­simo giro «mi voglio pre­sen­tare con Ven­dola, non con Ver­dini», chiosa alla fine Pippo Civati. L’interpretazione auten­tica della frase sarà il gos­sip poli­tico dei pros­simi giorni. Del resto è un fatto che Civati è l’unico del Pd a sca­lare il palco degli Apo­stoli (in piazza ci sono anche Cor­ra­dino Mineo e Vin­cenzo Vita). Ste­fano Fas­sina era stato invi­tato: ma ha pre­fe­rito essere a Bolo­gna all’appuntamento della cor­rente di Gianni Cuperlo (dove in mat­ti­nata è andato anche Lan­dini), «per evi­tare stru­men­ta­liz­za­zioni». Quella sini­stra Pd — si con­si­glia di pren­derne atto — la bat­ta­glia sulla legge delega la farà rigo­ro­sa­mente den­tro il par­tito. Quanto invece ai mili­tanti dem, è cro­naca di que­sti giorni la fuga dai cir­coli e il crollo delle tes­sere. Il premier-segretario non se ne pre­oc­cupa, riven­di­cando il suo sma­gliante 40,8 delle europee. 
Dun­que sulla carta la «svolta a destra di Renzi», così la defi­ni­sce Ven­dola, («una sini­stra che dima­gri­sce i diritti si chiama destra» e con­tro l’accusa di essere vec­chi arnesi rossi risponde che «la moder­nità è ini­ziata quando la povera gente ha capito che poteva pro­nun­ciare la parola libertà»), insomma la «svolta a destra di Renzi» in teo­ria dovrebbe spa­lan­care pra­te­rie a sini­stra. Que­sta è la scom­messa, almeno. E però Ven­dola sem­bra aver fatto tesoro delle tante scon­fitte, e anche delle poche vit­to­rie della sua parte. Dal palco la Lista Tsi­pras, di cui Sel con­ti­nua a essere azio­ni­sta, non viene nomi­nata. Sul mani­fe­sto l’ha defi­nita «una semina». Cur­zio Mal­tese, unico dei tre eletti a Bru­xel­les pre­sente in piazza, alla fine non inter­viene (è arri­vato in ritardo, viene spiegato). 
La novità di gior­nata, quindi, è che Sel pro­pone un nuovo «per­corso». In fondo è lo stesso ten­ta­tivo lan­ciato nel 2009 con la nascita del «par­tito che ria­pre la par­tita a sini­stra», dopo i disa­stri dell’arcobaleno e quelli seguenti; e mai andato in porto fin qui. Ven­dola però giura che «non siamo venuti a met­tere un cap­pello, non ci met­tiamo alla testa di nes­sun can­tiere». «Non vogliamo morire di gover­ni­smo ma nean­che di estre­mi­smo». Oggi per esem­pio in Cala­bria Sel par­te­cipa le pri­ma­rie di coa­li­zione con Gianni Spe­ranza. E infatti il pas­sag­gio, all’orecchio alle­nato, spiega che la pro­po­sta è aperta a chi «non vuole guar­dare indie­tro e non vuole gio­care la par­tita che Renzi ha pen­sato per noi», quella della sini­stra incoa­liz­za­bile e d’antan (que­sto lo sot­to­li­nea Simone Oggionni, capo dei gio­vani comu­ni­sti del Prc, pre­senza signi­fi­ca­tiva sul palco: nella sini­stra radi­cale qual­cosa si muove, e infatti nella piazza c’è anche Clau­dio Grassi, capo­fila di una mino­ranza rifon­da­rola). La pro­po­sta di Ven­dola «una rete orga­niz­zata di quelli che non accet­tano le poli­ti­che eco­no­mi­che con­ser­va­trici di Renzi, per rimet­tere in piedi la sini­stra del futuro». E se Renzi non è — come sosten­gono i suoi spin — l’ultima occa­sione per l’Italia, que­sta invece ha tutta l’aria di essere l’ultima chia­mata per que­sta sinistra.

Repubblica 5.10.14
Renzi scardina la tradizione, Bersani e D’Alema resistono
Ma i “figli” dei vecchi big sono attratti dal leader
Civati e la scissione: “Tanti la chiedono”
Il Ragazzo e la Ditta due partiti in uno il futuro dei democratici alle prove d’autunno
di Concita De Gregorio

LADITTA, il Ragazzo. La luna di miele era per i fotografi, in verità una tregua armata. Estranei erano ed estranei sono rimasti. Al Partito (quello novecentesco, quello delle tessere che non ci sono più) il Ragazzo non è mai piaciuto: un’altra tradizione politica, tutta quella spregiudicatezza, occhiolino alle telecamere e nessuna gratitudine verso i padri. Alle Frattocchie lo avrebbero messo a rilegare atti del congresso, così si calma. Ma il Ragazzo le Frattocchie sa a malapena cosa siano, e poi quello era il Pci. A Renzi, d’altra parte, la Ditta è servita soprattutto come mezzo di trasporto: capolinea Palazzo Chigi. Come legittimazione, anche: vuoi mettere l’aura che ti dà essere alla guida del primo partito del centrosinistra europeo in confronto, mettiamo, a una lista civica. Difatti pazienza se non si iscrive più nessuno, “contano gli elettori”, ha ripetuto venerdì. Pazienza se nemmeno in Emilia vanno più a votare alle primarie, “nessuno ha interferito”, se la Ditta è in liquidazione perché “un partito senza iscritti non è più un partito”, parola di Bersani. Renzi: “Io parlo agli italiani, non ai dirigenti del Pd. Ogni volta che D’Alema apre bocca mi regala un punto”. Ecco, questo.
Dall’ultima direzione Pd è cambiato il mondo: ora è finalmente chiaro a tutti. Esistono due partiti dentro il Pd, anzi tre. Il partito di Renzi, la vecchia Ditta, la sinistra di Civati. Guardate i video su Youtube. Osservate come si muovono, ascoltate cosa dicono. La velocità, la quantità di parole per minuto. Lo schema di gioco: i vecchi in difesa, il Ragazzo all’attacco. I verbi al passato, i verbi al futuro. Bersani, D’Alema, i dirigenti venuti dal Pci hanno patito, irriso, combattuto Matteo Renzi — un boy scout scaltro e ambizioso, un democristiano 2.0 fissato con Twitter, ridevano — fino a che non ha vinto: le primarie prima, le europee dopo con un risultato da lasciare tutti muti. Il 40, e zitti. In mezzo la partita del Quirinale, che senza i 101 e rotti “traditori” avrebbe potuto davvero cambiare le sorti del Paese, ma non è accaduto e ancora resta da spiegare come, perché, per mano di chi. Ora preparano la fronda. D’Alema riunisce i suoi parlamentari a cena, Bersani parla con Pippo Civati il quale a sua volta parla con Vendola. Ieri erano insieme in manifestazione in piazza Santi Apostoli: Vendola, Civati, Landini. Un’altra sinistra possibile, ancora una. La scissione è il tema del momento. Subito? A dicembre? Non appena mancheranno i voti al Senato, magari per la legge di Stabilità?
Ora: a chi vive nel mondo reale è piuttosto chiaro che quel che accade dentro il Pd interessa ormai solo a chi lo abita. Agita curve sempre più esigue. Interessa pochissimo anche Renzi, infastidito dalle diatribe delle minoranze interne almeno quanto Berlusconi lo era dal dibattito parlamentare. Una zavorra: “Se decidono di uscire fanno il 5, e andiamo più veloce”, ha detto l’altro giorno a uno dei suoi tre uomini di fiducia — di tre persone sole si fida davvero. Fanno il 5, dice di Civati e del possibile “nuovo soggetto politico” che si è affacciato ieri dal palco di Sel. “E’ troppo presto, ora, per rompere”, dice rientrando verso casa Felice Casson, senatore civatiano e possibile candidato sindaco per Venezia. “Con l’articolo 18 in aula si andrà per le lunghe. Lo stesso governo non ha chiesto, in conferenza di capigruppo, di contingentare i tempi del dibattito: segno che il governo per primo non ha fretta”. Il governo non ha fretta di arrivare al voto finale. Civati ragiona sui tempi: “Mi chiedono di uscire dal Pd per strada, in treno, al bar mentre prendo un caffè”. Ma è presto, ripete. “Non prima di dicembre di sicuro, deve passare dicembre”.
Dicembre è il mese chiave. Perché se il riposizionamento dei Giovani turchi e le strategie di Area democratica (se Roberto Speranza in Direzione si astiene, se Andrea Orlando vota a favore e D’Attorre contro) sono ghiottonerie solo per i feticisti della materia è anche evidente che si tratta di segnali che annunciano una partita più grande. Fuori dal Pd c’è il campo esteso del centrosinistra, il destino del governo e delle istituzioni supreme, presidenza della Repubblica in testa. Civati guarda allo spazio politico di Sel, vampirizzata alle europee dalla lista Tsipras. Lavora intanto al fianco dei ‘movimenti’ storicamente diffidenti verso la Ditta, diffidenza ampiamente ricambiata, e cerca sponda nel sindacato pronto a scendere in piazza il 25 ottobre. Un’area che va da Landini a Rodotà, Zagrebelsky, Libertà e Giustizia, Sel, i verdi rimasti. “Più o meno un dieci per cento dell’elettorato”, stima Civati raddoppiando la valutazione di Renzi. Quanti siano nel Paese si vedrà al momento del voto: intanto è interessante sapere quanti sono al Senato, e se per caso la loro defezione al momento di votare le riforme possa portare, appunto, al voto anticipato e quel che ne consegue.
Ecco il nodo di dicembre. I sondaggi danno il Pd in lieve crescita rispetto al 40 e la fiducia in Renzi in ascesa. Al Presidente del Consiglio — che non è passato da un voto politico ma ha avuto una legittimazione per così dire postuma, con le europee — converrebbe andare a votare al più presto, lo sa e lo dice. Per liberarsi dalla zavorra del dissenso interno e ricalibrare le forze rispetto a Forza Italia e a Berlusconi, in declino — quest’ultimo — personale e di consensi. C’è tuttavia il vincolo del patto del Nazareno che prevede, tra l’altro, un accordo per l’elezione del prossimo Presidente da farsi con questo Parlamento. Giorgio Napolitano ha fin dalla rielezione immaginato di dimettersi per i suoi 90 anni, a giugno. Renzi vorrebbe “che fosse lui ad inaugurare l’Expo 2015”. Ma neppure il presidente del Consiglio sa con certezza se a maggio ci sarà questo o un altro Parlamento. Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle Riforme, renziano: “Ai dissidenti non conviene andare a votare, parecchi metterebbero a rischio la propria rielezione. E’ piuttosto triste, inoltre, assistere ad un’alleanza fra D’Alema e Civati in chiave anti-renziana. D’Alema e Bersani incarnano una sinistra conservatrice: operaista fuori tempo massimo, tutta schiacciata a garantire un mondo in estinzione, il loro mondo. Non li abbiamo mai visti in piazza a difendere le finte partite Iva dei giovani senza garanzie, né dei precari. Hanno governato, non hanno fatto quel che potevano e dovevano.
Civati, mi duole dirlo, finisce per ingrossare le fila di quella sinistra minoritaria e identitaria, quella che sta sempre e solo all’opposizione felice di occupare una riserva indiana in cui tutti sono puri e sono amici, si conoscono. La polemica lessicale dell’altro giorno in direzione — se gli imprenditori siano ‘padroni’ o ‘datori di lavoro’ — sembrava una riedizione dello scontro fra Occhetto e Berlusconi”. Padroni che sfruttano i lavoratori, diceva Fassina. Datori di lavoro che partecipano al destino dei loro dipendenti, insisteva al contrario Renato Soru. Pippo Civati: “Partirei da Soru, che ha avuto problemi col fisco e siede al Parlamento europeo mentre i lavoratori dell’ Unità di cui era editore sono in cassa integrazione: fossi in lui parlerei d’altro, non di rapporti societari e aziendali. Quanto al rischio scissione: certo che esiste. Oggi è il lavoro, domani sarà la legge di stabilità: che cosa facciamo, continuiamo a votare contro, restiamo dentro in dissenso dalle scelte fondamentali? Non mi pare possibile”.
Sull’altro fronte, quello della Ditta, due sono i livelli di frattura con Renzi. Quello evidente della vecchia guardia, D’Alema e Bersani ostili. Poi quello generazionale e “ministeriale”: i giovani ex dalemiani, figli di quegli anziani padri, oggi al governo del paese e del partito — ministri, capigruppo, presidenti — che proiettano su Renzi la loro personale traiettoria politica. Orfini, Orlando, Speranza, Martina. Il Ragazzo e la sua capacità di vincere trascinano nell’orbita renziana i più giovani della Ditta.
Queste le divisioni cellulari interne al Pd. Più seria e più grave, tuttavia, è l’unica divisione di cui Renzi dovrebbe aver timore: il solco che si è creato fra il vertice del partito che dirige e la sua base, quel che ne resta nell’emorragia di iscritti. Esiste il mondo della direzione del Pd, esiste il mondo di Twitter e Facebook, poi esiste il mondo fuori. C’è un’Emilia in cui vanno a votare alle primarie solo i politici di professione, una Puglia che fa accordi con il centrodestra incomprensibili ai militanti. Una Toscana che ha lasciato Livorno ai Cinquestelle, c’è Venezia commissariata, il sindaco eletto dal Pd travolto dagli scandali. C’è un Pd che si sfalda, sul territorio, una disillusione che cresce nell’ironia feroce e nella rabbia. Renzi parla al Paese, non al partito. In questo senso l’unico che davvero, per ora, ha mostrato di potere e volere “uscire dal Pd” è stato lui.

La Stampa 5.10.14
Sinistra, una Rete contro Renzi. Landini: “Ci riporta all’Ottocento”
Alla manifestazione di Sel anche Civati: sono tentato dall’addio al Pd
di Riccardo Barenghi
qui

il Fatto 5.10.14
In piazza
Vendola, Landini e Civati: patto anti-Renzi
di Sa. Can.

Pippo Civati lo chiama il “patto degli Apostoli”, dal nome della piazza dove Sel ha riunito alcune migliaia di militanti. Nichi Vendola, concludendo la giornata rilancia l’idea di una “coalizione dei diritti e del lavoro” e mette Sel a disposizione di un nuovo progetto. Maurizio Landini, il più applaudito, lancia la manifestazione Cgil del 25 ottobre e invita tutti alla “coerenza” perché questa volta “si fa sul serio”. Non escluso lo sciopero generale. Non è un nuovo partito ma non è solo una piazza in comune. La lista Tsipras sembra un ricordo (anche se oggi ad Atene lo stesso Landini parteciperà a un dibattito con il leader greco) e nasce un’alleanza di sinistra contro le politiche di Renzi che, come dice Civati “sono quelle della vecchia destra”. C’è molta Cgil: il segretario di Roma, quella della Funzione Pubblica, Rossana Dettori, della Flc, Mimmo Pantaleo; c’è la direttrice del manifesto, Norma Rangeri, Corradino Mineo, Vincenzo Vita, Luca Casarini, l’ex Fiom Giorgio Airaudo. Difficile dire dove andrà questa nuova carovana. Civati fa capire che non voterà per la soppressione dell’articolo 18 e battezza la giornata come “la prima di una sinistra possibile”. In Sel i “giovani” Nicola Fratoianni e Massimiliano Smeriglio scalpitano immaginando per Vendola un ruolo più “nobile” e per loro uno più operativo. Il primo banco di prova sarà un “viaggio comune” nelle piazze d’Italia come propone Civati. Sullo sfondo, resta il nodo della minoranza Pd, della Cgil ma anche la necessità di una leadership che, prima o poi, possa sfidare Renzi da sinistra.

Corriere 5.10.14
I dissidenti pd tra Landini e la piazza
La sinistra prova a resistere al Jobs act
Assemblea dei cuperliani: no all’idea della scissione. Ma Fassina: la riforma non è votabile
di Francesco Alberti

BOLOGNA L’adrenalina e la vis agonistica, nei serbatoi in ebollizione delle anime sparse del Pd in guerra con il premier-segretario Renzi sulla frontiera dell’articolo 18, la mette uno di quei mediani che alle caviglie picchia duro, Maurizio Landini. A Bologna, a metà mattina, il segretario della Fiom infiamma sotto il tendone bianco di una balera della Festa dell’Unità a Borgo Panigale i mille e più seguaci di Gianni Cuperlo, area Sinistradem nelle quali spiccano per durezza verso le posizioni renziane le voci di Stefano Fassina e Sergio Cofferati. Qualche ora dopo, Landini si rimaterializza a Roma, alla manifestazione di Sel in piazza Santi Apostoli, un tempo culla dell’Ulivo prodiano e ora teatro del secondo tempo di un duello che è solo agli inizi. «Vado ovunque, vado da chi mi chiama — tuona dal palco il leader della Fiom —, è una battaglia che mi ricorda quella di 4 anni fa alla Fiat e anche stavolta va fatta fino in fondo: dallo sciopero generale a manifestazioni che uniscano lavoratori, precari, cassintegrati e disoccupati. Il primo obiettivo è togliere dal tavolo l’articolo 18».
Sabato di lotta. E di chiamata alle armi. La minoranza pd ha ancora troppe voci dissonanti, troppi volti che si sovrappongono. L’assemblea nazionale dell’area Cuperlo si intitola «Campo aperto» e, come fanno notare molti, «giusto aprire le porte a tutti, ma alla fine vanno trovate convergenze». Landini ci mette passione e chilometri, ma alla fine toccherà alla sinistra pd trovare una strategia comune, e non è detto che ci riesca. Per ora c’è chi, come Fassina, ritiene «non votabile» la delega del Parlamento al governo in materia di lavoro. Chi, come Cuperlo, punta a svolgere un ruolo di cerniera tra le anime del dissenso, mettendo qualche paletto («Di scissione non voglio sentire parlare») e lasciando campo aperto sul voto alle Camere («Vedremo il testo finale, ma porre la fiducia su una legge delega di questa portata sarebbe un errore»). Poi, da Roma, c’è il leader di Sel, Nichi Vendola, che vede nella difesa dell’articolo 18 l’ombrello per «una nuova coalizione sui diritti e sul lavoro». E il dem Pippo Civati, al suo fianco: «Alle prossime elezioni ci dobbiamo presentare con Vendola, non con Verdini».
A Bologna Cuperlo sceglie «La notte delle Case del popolo» per lanciare la sua offensiva, rischiando che qualcuno tiri in ballo «Nostalgia canaglia» di Al Bano e Romina. Ma lui, tra gli applausi, guarda avanti: «Non siamo noi il vecchio: noi vogliamo portare nel futuro il meglio del Novecento. Casomai lo è chi all’improvviso scopre il bello dell’Ottocento». Concetto da approfondire. Ci pensa da Roma Vendola: «Renzi ci propone l’Ottocento 2.0». E Cofferati: «Non vorrei che la solidarietà di cui parla il premier si tramutasse nella filantropia del ricco che fa cadere la moneta: sarebbe un grave regresso». In ballo, molto di più dell’articolo 18. «C’è un preciso disegno — incalza Landini — che punta a far sì che il padrone torni a fare il padrone». E ancora Vendola, stavolta in fotocopia con Fassina, censura «l’impianto conservatore del piano Renzi: una controriforma che scarica sul sindacato le colpe della precarietà e punta ad una compressione del costo del lavoro».
Ma ora viene il difficile per la minoranza pd. Parola di uno che ci è già passato: Sergio Cofferati, che il 23 marzo del 2002 radunò al Circo Massimo 3 milioni di persone in difesa dell’articolo 18. «Oggi è tutto più difficile — afferma —: allora eravamo contro Berlusconi, adesso parliamo criticamente a un governo che abbiamo votato…». E non è un caso se l’ex leader cgil mette le mani avanti, a costo di beccarsi del gufo: «Compagni, si può perdere la battaglia, non essere maggioranza, ma l’importante è ricominciare il giorno dopo». Ci prova Cuperlo a smorzare la tensione. Prima lancia l’idea di «un Leopoldo» in contrapposizione alla Leopolda renziana per discutere del nuovo assetto del partito. Poi, togliendosi la giacca, ammette: «Mi sto modernizzando, non escludo di arrivare alla camicia bianca…». 

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