lunedì 6 ottobre 2014

La quotidiana propaganda colonialista della stampa italiana

La fantasia non teme il principio di realtà: il ritorno compiuto alla Cina di un pezzo di territorio depredato a suo tempo dal colonialismo britannico viene equiparato... al colonialismo britannico in Irlanda del Nord!
Per fortuna dal Brasile alla Svezia le buone notizie non mancano [SGA].


Hong Kong alla resa dei conti Il passo indietro degli studenti

Il governo non cede, timori per un intervento di forza della polizia
di Guido Santevecchi Corriere 6.10.14

HONG KONG Il più lucido, tra gli studenti esuberanti, spericolati e divisi, tra i professori ansiosi e amareggiati, è il cardinale Joseph Zen, che a 82 anni ha cercato per tutto il giorno di annodare fili sottilissimi per un dialogo. Lo incontriamo nel tardo pomeriggio mentre entra in riunione prima della scadenza dell’ultimatum. 
Il governo di Hong Kong ha offerto al fronte che da 8 giorni occupa le zone nevralgiche della città di aprire colloqui sulla riforma costituzionale. A condizione che tolgano l’assedio ai palazzi governativi e i blocchi sulle strade. Entro le otto di questa mattina (le due di notte in Italia) il Chief Executive CY Leung ha chiesto che la city torni alla normalità, i dipendenti pubblici possano entrare negli uffici, le scuole riaprano. Altrimenti «la polizia è pronta a ristabilire l’ordine». Gli studenti replicano che il governo mente, che i ministeriali possono già entrare nei palazzi assediati. Se il fronte studentesco e quello degli anziani riunito sotto la sigla Occupy Central non cedono sarà «la tragedia», avvertono i moderati. 
Il cardinale Zen è pallido nel caldo afoso di quest’autunno tropicale: «C’è la minaccia del coprifuoco — dice al Corriere — io ripeto e ripeto ai ragazzi che la ritirata non è sconfitta, che nell’arte militare c’è l’avanzata e poi il momento in cui ci si ferma. E bisogna anche riposare prima di una battaglia. E così dobbiamo fare noi in questa sfida per la democrazia, perché il governo vuole che ci stanchiamo, ci dividiamo, si incoraggiano le triadi mafiose ad attaccarci. Noi siamo stanchi dopo questi otto giorni in strada e siamo in posizione di svantaggio, dobbiamo fermarci». 
Passano altre ore, si fa buio e poi notte. A Harcourt Road, la superstrada di Admiralty che è diventata campo trincerato dei ragazzi in rivolta, arriva Alex Chow, il giovane leader della Federazione degli studenti, che annuncia: «Abbiamo cominciato i preparativi per colloqui preliminari con il governo». Una formula tortuosa e sofferta che mostra quanto sia stato difficile sintetizzare le posizioni conflittuali della grande massa di ribelli, dai più radicali ai più ragionevoli. Alex però non dà risposta alla condizione principale del Chief Executive: la fine dell’occupazione. «Vediamo prima se il governo rispetterà la promessa di evitare nuovi attacchi contro di noi da parte delle bande filo-cinesi». Venerdì notte e ieri nella zona di Mong Kok, dall’altra parte della baia, cittadini esasperati dall’occupazione e teppisti prezzolati delle triadi hanno picchiato duro. Nella zona di Admiralty ieri notte c’erano ancora tanti ragazzi accampati, pronti a resistere all’ultimatum. E altri stanno arrivando da Mong Kok: il fronte democratico si raggruppa nel cuore della city. 
Basterà la disponibilità del fronte studentesco ad avviare pre-colloqui per evitare la repressione? I democratici contestano la legge elettorale che limita il numero dei candidati per il voto del 2017 sul Chief Executive e impone che siano accettati dal partito comunista cinese. Ora qualcuno propone che nel 2017 la gente di Hong Kong possa scegliersi i candidati e la Cina mantenga un diritto di veto sul risultato. Sarebbe comunque una concessione importante: nel resto della Cina il suffragio universale non esiste. 
Lasciando Admiralty dopo la mezzanotte ci ferma un ragazzo. «Mi chiamo Laurence Pang, Laurence, in italiano Lorenzo, come de’ Medici», dice, orgoglioso della sua preparazione. «Ho 18 anni, non voglio fare i soldi, chiedo solo democrazia». Dietro di lui il padre, operaio. Non ha paura di questa notte? «Loro sanno tante cose più di me, studiano, e tra vent’anni, quando noi non ci saremo più, saranno il popolo di Hong Kong». 

A Hong Kong la piazza si divide
Via alcune barricate, ma i duri resistono: libereremo le strade quando Pechino ci ascolterà
di Ilaria Maria Sala La Stampa 6.10.14

Gli appelli allarmisti sono arrivati da varie parti fin dalle prime ore della mattina: i principali quotidiani, i rettori delle università di Hong Kong, la Diocesi e perfino rispettati ex-funzionari governativi di alto rango, come Andrew Li, l’ex Segretario del dipartimento di Giustizia, avevano chiesto in modo accorato agli studenti di tornare subito a casa per «evitare la tragedia» e «salvaguardare la vostra incolumità». 
Il governo aveva lanciato un nuovo ultimatum per lo sgombero delle strade, ma gli studenti l’hanno interpretato come una «tattica intimidatoria», e sono rimasti ad Admiralty, il quartier generale del Movimento degli Ombrelli. Alex Chow, uno dei leader studenteschi, in una breve conferenza stampa ha riferito che «libereremo le strade soltanto quando il governo garantirà di metterci al riparo dagli attacchi a Mongkok (un secondo punto nevralgico dell’occupazione, dove anche ieri i dimostranti sono stati presi di mira da gruppi di teppisti armati, pare assoldati da Pechino), e accetti un dialogo pubblico senza precondizioni». 
Ciononostante, ieri gli studenti hanno fatto anche significative concessioni, per esempio assicurando che apriranno un varco nelle strade occupate che consentirà ai funzionari governativi di recarsi al lavoro lunedì mattina senza incontrare barriere. La giornata comunque è proseguita nell’attesa spavalda e timorosa di quello che succederà oggi (a rallegrare la piazza, in serata, è stato l’arrivo di un’alta statua dell’artista locale Milk, un uomo di legno con un ombrello in mano, ribattezzato «Umbrella Man» e lasciato anche lui ad occupare Admiralty). 
Ma i limiti di un movimento che si vuole privo di leader cominciano di nuovo a mostrarsi, in particolare per l’incertezza sulla decisione di lasciare o meno Mongkok (che ieri sera continuava ad essere occupata, malgrado le violenze dei teppisti e la tensione generalizzata nel distretto). In ogni caso un nuovo tentativo di dialogo viene portato avanti dietro le quinte, fra alcuni leader studenteschi e rappresentanti governativi, ma ieri anche quest’ultima trattativa si è conclusa in un nulla di fatto, apparentemente per il rifiuto degli intermediari di fare concessioni agli studenti. Insomma, il braccio di ferro a Hong Kong non è ancora concluso.




Gli studenti verso la resa Via dai luoghi simbolo della rivolta anti-Pechino

Solo gli “irriducibili” restano in strada: “Non ci muoviamo” Ancora pestaggi da parte delle gang della Triade:165 feriti
di Giampaolo Visetti Repubblica 6.10.14

HONG KONGIl pupazzo di un lupo, icona del «governatorefantoccio » CY Leung, viene impiccato al sovrappasso di Central e oscilla tra i grattacieli. I sogni resistono, ma ora dopo ora il potere leale a Pechino guadagna terreno e gli studenti pro-democrazia lo perdono. La “rivoluzione degli ombrelli” sembra aver perso l’attimo. I manifestanti gridano «lotteremo fino alla fine», ma nei loro occhi si legge, se non la resa, il disarmo. Una settimana fa i teenager erano riusciti a paralizzare la metropoli. Gli insorti minacciavano l’assalto ai palazzi del potere, il blocco del governo, la chiusura dei quartieri amministrativi e del business. Sono stati a un passo dallo scontro finale con la polizia. Ora si spaccano invece sugli ordini dei loro portavoce, impartiti via Twitter: ritirarsi da Kowloon, circoscrivere i presìdi ad Admiralty, sgomberare pure una delle arterie del distretto politico. Viene autorizzato «un corridoio»: i colletti bianchi della finanza e i tremila funzionari del governo potranno andare in ufficio e le scuole riapriranno.
La settimana delle ferie cinesi è finita e anche nell’ex colonia britannica si torna a fare i conti con la realtà. La rivoluzione pacifica rischia di ridursi a una manifestazione permanente, attenta a disturbare il meno possibile. In cambio di cosa? Concretamente, di nulla. Il chief executive non si è dimesso, di garanzie democratiche non c’è ombra. Il governo si limita a prospettare «un dialogo sulla riforma costituzionale ». «Non siamo contro Hong Kong — dice il primo eroe della rivolta, Joshua Wong — vogliamo solo che sia democratica». Accusa il potere di non fermare le violenze dei filo-cinesi contro gli studenti anti-Pechino, né di arrestare la repressione della polizia con idranti e spray urticanti.
Non può però negare l’amara evidenza: la gente di Hong Kong non scende in massa per le strade nemmeno di domenica e lascia i propri figli soli. Nei quartieri commerciali, tra Mong Kok e Causeway, la rabbia per gli affari perduti sfocia in una violenta contro-rivolta. Anche oggi attacchi e pestaggi, 165 feriti. Spadroneggiano i criminali delle triadi, i mercenari e i provocatori assoldati dal partito, ma migliaia di antimanifestanti non vogliono semplicemente avere problemi. «Noi per vivere dobbiamo lavorare — gridano — per voi paga il papà». La ri-cinesizzazione di Hong Kong appare compiuta, «un Paese e un sistema », con il consumismo che per la prima volta respinge, invece di favorire, la democrazia. Il presagio della tregua forzata, nel pomeriggio. Un uomo sale sul sovrappasso del metrò a Tamar, proprio sopra il quartier generale dei manifestanti. Minaccia di buttarsi. T-shirt nera e coccarda gialla, grida di essere per la democrazia, ma pure padre di tre figli che devono andare a scuola. Intima la rimozione delle barricate, convoca i capi. Un pro-democratico solo contro migliaia di prodemocratici, l’immagine di una Tiananmen alla rovescia 25 anni dopo. Ore con il fiato sospeso, le dirette che fanno il giro del mondo, prima di scoprire sul web l’ennesima messinscena della propaganda: l’aspirante suicida è uno stuntman, non ha figli e fa da scorta ai dirigenti comunisti. La folla gli grida «dai salta!», viene portato via, ma la beffa ha permesso a polizia e pompieri di sgomberare il cuore dei presìdi. «Questo regime — dice Benny Tai — sa solo mentire».
Per questo il problema ora è vedere se gli ordini dei delegati degli studenti e di Occupy central, ormai ridotti a impedire a CY Leung di sedersi nel suo ufficio, vengono rispettati. I dissidenti interni che non vogliono smantellare barricate e accampamenti, nella notte restano migliaia. «Non ci muoviamo — assicurano — è una rivolta spontanea, ognuno fa ciò che crede giusto». Il timore è che la repressione, scaduto l’ultimatum, si scateni solo contro gli irriducibili, disorientati. La protesta continua, ma se oltre ad essere pacifica tiene conto di affari, traffico e orari d’ufficio, neanche gli inguaribili ottimisti adesso vedono come possa donare la democrazia ai ragazzi che la chiedono. E se resta un sogno a Hong Kong, nel resto della Cina non è nemmeno un miraggio.


“Non serve la repressione. Dateci solo più libertà”
Lo scrittore: gli inglesi usarono la forza in Ulster, ne uscirono 30 anni di violenze
di Chan Ho Kei La Stampa 6.10.14

Quando Apple ha annunciato che tutti gli utenti di iTunes, in occasione del lancio dell’iPhone6 potevano scaricare gratuitamente una copia dell’ultimo album della band irlandese degli U2, l’ho subito fatto. Dopo aver ascoltato l’ultima traccia ho provato sensazioni molto complesse. Il titolo della canzone è infatti «The Troubles». 
Per i britannici e gli irlandesi, «The Troubles» non significa letteralmente «guai», ma è un nome convenzionale per il conflitto etnico-nazionalista scoppiato nell’Irlanda del Nord tra gli Anni 60 e il 1998. Anni segnati - soprattutto gli Anni 60 – da violenze e scontri tra nazionalisti e unionisti irlandesi. Uno tra gli incidenti di maggior rilievo che portò alla ribellione avvenne il 30 gennaio 1972. 
Quel giorno nel Bogside, decine di migliaia di cittadini marciavano e protestavano contro la legge che prevedeva l’incarcerazione senza processo. L’esercito britannico chiuse un paio di strade per impedire ai manifestanti di raggiungere il Guildhall (dove si riuniva il consiglio comunale), ma alcuni adolescenti non si fermarono e assaltarono le barricate. Lanciarono pietre contro la polizia. La polizia reagì usando gas lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma.
Dopo che i soldati britannici ebbero ricevuto una segnalazione da parte dell’intelligence secondo la quale un cecchino dell’Ira operava nelle vicinanze, fu ordinato loro di usare vere munizioni contro la folla. Furono uccisi 14 civili e solo uno di loro, probabilmente, era in possesso di una bottiglia Molotov. Gli altri 13 erano disarmati, furono colpiti mentre tenevano le mani alzate sventolando un fazzoletto bianco o gridavano «non sparate». Questo massacro segnò il punto di svolta del conflitto - i nordirlandesi presero a odiare profondamente l’esercito britannico, ritenendo che il governo fosse completamente inaffidabile. L’Ira ottenne ancora maggior sostegno da parte della popolazione e i successivi 20 anni videro un infinito susseguirsi di attentati ed episodi di guerriglia. 
Il 30 gennaio 1972 era una domenica. Quanto accadde è noto come la «Domenica di sangue», e ha ispirato un’altra celebre canzone degli U2, «Sunday, bloody Sunday». 
Il 28 settembre 2014, di nuovo una domenica, nella regione amministrativa speciale di Hong Kong, decine di migliaia di manifestanti che protestavano contro una legge elettorale ingiusta erano asserragliati davanti alla sede del Governo centrale. Gli adolescenti hanno rotto le barricate e, infine, la strada è stata occupata da manifestanti. La polizia ha iniziato usando gas lacrimogeni e tenendo pronti cannoni ad acqua e proiettili di gomma. Di fronte ai gas lacrimogeni e agli spray al pepe i contestatori hanno alzato le mani, mostrando che erano disarmati. Due incidenti bizzarramente simili, salvo che a Hong Kong nessuno ha lanciato pietre e non sono stati sparati colpi di arma da fuoco. Potevamo essere molto vicino, appena a un passo, da un’altra «Domenica di sangue». 
Ora, intendo dire che, se il governo di Hong Kong (agli ordini della Cina) continuerà a usare la repressione, le bugie e i giochetti politici per gestire la situazione in città, temo che imboccheremo la medesima strada presa dall’Irlanda del Nord in passato. Quando si trova di fronte all’ingiustizia, la gente cerca di negoziare. Quando i negoziati falliscono, la gente manifesta. Quando le manifestazioni non raggiungono lo scopo, la gente occupa. Quando l’occupazione fallisce e la gente ha perso la speranza, può agire in modo estremo, come nel caso degli attacchi dinamitardi o degli assassini politici dell’Ira. L’occupazione richiede decine di migliaia di persone, ma per un attacco servono appena pochi disperati. Sarebbe l’incubo peggiore per i cittadini e il governo di Hong Kong. Ma anche per il governo cinese. Questo tipo di incidenti non avverrà in una sola città; nel periodo dei «Troubles» anche Downing Street fu bersaglio dei mortai. L’allora primo ministro John Major non si fece un graffio per pura fortuna. 
L’Accordo di Belfast è stato firmato il Venerdì Santo, infatti è noto anche con questo nome. Non credo che il governo di Hong Kong possa raggiungere un accordo con i manifestanti già venerdì prossimo, ma spero che ne avremo uno in qualche momento. Quello che garantisce la pace in Irlanda del Nord è che il governo centrale accetta di condividere il potere con la popolazione locale. Il governo britannico ha preso una sola decisione sbagliata nel 1972 e i suoi guai sono andati avanti per 30 anni. Supplico i leader di Hong Kong e della Cina di fare la cosa giusta, di non ripetere l’errore fatto dagli inglesi.



Corriere 6.10.14
Dilma vince ma non conquista il Brasile
La leader uscente in testa con il 40,9% va al ballottaggio con Neves, 34,4%
Fuori gioco Silva
di Rocco Cotroneo


SAN PAOLO Altre tre settimane di campagna elettorale attendono il Brasile. La presidente uscente Dilma Rousseff le affronterà con un buon vantaggio, ma il suo rivale è assai più prossimo di quanto indicavano i sondaggi della vigilia. Il risultato del primo turno assegna a Dilma circa il 40,9 per cento dei voti e il ballottaggio sarà con Aécio Neves, Psdb, lo storico partito rivale, che è salito a sorpresa fino al 34,4. Deludente il finale per l’ambientalista Marina Silva: appena il 21 per cento dei voti. In teoria gli elettori che vorrebbero metter fine al lungo potere del Partito dei Lavoratori sono la maggioranza nel Paese, ma politicamente la somma non è garantita. Anche perché il Paese è spaccato in due per geografia e livello di sviluppo. Gran parte del vantaggio della Rousseff arriva dal Nordest, dove più forte è l’effetto dei programmi sociali del governo. Mentre, per esempio, nella ricca San Paolo l’avversario Neves ha quasi il doppio dei suoi voti. Nelle prossime ore si saprà se Marina Silva suggerirà ai suoi elettori di riversare i consensi sul secondo arrivato o lascerà libertà di voto. Il secondo turno si svolgerà il 26 ottobre.
Sin dai primi giorni della campagna elettorale, i sondaggi indicavano che la partita sarebbe finita soltanto al secondo turno. Ma la sfida non ha risparmiato colpi di scena. La morte in un incidente aereo del candidato Eduardo Campos, il 13 agosto, ha lanciato sulla scena elettorale la sua vice, Marina Silva. Nel giro di pochi giorni, l’ex ministra (ribelle) di Lula ha scalato i sondaggi arrivando a insidiare la leadership della Rousseff.
Per settimane la possibile sfida tra le due donne ha monopolizzato l’attenzione dei brasiliani, con la Silva in vantaggio. A quel punto la macchina del partito di governo ha scatenato la controffensiva. Grazie soprattutto a spazi di propaganda tv cinque volte più lunghi della sua avversaria, la Rousseff ha demolito la fragile figura di Marina, in un mix di bugie e verità. Il sistema politico ha fatto il resto: in Brasile, oltre alla tv, contano le alleanze e i potentati locali, distribuiti su un territorio enorme. Senza appoggi e strutture, la candidatura di Marina ha iniziato a sciogliersi e i suoi consensi sono crollati velocemente. Gran parte dei voti destinati alla Silva sono confluiti sull’altro candidato di opposizione, Aécio Neves, che due settimane fa era prossimo a gettare la spugna.
La principale incognita delle prossime tre settimane di campagna è la tenuta di Dilma Rousseff, la quale potrebbe non guadagnare facilmente i consensi che le sono mancati al primo turno. L’opposizione punta sulle rivelazioni scottanti su uno scandalo che coinvolge il colosso petrolifero Petrobras, controllato dallo Stato. Mazzette di milioni di dollari sarebbero state deviate verso politici dell’area di governo, ed esiste il sospetto che denaro possa essere arrivato anche alla campagna della «presidenta».

Corriere 6.10.14
Un Paese spaccato su assistenza sociale e rilancio economico
di R.Co.


Oltre l’80% dei brasiliani chiede cambiamenti, lo scorso anno scesero in strada in milioni, e si pensava che la rabbia popolare avrebbe investito persino i Mondiali. Ma alle urne prevale la cautela. La geografia del voto conferma che il Nordest povero resta la roccaforte del lulismo, oggi rappresentato da Dilma Rousseff: milioni di famiglie ricevono sussidi del governo e non vogliono rischiare di perderli. Anche il vento liberale che soffia dal Sud più ricco, rappresentato dalla clamorosa rimonta di Aécio Neves, non è poi una gran novità. Il suo partito, il Psdb, è stato al governo per otto anni con Fernando Henrique Cardoso, le sue ricette economiche sono note, la classe dirigente che vorrebbe portare al governo anche. E Marina Silva, definita outsider, è stata senatrice e ministro per anni, a fianco di Lula. Comunque vada a finire, il Brasile avrà scelto di non rischiare troppo. Il malumore della nuova classe media su corruzione, servizi pubblici, inflazione ha mandato un forte messaggio ai candidati (parlano tutti di cambiamento), ma senza riuscire a stravolgere un sistema politico chiuso e poco permeabile alle novità .

La Palestina esiste, ira di Israele contro la Svezia
Gli scandinavi sono il primo Paese Ue a schierarsi Netanyahu: i passi unilaterali non promuovono la pace, la impediscono. E convoca l’ambasciatore a Gerusalemme
La Stampa 6.10.14 qui

La rabbia di Netanyahu sulla Svezia
Perché Israele teme gli effetti del riconoscimento dello Stato palestinese?
di Maurizio Molinari La Stampa 6.10.14


Inizia a Stoccolma il nuovo duello fra Israele e palestinesi. A preannunciarne il contenuto era stato il presidente palestinese, Abu Mazen, nell’intervento all’Onu di due settimane fa quando disse di voler far nascere la Palestina sovrana grazie ad una risoluzione Onu e non al negoziato bilaterale con Israele. La Svezia diventa adesso la prima nazione dell’Ue a sposare questo approccio grazie al premier Stefan Loven che, nel discorso di insediamento, afferma: «Per arrivare alla soluzione dei due Stati in Medio Oriente serve anche la Palestina e dunque la riconosceremo». Da Ramallah il plauso è immediato. Hanan Ashrawi, veterana di Al Fatah, loda Stoccolma per essersi unita «alle 138 nazioni che già ci riconoscono come Stato dentro i confini del 1967 senza bisogno di passare per una trattativa con Israele». Ma da Gerusalemme la reazione è opposta perché l’adesione della Svezia conta di più delle precedenti, trattandosi di un Paese dell’Ue ovvero il maggior partner commerciale dello Stato ebraico. «Loven non ha ancora avuto tempo per realizzare che gli ostacoli maggiori da 20 anni vengono dai palestinesi» ribatte il ministro degli Esteri Avgdor Lieberman, preannunciando per oggi la convocazione dell’ambasciatore svedese al fine di condannare «un intervento esterno che non aiuta i negoziati diretti né una soluzione inclusiva del conflitto fra Israele e Paesi arabi». Affinché il messaggio sia inequivocabile è il premier Netanyahu tuona alla volta della Svezia: «I passi unilaterali sono contrari agli accordi esistenti, non avvicinano la pace ma la allontanano». Il riferimento è agli accordi di Oslo del 1993, basati sul riconoscimento reciproco, siglati da Rabin, Arafat e Peres nella Casa Bianca di Bill Clinton. Anche il Dipartimento di Stato di Washington, con la portavoce Jen Psaki, striglia Stoccolma parlando di «decisione prematura perché prima bisogna risolvere le questioni pendenti fra le parti». E in serata il ministero degli Esteri svedese fa un mezzo passo indietro rettificando di non voler danneggiare i negoziati diretti e che lo Stato di Palestina «verrà riconosciuto», senza specificare però quando ciò avverrà. Che la tempesta svedese si ricomponga o meno contiene già un segnale: la svolta compiuta da Abu Mazen è destinata ad avere conseguenze.

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