L’articolo 18 lacera i democratici
Damiano insiste: il governo accetti il confronto. Ma Zanda è ottimista: voteremo compatti Richetti, renziano della prima ora, critica il leader: messo ai margini chi stava alla Leopoldadi Al. T. Corriere 6.10.14
ROMA La maggioranza giura: «Il Pd voterà compatto». La minoranza, con Cesare Damiano, insiste: «Il governo non ponga la fiducia e accetti il confronto». Mentre si avvicina il giorno della verità per il Jobs act, con il voto di domani, il Pd continua a mostrarsi diviso. La minoranza allarga lo sguardo, con il «patto degli Apostoli» (Landini, Civati e Vendola), mentre Gianni Cuperlo lancia il suo «Leopoldo», in risposta alla Leopolda del premier (è in arrivo la quinta edizione). E qualche fibrillazione c’è anche nella maggioranza, se perfino un «renziano della prima ora» come Matteo Richetti arriva a criticare il segretario e il partito.
Richetti, che ha da poco dovuto rinunciare alle primarie in Emilia Romagna («Renzi mi disse, “è meglio se fai altro, ma decidi tu”), interviene a In mezz’ora , da Lucia Annunziata. E stupisce tutti. Si toglie qualche sassolino dalla scarpa e prende le distanze dal renzismo attuale. Nega di essere «un pretoriano» del premier e uno «yes man». E lo dimostra, spiegando che «tutte le persone che stavano con Renzi alla Leopolda e nei comitati o hanno fatto delle liste civiche o sono state messe ai margini. Serve un rilancio dello spirito di un tempo: il renzismo originario prevedeva qualche comparsata in meno e un po’ di studio e approfondimento in più». Accenti quasi civatiani in diversi passaggi. Sull’articolo 18, per esempio: «Come si fa a fare una battaglia epocale come quella della riforma del mercato del lavoro con il capogruppo alla Camera (Speranza) che si astiene? Io non avrei voluto una discussione sull’articolo 18 poco chiara e sul Tfr a questo punto inutile». Richetti critica una certa «disinvoltura» del premier: «Quando si governa, la dinamica non è “sparo l’annuncio” e ti faccio discutere per settimane, per poi scoprire che la proposta non è percorribile». Anche sul partito Richetti è duro: «Può essere il più grande nemico di se stesso». Ed è vero che il «solco profondo» tra il partito e i suoi elettori è colmato da Renzi, «ma lui ha reso credibile e votabile se stesso, non il Pd».
Quanto basta per scatenare i malumori nel «giglio magico», non abituato a questi accenti così critici. Il senatore franceschiniano Salvatore Margiotta ironizza: «Richetti chi?». Allusione alla frase, pronunciata da Renzi, «Fassina chi?», che portò alle dimissioni dell’allora viceministro.
Il governo se la deve vedere ora con la minoranza. Rosy Bindi chiede «più collegialità» e sul patto «degli Apostoli» (dalla piazza dove si sono incontrati Vendola, Civati e Landini) dice: «Siccome Renzi non è Gesù Cristo, scegliere tra gli apostoli e lui è un po’ più complicato». Civati intanto affonda il colpo: «Renzi vuole essere la nuova sinistra, ma fa la destra da dieci anni. Una minoranza all’interno di un partito non deve fare il tappetino del segretario». Quanto alla scissione paventata e ventilata, «non c’è il rischio di un divorzio tra di noi, ma che si comprometta il rapporto con gli elettori».
Critiche che non sembrano scalfire la fiducia della maggioranza in un rapido cammino della riforma. L’arma finale, che resta ancora sullo sfondo, è quella del voto di fiducia. Ma il capogruppo al Senato Luigi Zanda si dice sicuro: «Il nostro gruppo a Palazzo Madama è molto equilibrato e maturo. Voteranno compatti perché c’è la consapevolezza di tutti dell’importanza di questo provvedimento». Più scettico Damiano: «Il voto del Senato entro il vertice Ue di mercoledì non mi sembra compatibile con i tempi di una normale discussione parlamentare. Si può tentare di farcela comunque, purché non si metta la fiducia per raggiungere l’obiettivo».
La diffidenza dei sindacati sui contratti
Cautela alla vigilia dell’incontro con il governo: «Il vertice non sia uno spot del premier» Nuovi accordi aziendali, rappresentanza, salario minimo e Tfr i nodi da sciogliere
din Antonella Baccaro Corriere 6.10.14
ROMA C’è molta diffidenza tra i sindacati che, a ieri sera, non avevano ancora ricevuto la convocazione ufficiale a Palazzo Chigi per l’incontro di domani con il presidente del Consiglio nella «sala verde». La domanda più comune che nessuno accetta di porre ufficialmente è: «Perché proprio ora?». Il timore è che si tratti solo di un accenno di dialogo, fatto, magari in diretta streaming , in concomitanza con il passaggio stretto dell’articolo 18 in Senato. E qualcuno paventa (e respinge) l’ipotesi di uno scambio tra la sua abolizione e il tema della contrattazione: lasciare l’articolo 18 sui licenziamenti disciplinari ma abolire il contratto nazionale.
«Finalmente ci incontriamo — esordisce per la Cisl, il segretario confederale Luigi Sbarra — qual è la proposta del governo? Che farà per rilanciare l’occupazione? Noi le nostre idee le abbiamo». La Cisl si dice pronta a aprire sul tema della contrattazione aziendale: «Ci crediamo: in un solo anno ne abbiamo sottoscritti 3 mila». Ma anche sulla rappresentanza c’è la disponibilità a recepire gli accordi interconfederali in una legge. A un patto: «Niente lezioni sul cambiamento perché in Cisl il rinnovamento è in atto da mesi» ricorda Sbarra. Ed è giunto all’avvicendamento del segretario, che verrà ufficializzato mercoledì. E guai a chi taccia i sindacati di essere poco rappresentativi: in Cisl rispondono che loro hanno 4 milioni e mezzo di iscritti, la metà dei quali lavoratori attivi, mentre il Pd ne ha centomila. «Poi è vero — ammette Sbarra — la crisi ci ha un po’ logorati...».
In Cgil si affilano le armi: «Andiamo a sentire cosa ha da dirci il presidente, purché non sia l’occasione di fare propaganda». Il sindacato di corso Italia ha grosse critiche sull’operato svolto fin qui perché «la politica di Renzi è quella di Confindustria e di Sacconi (l’ex ministro del Lavoro di Forza Italia, ora senatore Ncd, ndr )». «L’articolo 18 non è il problema, bisogna creare lavoro» si sottolinea. Nessuna apertura sul contratto di secondo livello mentre sulla legge sulla rappresentanza, «è sufficiente applicare l’articolo 39 della Costituzione».
La Uil si presenta all’appuntamento «senza mettere le mani avanti»: Luigi Angeletti aveva chiesto la convocazione al premier con una lettera qualche giorno fa. «Mi auguro che non sia una sfida — dice il segretario di Uiltec, Paolo Pirani — la gravità della situazione richiede politiche mirate, non libertà di licenziare. Siamo disponibili al dialogo ma niente interventi a gamba tesa». Il premier ha già fatto sapere che proporrà ai sindacati che il Tfr (Trattamento di fine rapporto) vada direttamente in busta paga ogni mese: «Rischiamo di fare solo un regalo alle banche — osserva Pirani — che attingerebbero soldi a poco prezzo dalla Bce per poi prestarli. Senza dire che il Tfr verrebbe tassato in busta paga e che i fondi pensioni ne risentirebbero. Ancora una volta a vantaggio delle banche».
Landini
Il leader dei metalmeccanici della Cgil rilancia il no all’abolizione dell’articolo 18
«Il tema va semplicemente tolto dal tavolo» «Ma se va avanti l’attacco ai diritti la Fiom occuperà le fabbriche»
intervista di Roberto Mania Repubblica 6.10.14
Alla Thyssen di Terni propongono di licenziare 250 operai e di ridurre il salario: E il governo ci invita ad accettare
Il premier ha scelto il conflitto e lo scontro ma così si rischia di andare verso il modello Fiat
ROMA «Il governo deve sapere che noi siamo pronti ad occupare le fabbriche se dovesse passare la linea della riduzione dell’occupazione, dei diritti e del salario dei lavoratori. Una linea che potrebbe trovare una prima applicazione alla Thyssen di Terni. Per noi sarebbe inaccettabile », dice Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, da Atene dove partecipa alla festa di Syriza, il movimento di Alexis Tsipras.
E voi occupereste la fabbrica?
«Non possiamo accettare il licenziamento di 250 lavoratori e la riduzione del salario. È questo che ci stanno proponendo ed è questo che il governo ci sta chiedendo di accettare. È un modello che sta avanzando: l’abolizione dell’articolo 18 e dell’attuale sistema contrattuale con la possibilità di derogare al contratto nazionale come prevede l’articolo 8 della cosiddetta “legge Sacconi” e come chiese la Fiat».
Il governo, però, è pronto a preparare una legge sulla rappresentanza sindacale, come chiede la Fiom, e spinge per rafforzare la contrattazione in azienda. Ci stareste?
«No. La verità è che Renzi ha scelto il conflitto e lo scontro. Dietro l’operazione sull’articolo 18 c’è questo, mentre ci sarebbe bisogno di unità nel Paese, di un rilancio della contrattazione nazionale, dell’affermazione del diritto dei lavoratori di scegliere i propri rappresentanti e di decidere sui contratti che li riguardano. Non c’è nessuno scambio da fare. Da una parte Renzi realizza l’operazione 80 euro e dall’altra chiede al tanto vituperato sindacato di fare accordi per la riduzione del salario e dell’occupazione».
Questo sarebbe il progetto del premier Renzi?
«Sì. Riaprire in questo modo la partita sui contratti aziendali vuol dire andare verso la deregulation, vuol dire il modello Fiat».
Ma la legge sulla rappresentanza è proprio una richiesta della Fiom.
«Certo che è una nostra richiesta. Ma ripeto: non ci sono scambi possibili sul modello contrattuale ».
Non crede che i bassi salari dei lavoratori italiani dipendano anche dal sistema contrattuale?
«No. I bassi salari dipendono dai bassi investimenti e dalla bassa qualità dei prodotti. Non a caso dove si investe lo spazio per la contrattazione aziendale integrativa è significativo perché c’è ricchezza da distribuire. La imprese non sono tutte uguali. Quelle di piccole dimensioni oggi soffrono di più. C’è bisogno di far ripartire gli investimenti e spetta al governo indicare le politiche industriali per i settori.
Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’articolo 18 che andrebbe semplicemente tolto dal tavolo».
Lei è però d’accordo sulla proposta di Renzi di mettere in busta paga il Tfr.
«Sì. È una proposta che la Cgil ha avanzato prima con Trentin e poi con Cofferati. E a dicembre siamo stati noi della Fiom a riproporla. Il Tfr è salario differito dei lavoratori ed è giusto che possano decidere loro quando riceverlo ».
Squinzi dice che le aziende non possono permetterselo perché “sparirebbero” tra i 10 e i 12 miliardi.
«È davvero paradossale sentir dire che gli imprenditori italiani fanno i capitalisti con i soldi dei lavoratori. Credo che i lavoratori possano volontariamente decidere cosa fare del proprio Tfr e penso che il governo dovrebbe defiscalizzare tutti gli aumenti salariali anziché prevedere lo sconto per le ore di straordinario».
Landini, lei pensa che sabato a Roma alla manifestazione di Sel, con la sua partecipazione quella di Civati, si siano messi i germogli di un nuovo movimento della sinistra?
«Non lo so. Proprio perché rivendico l’autonomia del sindacato mi confronto con tutti coloro che me lo chiedono e pensano che ci sia bisogno di un’altra idea di Europa, fondata sui diritti e sul lavoro».
2 commenti:
Gli Italiani si abbeverano solo alla TV e li hanno convinti che non vi siano più fabbriche ed operai. Invece l'Italia è il secondo Paese manufatturiero d'Europa dopo la Germania perché ha ancora una enorme produzione industriale, pur essendo diminuita del 25% dal 2007. State certi che il blocco delle fabbriche e gli scioperi generali saranno un'arma micidiale per un Governo che non può perdere neanche un punto di PIL se non vuole fare Default. Landini ha ragione a predisporre il blocco della produzione se questo Governo insiste nel demansionamento e nel controllo remoto della prestazione lavorativa. Avanti!
Lei si fida molto di Landini. Spero che abbia ragione. Io ho un po' meno fiducia.
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