venerdì 3 ottobre 2014
La storia del Novecento come barzelletta
Dunque, c'erano Roosevelt, Churchill e Keynes... [SGA].
Se l’economia dei numeri minaccia la convivenza
Le parole del ministro Padoan rilanciano una questione che ha attraversato il ’900 Quali sono i contraccolpi di una lunga crisi sulla tenuta dell’ordine democratico?
di Giancarlo Bosetti Repubblica 3.10.14
QUANDO
dice che la tenuta della società è a rischio se non si mette subito
mano a una manovra per la crescita, il ministro Pier Carlo Padoan sa di
sfiorare la leva della estrema emergenza, sa di fare come chi avvicina
la mano al bottone che scatena le sirene dell’allarme. Si tratta di una
minaccia, non ancora di un fatto compiuto. Ma il senso di quelle parole è
chiaro: o si comincia a risalire o si annega. Dietro le schermaglie
europee sui parametri del debito e i tempi del rientro si affaccia un
incubo sociale, il peggio è dietro l’angolo. Padoan è un economista
collaudato nelle valutazioni macro e non proviene da una formazione
strettamente keynesiana.
Ma sa che una crisi della coesione sociale è
l’equivalente di un fallimento assoluto, per chi fa il suo mestiere. E
per tutti noi con lui. L’equilibrio infatti è l’obiettivo degli
economisti, i quali sanno pure che la crisi della «coesione» e cioè un
collasso dei fattori che tengono in vita una società sono l’estremo male
da cui ogni mossa di governo è tenuta a preservarci. La crisi del ‘29
insegna.
I requisiti della «tenuta» sociale sono parenti stretti di
una gestione economica funzionante e sono fatti di occupazione, reddito,
istruzione, sicurezza sociale, servizi sanitari efficienti e
accessibili a tutti. La macroeconomia si è definita, in negativo,
attraverso la catastrofica esperienza degli anni seguiti alla Grande
Guerra. Allora, nel 1919, il promettente, prodigioso talento di
Cambridge, che partecipava alle trattative di Versailles come delegato
del Tesoro britannico, fu sconfitto e le clausole punitive nei confronti
della Germania furono dure come le volevano soprattutto i primi
ministri francese e britannico, Clemenceau e Lloyd George. Keynes
abbandonò i lavori e scrisse di getto un’opera, Le conseguenze
economiche della pace , che ebbe grande successo sul piano
intellettuale, ma esiti politici purtroppo tardivi, solo trent’anni e
molti milioni di morti dopo, con il Piano Marshall, che è stato il
rovesciamento speculare della politica di Versailles, quella che aveva
spinto la Germania nelle spire dell’inflazione e di Hitler.
Appresa
la lezione — sostenere la crescita e la domanda, soprattutto nei paesi
sconfitti —, l’economia europea e quella di tutto l’occidente
attraversarono un luminoso periodo di stabilità, sviluppo industriale,
aspettative crescenti, benessere e coesione sociale; un periodo definito
di «compromesso socialdemocratico ». Un compromesso i cui contraenti
erano le imprese, il capitale e «il mercato», da una parte, e il lavoro,
i partiti, i sindacati dall’altra. Chi c’era ricorda anche violenti
conflitti, ma il senso generale della storia era chiaro. In quei decenni
benigni, ‘50, ‘60, ’70, i requisiti della «coesione sociale » hanno
messo radici diventando come il teatro naturale non solo di una
ragionevole equità, ma anche dell’affermazione dei diritti, delle
diverse generazioni di diritti della persona, dei diritti di libertà
attraverso lo Stato, vale a dire dei diritti garantiti da una
prestazione pubblica. La società ne ha ricevuto benefici di sicurezza,
crescita economica e civile attraverso molte contraddizioni, ma sempre
confermando per l’essenziale uno scambio di comunicazioni tra
l’individuo e la collettività.
Da almeno due decenni questo scambio
presenta aspetti inquietanti. L’idea che «il diritto di avere diritti»
si presenti come una linea semiretta, da qui verso l’infinito futuro,
non è più moneta corrente. La qualità dei diritti non ha perso il suo
fascino e nemmeno la sua attualità (dalla scuola alla casa, dalla
sicurezza sul lavoro all’ambiente): quel che ha perso forza è la loro
capacità di attuarsi in sintonia con la crescita economica, che si è
fermata, mentre si sono allargate le distanze sociali e si sono
allentate le prestazioni dello Stato che ne attenuavano la percezione.
Aumenta la povertà e lo sguardo verso il futuro non offre più autostrade
dei diritti, né prospettive migliori per i figli.
In Italia la presa
d’atto del cambio di orizzonte è stata più lenta che altrove e il conto
degli arretrati (che ha preso la forma di un terribile debito pubblico)
si presenta più pesante. Le ragioni del ritardo sono oggetto del
dibattito a destra e a sinistra. Il campanello delle politiche di Terza
Via è suonato in Gran Bretagna e in Germania dalla fine degli anni
Novanta ed ha tenuto il campo per quasi tutto il decennio successivo.
Nella sua forma più esplicita, quella del New Labour, si è affermato
anche grazie alla forza ideologica con cui Tony Blair ha voluto
annunciare un cambiamento di orizzonte: meno protezioni pubbliche più
responsabilità individuale, meno garanzie dall’assistenza sociale più
spinte all’intraprendenza privata. Unica certezza l’assegno universale
di disoccupazione, che da noi ancora non c’è. Ora il campanello suona
anche qui, davanti alla minaccia di un declino che non è cominciato
oggi, ma che produce scricchiolii ai quali può seguire il frastuono di
un cedimento strutturale.
Da una parte la linea punitiva — fate i
compiti — deve essere piegata, anche in questa Europa che non è reduce
da una guerra, ma solo dalla crisi dell’euro e dell’Unione, ed è
indispensabile far cambiare verso alla Merkel. In metafora: quello che
non riuscì a Keynes nel 1919 contro Clemenceau- Lloyd George. Dall’altra
il cambiamento di orizzonte deve essere reso esplicito se si vogliono
attenuare i contraccolpi su una società, la nostra, alla quale le
cattive notizie sono state, in un certo senso, taciute e messe in ombra
da varie promesse. La tentazione dei politici è stata a lungo quella di
rinviare il momento doloroso, con la conseguenza di renderlo ancora più
difficile e di prolungare aspettative non più realistiche. È ormai
chiaro che la combinazione virtuosa per l’Europa di crescita economica,
crescita demografica e compromesso sociale redistributivo dei benefici,
si è interrotta non solo a causa degli errori dell’Unione, ma anche
perché ne sono venute meno le basi materiali e le condizioni
internazionali. Ma evitare il disastro di una lacerazione sociale senza
fine resta l’assoluta priorità, anche degli economisti.
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