Anche Burgio comincia a deludere assai. Il Pd, o i suoi antenati, il bivio l'ha incontrato molto tempo fa e da altrettanto tempo ha preso una strada ben precisa. Tra l'altro, lungo quella strada le sinistre "radicali" lo hanno accompagnato a lungo. Il deperimento di un intero campo politico in Italia chiama in causa dunque tanto le responsabilità del Pd quanto quelle di quelle formazioni che sono sempre stati i suoi cespugli.
Quanto a Civati, pensare di fare qualunque cosa con Civati significa non avere più un briciolo di dignità [SGA].
La «ditta» e l’art. 18
Alberto Burgio, il Manifesto 2.10.2014
Si può dire che il nodo che sta venendo al pettine nella discussione sulla cosiddetta riforma del mercato del lavoro ha un nome nobile e trascurato, responsabilità. Ma quale responsabilità, e verso chi? Il nome è alto, infatti. Ma poi bisogna correttamente declinarlo. E qui la confusione imperversa.
Riparliamo dello scontro interno al Pd sull’articolo 18. Lunedì scorso, nella direzione del partito, ci si è scontrati e contati. Come previsto, il segretario ha stravinto, ma almeno qualcuno ha attaccato le sue proposte. Persino D’Alema ha accusato il governo di andare avanti a slogan e spot, nella spocchiosa improvvisazione dei consiglieri economici del premier. Ha addirittura messo in luce la cifra padronale dei progetti governativi (ci torneremo), e si è beccato a stretto giro una randellata beffarda. Bersani invece no. Lui, il predecessore di Renzi alla guida del partito, già ministro pesante nei due governi Prodi (Industria e commercio prima, Sviluppo economico poi), ha scelto un’altra strada. A dir poco bizzarra.
Nella riunione della direzione ha replicato a Renzi in un modo assai singolare. Ciò che rischia di spingere il partito «sull’orlo del baratro», ha sostenuto, è lo scarso rispetto tra i dirigenti del Pd. Non sono tanto le intenzioni del governo quanto il «metodo Boffo», la lesione della personale dignità dei politici.
Evidentemente chi riteneva che la questione concernesse il mancato reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa si era sbagliato. Ben più delle tutele dei lavoratori e dei loro diritti, che il governo intende azzerare per accreditarsi come garante degli interessi e dei poteri dell’impresa, per Bersani contano il partito e le buone relazioni tra i suoi capi. Ci pare una gaffe di prima grandezza. O piuttosto un lapsus, che svela una mentalità e un mondo.
Difatti Bersani non si è accontentato e, per sgombrare il campo da ogni equivoco, l’altroieri è tornato sull’argomento. Chiarendo che, comunque vada il confronto sulla «riforma» nel partito e in parlamento, quale che sarà la sorte degli emendamenti proposti dalla «sinistra» del Pd, lui ad ogni modo sarà leale, voterà a favore del testo governativo. Perché? Perché sa che cos’è «una ditta» e sa come ci si sta.
Già, la ditta. Questa discussione è infatti anche una questione di parole. Chi ha parlato di padroni è stato prontamente bollato come un trinariciuto di ritorno. Un volgare bifolco che ha disimparato le buone maniere praticate in questi vent’anni. Nessuno invece ha nulla da obiettare se un partito viene chiamato «ditta». Questo va bene, è trendy.
Bersani, si sa, gioca a fare, con le sue metafore, l’emiliano pragmatico e schietto. Ma c’è nelle sue scelte lessicali anche molta astuzia. Parlare di ditte in questo caso non è né un’elegante battuta di spirito né una cosa di poco conto, mentre lo scontro che si viene consumando vede da una parte i dipendenti, dall’altra proprio i vertici aziendali. I padroni delle ditte, per l’appunto.
Ma stiamo pure all’essenziale, che è, come si vede, sempre lo stesso. Per Bersani è giusto discutere, magari scontrarsi sulle norme da approvare o emendare. Purché sia chiaro che il partito – la ditta – è il sommo bene. Il che significa una cosa sola: che quella discussione è finta, una recita a soggetto tanto per salvare la faccia della minoranza. Che ha, secondo Bersani, un compito preciso: essere «leale», mostrarsi «responsabile»: in una parola, obbedire.
E così veniamo al punto. Responsabili i parlamentari democratici debbono ritenersi nei confronti di chi? Del proprio partito, quali che siano le scelte dei suoi vertici, o dei lavoratori sotto schiaffo? Dei propri organismi dirigenti, o di chi quando va bene campa a stento di salario e rischia ogni giorno di perdere il lavoro?
Bersani sa benissimo come stanno le cose, come lo sapeva quando emendò la riscrittura dell’articolo 18 ai tempi della non rimpianta ministra Fornero. Sa benissimo che Renzi intende dare ai padroni carta bianca sui licenziamenti perché possano ricattare i dipendenti sul salario, l’orario, i diritti e l’organizzazione delle lotte. Non è casuale che, mentre la discussione sull’articolo 18 decollava, fosse negli Stati Uniti a cinguettare con Marchionne, simbolo vivente della guerra contro il sindacato.
Allora c’è da chiedersi perché mai, prima ancora di sapere se il governo porrà la fiducia sul Jobs Act, senta il bisogno di mettere repentinamente le mani avanti e di garantire che la minoranza del Pd si allineerà, acconsentirà, seguiterà a coprire a sinistra un capo che va sempre più a destra. Perché mai lanci segnali rassicuranti, teorizzando che il dissenso interno ha vincoli invalicabili, proprio mentre la minoranza s’interroga, ipotizza maggioranze a geometria variabile e non esclude di andare sino in fondo, anche fino alla rottura col governo e con la maggioranza del partito.
Ancora una volta emerge che il problema è politico e di prima grandezza. Non sarà elegante, ma bisogna ripeterlo: il Pd è dinanzi a un bivio drammatico. Le scelte all’ordine del giorno sono, per sostanza e peso simbolico, decisive. L’articolo 18 è oggi quel che la scala mobile e le pensioni sono state in passato. E ora davvero non ci sono più margini, come mostrano le statistiche che fotografano la catastrofe di questo paese.
Che l’Italia registri il record della disoccupazione giovanile e della precarietà, della povertà del lavoro e della disuguaglianza (per tacere dell’evasione fiscale) non è un caso. Non è privo di connessioni con le scelte compiute anche dai gruppi dirigenti di quello che avrebbe dovuto essere il partito dei lavoratori: di tutto il lavoro subordinato, compreso il precariato, gli autonomi eterodiretti, i disoccupati. A questo punto, perservare nella stessa direzione vorrebbe dire avere consumato una mutazione genetica, aver cambiato natura e ragion d’essere. È per questo che nello scontro sull’articolo 18 e sul Jobs Act è in gioco una questione di dignità e di responsabilità.
Vendola: «Saremo la coalizione dei diritti»
L'appello. Nichi Vendola chiama il Pd e la sinistra diffusa: Renzi svolta a destra, lavoriamo tutti insieme. «Il premier a un giro di boa, la nouvelle vague renziana è più a destra di Sacconi. Chiedo a chi fa la battaglia sull’art.18: questa volta andate fino in fondo. Sel non starà in prima fila ma accanto agli altri. La lista Tsipras? Una semina»
Daniela Preziosi, il Manifesto 2.10.2014
Quello di Renzi è «un governo conservatore che spara un colpo alla nuca di ciò che resta della civiltà del lavoro». Nichi Vendola pesca a piene mani dal suo canestro di parole perché, spiega, «siamo arrivati a un punto di svolta», «il dibattito sull’art. 18 è una linea di demarcazione che riguarda identità, orgoglio e senso stesso della parola sinistra. Quando la sinistra diventa asociale è meglio chiamarla destra». Lancerà questa proposta alla manifestazione di domani a Roma. In mattinata la formalizzerà alla direzione del partito: «Mettiamo Sel a disposizione, come uno strumento, un lievito, un terreno di incontro per una parte del Pd, i movimenti, le associazioni della sinistra diffusa e del sindacato»,per combattere insieme l’agenda economica del governo Renzi. Con il manifesto Vendola è ancora più esplicito: è «l’inizio di un percorso con un futuro più lungo» e la richiesta «a tutti di fare una battaglia vera, di portarla fino in fondo».
Vendola, prepara un nuovo big bang a sinistra?
La mia proposta è lavorare per una coalizione dei diritti e del lavoro, che abbia la capacità di rendere sempre più stretto il legame fra i diritti sociali e i diritti civili.
È un invito alla sinistra Pd a uscire dal partito? Tutti, o quasi, hanno già detto che saranno fedeli ’alla ditta’, per dirla con Bersani.
Bersani sta facendo la sua lotta politica nel suo partito. Da altre parti si legge anche altro. Non intendo interferire nelle questioni interne al Pd, ma mi rivolgo a tutti quelli che sanno che siamo a un giro di boa della storia e della cultura di questo paese. Propongo di costruire qualcosa di nuovo, non di assembleare le schegge sconfitte della sinistra.
Allora è un invito a Pippo Civati, che sarà sul palco con lei?
Tutti coloro che dal Pd muovono una critica radicale al renzismo e alla deriva a destra di questo governo sono interlocutori preziosi. Propongo loro di lavorare insieme, anche da diverse postazioni. Non li voglio iscrivere a Sel, metto a disposizione Sel per costruire qualcos’altro. Sel non vuole stare in prima fila, ma accanto a tutti coloro che si sentono impegnati in un processo indispensabile al paese, non al ceto politico.
Concretamente questa ’coalizione’ cosa farà?
Intanto il 4 ottobre facciamo un’iniziativa insieme, con persone diverse, proprio perché nella sinistra ci sono tante cose, tante idee, tante testimonianze. Hanno il difetto di essere sparpagliate, frammentate, a volte in sonno da troppo tempo. Si tratta di riaggregarle in un progetto che non abbia nessuna torsione minoritaria e testimoniale, lontano dalla trappola per cui o c’è il governismo o c’è il minoritarismo. Rimettiamo in campo le forze che parlino il linguaggio di una sinistra moderna, che non si sente custode di nessuna ortodossia ma che sia protagonista di un cambiamento.
’Cambiare’ è un verbo renziano, ormai.
Dobbiamo liberare questa e altre parole dalla retorica mistificante del renzismo. Mando una lettera a Renzi: “Caro Matteo, c’era un tempo in cui quando si diceva ’riforma’ si parlava di qualcosa che migliorava le vite: pensa al diritto di famiglia, alla riforma sanitaria, a quella psichiatrica. Oggi quando si evoca la parola riforma si parla sempre e solo di qualcosa che ti spoglia di un diritto”.
Renzi promette che il jobs act darà diritti e tutele a chi non li ha.
Renzi dice tutto e il contrario di tutto, è un caleidoscopio di slogan. Sta con Hollande ma anche con Cameron. Dice a Merkel ’non trattarci come scolaretti’ ma poi come uno scolaretto dice ’rispetteremo il 3 per cento’.
Parlava delle «schegge sconfitte della sinistra». Si riferisce alla Lista Tsipras? Vi sentite ancora impegnati in quel percorso?
Credo che quell’esperienza sia stata positiva dal punto di vista della mobilitazione e delle energie, soprattutto quelle giovanili. È stato un segnale di cambiamento. Ha corrisposto a un sentimento e a un bisogno che c’era in una parte dell’elettorato. Purtroppo la sua seconda vicenda, quella dopo il voto, non mi pare che brilli. Neanche dal punto di vista di come marca la scena del parlamento europeo. Ma continuo a considerare quell’esperienza un’importante semina per la sinistra.
Alla riunione della direzione del Pd D’Alema ha quasi rivendicato il referendum per allargare dell’art.18. Era il 2003, gli allora Ds — come lui — fecero campagna contro. Che impressione le fa?
Io ho partecipato a quella campagna per estendere le tutele a tutti. E ancora oggi penso che nonostante non si sia superato il quorum, il dato dei voti — quegli 11 milioni per il sì — resta la più grande consultazione di massa, imparagonabile a un sondaggio pilotato o a un’attività di marketing e propaganda. Fu un responso straordinario, l’espressione di un diffuso sentimento di giustizia sociale. Forse la odierna devastante scena di intere generazioni di precari consente anche a D’Alema un utile ripensamento. Quando poi sento gli esponenti della nouvelle vague Pd parlare di art.18 come di un privilegio, rabbrividisco. Licenziamento senza giusta causa, quello che Renzi chiama «libertà degli imprenditori», vuol dire licenziare uno perché ha il cancro, o è gay, una donna perché è incinta. Il privilegio semmai è l’esercizio arbitrario di un potere. La nouvelle vague Pd culturalmente sta più a destra di Sacconi, il peggior ministro berlusconiano.
Sacconi lamenta che sull’art.18 il jobs act ora è troppo timido.
I diversamente berlusconiani battono un colpo per ricordare che sono un fondamento di questa maggioranza. E lo sono davvero. Anche il cronoprogramma dei mille giorni è scandito dalla destra: all’inizio c’è un colpo al cuore dei diritti sociali, in coda forse forse arriverà una parvenza di diritti civili.
Al senato Sel ha presentato oltre 300 emendamenti sulla legge delega.
Farete ostruzionismo?
Lo decideranno i nostri senatori. Io mi auguro di sì.
Fra qualche mese lascerà la presidenza della Puglia. C’è chi parla di un passo indietro, c’è chi dice che ha in testa di trasferirsi in Canada, patria del suo Eddy. Cosa farà davvero?
Farò il leader di Sel finché i miei compagni e le mie compagne me lo faranno fare. Ma non lo intendo come un incarico a vita. Quanto al Canada, è nel mio cuore, ma viverci è in contraddizione con la mia antropologia: sono una creatura mediterranea e ho bisogno del caldo e del mare.
Renzi vuole spianare la sinistra interna al Pd, e quasi quasi ce l’ha fatta. Spianerà anche voi?
Il ragazzo si sta impegnando molto, ma vedremo. Attraverso la retorica della rottamazione e le altre operazioni di tipo pubblicitario è riuscito a sostituire alla dialettica destra-sinistra quella vecchio-nuovo, veloce-lento. Sono categorie da letteratura marinettiana, tutte dentro un meccanismo di comunicazione veloce, superficiale e ferocemente giovanilista. Ma il giovanilismo non è una cultura di sinistra. E ’Giovinezza’ non è nel nostro repertorio musicale.
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