sabato 4 ottobre 2014
Questa è "la sinistra"
Ricordate l'entusiasmo per Marino? [SGA].
Marino: “Sì, licenziare è di sinistra: così rifondiamo l’Opera”
“Nessun desiderio di applausi a buon mercato Ma una scelta di responsabilità: rifondare con il merito”
intervista di Fabio Di Martini La Stampa 4.10.14
Nel
suo meraviglioso studio in cima al Campidoglio, il sindaco di Roma
ammette che non è stata una decisione facile, perché il licenziamento
dalla sera alla mattina di 182 musicisti impiegati è una roba che non si
era mai vista prima in Italia, eppure se si chiede ad Ignazio Marino se
quella possa passare alla storia come una decisione di “sinistra”, lui
annuisce senza esitazioni: «Sì, l’unica azione veramente di sinistra era
proprio questa: rifondare l’Opera. Non liquidare il Teatro e neanche
chiamare una star come rattoppo. Una decisione a prima vista choccante.
ma che potrà far rinascere il Teatro». In un Paese che scopre di aver
vissuto per decenni sopra le proprie possibilità e che non sprofonda
grazie alle riserve accumulate nelle famiglie, tocca ad uomini della
sinistra - Renzi a palazzo Chigi, Marino al Campidoglio, alcuni sindaci
in giro per l’Italia - tagliare, scontentare, affrontare decisioni
complicate.
In queste ore prevalgono gli applausi di chi dice, così
non poteva andare avanti così: la sua è una scelta che “chiama”
consenso? Come in tutte le crisi, non c’è il rischio di assecondare il
bisogno collettivo di capri espiatori?
«No, guardi in un momento
così drammatico nella nostra storia, da parte nostra non c’è alcun
desiderio di applausi a buon mercato. Ma una scelta di responsabilità:
un anno fa, dopo aver preso atto dei debiti immensi tollerati nel
passato, abbiamo subito ridotto i contributi (che sono restati comunque i
più alti rispetto agli altri Teatri italiani) e le spese, riuscendo ad
aumentare gli spettacoli, ma il buco di bilancio restava grave e ci
siamo anche trovati anche nell’imbarazzo internazionale di spettacoli
cancellati...».
Uno “sciopero selvaggio”...
«Posso immaginare
una persona che, un anno prima, aveva acquistato un biglietto a Sidney
per venire a Roma e godersi uno spettacolo a Caracalla. Arriva con
questa emozione in un luogo nel quale la storia della lirica vive dentro
la storia dell’archeologia. E poi, lo dico con grande rispetto, alle 21
vede salire sul palco Carlo Fuortes che dice: scusate questa sera non
c’è l’orchestra, ci sarà soltanto il pianoforte. Quattromila persone,
metà straniere, ricevono questo schiaffo in faccia: un brutto segnale
per la Capitale d’Italia».
Ma davvero l’unica soluzione era licenziare?
«Avevamo
tre strade: trovare un rattoppo attraverso una grande figura che
assumesse la direzione, ma così avremmo lasciato marcire i problemi.
Potevamo chiudere il teatro, ma sarebbe stato ancora più drammatico. Per
tanti motivi. Per dirne uno: nel teatro sono custoditi 60.000 costumi
catalogati dal 1920, indossati da personaggi come la Callas...».
E invece sono scattati i licenziamenti...
«Sì,
alla fine l’unica possibilità era intraprendere un’ azione veramente di
sinistra: rifondare tutto sulla cultura del merito».
Che significa?
«Sono
sicuro che ora potrà nascere un’associazione degli stessi orchestrali e
coristi e da altri che vogliano concorrere per avere un contratto col
teatro dell’Opera. Si chiama esternalizzazione, sembra una brutta parola
ma non lo è: significa che il Teatro selezionerà i migliori e lo farà
sulla base di un contratto con tutte le protezioni per chi vi lavora.
Una scelta fatta sul merito, come è accaduto in altri capitali europee: a
Vienna, Londra, Parigi, Madrid».
Una scelta di razionalizzazione: perché di sinistra?
«Perché
una amministrazione di sinistra non deve cercare di sopravvivere, ma
cercare di migliorare le strutture che amministra. E quindi vanno prese
decisioni che possono apparire drastiche, però possano far rinascere un
Teatro che continui ad essere motivo di orgoglio»
Una decisione, la sua, che un anno fa sarebbe stata inimmaginabile...
«In
questo Paese i tempi della cronaca sono così veloci che portano un po’
di nebbia nella memoria. Nel 2009 mi candidai un po’ temerariamente alle
Primarie del Pd contro Pier Luigi Bersani. Dissi in tutto il Paese, tra
l’altro, che non bisognava conservare l’articolo 18, ma puntare su uno
Statuto dei lavori, per non mantenere diritti speciali ad alcuni
lavoratori, ma allargando i diritti a tutti i lavoratori precari. Allora
quella visione ottenne il 14%, oggi con Renzi questa impostazione è
largamente maggioritaria».
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