domenica 26 ottobre 2014

Tradotto il pastiche postmoderno di Jennifer Egan

http://www.minimumfax.com/upload/images/libri/sotterranei/cover_egan_la_fortezza.jpgJennifer Egan: La fortezza, Minumum Fax

Risvolto
Danny, 35 anni, newyorkese d’adozione, drogato di internet e di public relations ma senza un impiego degno di tal nome, si ritrova, grazie a un invito inaspettato, in un castello medievale dell’Europa Centrale, che suo cugino Howard ha comprato e vuole ristrutturare per farne un resort di lusso dedicato al silenzio e alla meditazione: l’invito ha forse a che fare con il traumatico passato che lega i due? Il senso di spaesamento e minaccia che Danny prova è frutto di paranoia o il castello, fra i suoi intricati corridoi e i bizzarri personaggi che lo abitano, nasconde davvero un mistero? E ancora: chi è il narratore che sta scrivendo questa storia, perché è detenuto in un carcere di massima sicurezza, quale rapporto ha con i due cugini? Un classico romanzo «gotico», nelle mani geniali di Jennifer Egan, diventa un affascinante gioco letterario e una riflessione sul reale e il virtuale nella società contemporanea; ma al tempo stesso, fra atmosfere da ghost story e sorprendenti colpi di scena, non smette di tenere il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina.


Nelle segrete senza wi-fi la fiaba si fa gotica 
Arriva anche in Italia l’opera della Egan: la fuga dal mondo porta in un castello isolato dove la realtà è un incastro di sette e fantasmi

MASSIMO VINCENZI Repubblica 26 ottobre 2014

L’INIZIO rimbalza sospeso tra la tensione di Dracula nella versione Bela Lugosi e le risate di Frankenstein Junior, il colore è bianco e nero, la colonna sonora un requiem ma il ritmo delle azioni è fulmineo come Internet: il contrasto è la prima impressione del romanzo di Jennifer Egan, La fortezza, che arriva adesso in Italia per Minimum Fax. In America i critici cambiano l’ordine dei complimenti ma il risultato non cambia: brillante, stupefacente e via elogiando. Giudizi da sottoscrivere, perché la vincitrice del premio Pulitzer regala un libro pieno di suggestioni dai sapori agrodolci: una favola spigolosa, che lei stessa definisce, senza crederci troppo, “gotica” ma ancorata all’oggi, intrisa di realismo e proprio per questo convincente.
La trama appare (erroneamente) elementare. Il protagonista, Danny, scappa dai suoi problemi newyorchesi e si rifugia in un castello dell’Europa centrale. Qui il cugino Howard sta lavorando con la famiglia e un gruppo di amici (simil adepti) per ristrutturare l’antica costruzione trasformandola in un hotel dove isolamento fa rima con meditazione. In questa storia però niente è come sembra, a partire dai personaggi che la Egan tratteggia con un occhio feroce e indulgente allo stesso tempo, li cattura nei momenti di maggior fragilità ma li salva e ama. Tutti loro sono imprigionati dentro gabbie, per ragioni differenti vivono esistenze malandate che sembrano sempre sul punto di annientarli sino a quando il destino fornisce loro una via di fuga, un miraggio benefico che li strappa dalla tempesta. Così Danny si trasforma in poche righe da ragazzo predestinato in uno dei tanti che si dannano l’anima cercando di uscire dai guai, ma finendone invece sempre più invischiato. È lui il motore mobile della narrazione: ossessionato a tal punto da Internet e dall’essere sempre connesso da sentire un formicolio quando c’è un wi-fi a portata di collegamento, si trova d’un tratto tagliato fuori da tutto e la sua percezione del mondo inizia a tremolare come in una televisione dall’antenna difettosa. Il lettore viene trasportato dentro questo luogo magico nel quale i confini si sfarinano: la vecchia torre si popola di fantasmi, un’anziana baronessa diventa una splendida principessa, il vino sa di muffa e metallo, la testa gira, gli occhi si chiudono e la parte oscura che si nasconde dentro tutti noi ne viene rapita.
La Egan spiega al San Francisco Chronicle : «Oggi le persone parlano da sole mentre camminano e io non capisco se stanno chiacchierando con qualcuno al telefono o se sono matti. Se quasi tutto quello che viviamo accade in rete come facciamo a decidere quello che è reale e quello che è virtuale? ». E il New York Times la mette sulla scia di David Foster Wallace «anche se la sua voce resta sempre originale». Una voce che incanta grazie a un trucco narrativo che porta il lettore al centro della storia come se fosse lui a scriverla, grazie a una sorta di autore dello schermo: Ray, compagno di cella di Danny.
Michael Cunnigham che la conosce bene dice di lei: «È una delle più brillanti scrittrici della nostra generazione, ma la dote che più le invidio è la capacità di mettere in connessione aspetti della vita all’apparenza lontani». Ed è esattamente quello che rimane una volta chiusa La fortezza: la prigione, Internet, il castello medievale, le ragnatele, la droga, le streghe, Dungeons & Dragons, le nobildonne, i boss della mafia sembrano mossi da una logica inevitabile, oscura ma solidissima come se la fantasia nel gioco di scatole cinesi diventasse l’unica unità di misura efficace per il nostro quotidiano.
Jorge Luis Borges sosteneva che un popolo non sarà mai prigioniero sino a quando avrà voce e che un autore non sarà mai morto sino a quando avrà una storia da raccontare. La letteratura americana, in astinenza da Nobel e in crisi di autostima, può stare tranquilla, sino a quando ci saranno scrittori come Jennifer Egan non correrà rischi di estinzione.

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