Sotto assedio è l’Occidente Il califfato cadrà se Europa e America torneranno insieme
domenica 12 ottobre 2014
Un improbabile Guerriero della Civiltà Atlantica con il culo degli altri
Sotto assedio è l’Occidente Il califfato cadrà se Europa e America torneranno insieme
Quanto può valere, in termini di reclutamento di altri combattenti in
tutto il mondo, oltre che di nuovi simpatizzanti per la «causa» (la
guerra santa), la sempre più probabile caduta di Kobane nelle mani dello
Stato islamico? Kobane, la città curda assediata (e già in gran parte
conquistata dal Califfo) i cui abitanti combattono per sfuggire a morte
certa, sta diventando una prova dell’impotenza occidentale. Le analogie
storiche funzionano solo in parte ma la battaglia di Kobane sta
assumendo un rilievo simbolico che ricorda quello di battaglie decisive
in certe guerre del passato. Come Stalingrado. I curdi ce l’hanno
soprattutto con il presidente turco Erdogan che non muove i carri
armati, né permette ai curdi di attraversare il confine con la Siria per
andare a salvare gli abitanti di Kobane. Ma la tragedia della città è,
prima di tutto, il frutto degli errori degli occidentali, della loro
passività, durata troppo a lungo, di fronte alla nascita e alle vittorie
del Califfato. I bombardamenti americani hanno rallentato l’avanzata
dei jihadisti ma, secondo lo stesso Pentagono, non basteranno né a
salvare Kobane né a bloccare l’ulteriore espansione dello Stato
islamico. Per fare quel lavoro occorrono le truppe di terra. Esattamente
ciò che Obama non è disposto a impegnare.
Si scontano anche in questo caso gli effetti di una politica americana
in Medio Oriente giudicata fallimentare da critici dello stesso campo
democratico cui appartiene il presidente: dall’ex segretario di Stato e
futura candidata alla presidenza Hillary Clinton all’ex segretario alla
Difesa sotto Obama, Leon Panetta.
Il problema è che una coalizione di guerra contro lo Stato islamico che
comprende le potenze sunnite dell’area è un’ottima cosa sulla carta ma
non funziona o funziona male di fatto perché ciascuna di quelle potenze
ha nella partita interessi e obiettivi propri, e la leadership americana
è troppo debole e troppo poco credibile: non può imporre la coesione
necessaria per ottenere decisive vittorie militari sul terreno. Non è
nemmeno sicuro che le potenze sunnite coinvolte (la Turchia per prima)
vogliano davvero spingersi fino a distruggere il Califfato. Intendono
certamente colpirlo e fermarlo poiché si tratta di un fenomeno sfuggito
di mano a tutti. Ma non è sicuro che vogliano anche distruggerlo se ciò
significa regalare la vittoria ad Assad in Siria, consentire che il suo
regime si perpetui. Mentre è certo, almeno dal punto di vista
occidentale, che la sconfitta definitiva dello Stato islamico è
necessaria non solo per stabilizzare la regione ma anche per spegnere
gli entusiasmi che i suoi successi e la sua sanguinaria capacità
mediatica hanno suscitato fra molti giovani sunniti in Medio Oriente, in
Europa e altrove. N on sembra neppure funzionare l’idea fin qui
accarezzata (implicitamente) dalla Casa Bianca: quella di coinvolgere
l’Iran con lo scopo non solo di sconfiggere lo Stato islamico, ma anche
di costituire, in prospettiva, una sorta di «equilibrio di potenza» fra
Stati sunniti e Stati sciiti sotto sorveglianza occidentale per
assicurare stabilità al Medio Oriente. In linea di principio, favorire
un simile equilibrio ridando rispettabilità e riconoscimento all’Iran,
soprattutto attraverso l’accordo nucleare, sembrava, fino a qualche
tempo fa (prima che emergesse la minaccia dello Stato islamico), una
buona idea. Oltre a tutto, è vero che l’Iran post rivoluzione del ‘79 ha
spesso favorito movimenti e azioni terroriste ma è altrettanto vero che
è stato nel mondo sunnita, non in quello sciita, che ha preso corpo ed è
decollata, da Al Qaeda al Califfato, la grande guerra condotta
simultaneamente contro l’Occidente, gli sciiti e i sunniti non coinvolti
nella jihad . Ma quella che era forse un tempo una buona idea, un
progetto praticabile, oggi non lo è più. Non solo la nascita del
Califfato ha complicato enormemente il quadro ma, per giunta, quel
progetto avrebbe richiesto, per funzionare, anche un coordinamento e una
intesa fra le grandi potenze: in concreto, sarebbe stato necessario
l’appoggio della Russia. Un’ipotesi che è definitivamente tramontata a
causa della crisi ucraina.
Il Corriere ha ieri ospitato un interessante intervento di due politici
italiani, Pier Ferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto, giustamente
allarmati per gli sviluppi in corso e che proponevano il coinvolgimento
dell’Onu per fermare lo Stato islamico. In queste ore, anche altri in
altre capitali europee, consapevoli della debolezza dell’attuale
coalizione di guerra, propongono soluzioni simili. C’è da temere, però,
che quella non sia la strada. L’Onu può servire (come accadde nel 1991
durante la prima guerra del Golfo contro Saddam Hussein) per dare
copertura politico-diplomatica a una potenza americana dotata di volontà
d’intervento e di strategia militare. Difficilmente può essere il
surrogato o il sostituto di quella volontà e di quella strategia.Per
dire che, sfortunatamente, non c’è alternativa a un impegno diretto
degli Stati Uniti e a una loro ritrovata capacità di guidare e dare
coesione alla coalizione di guerra.
L’Europa corre rischi grandissimi. Siamo sulla linea di tiro. Le
ripetute minacce del Califfo all’Europa non sono sbruffonate. Nella sua
tragicità la situazione è semplice: o i jihadisti verranno fermati in
Medio Oriente o la guerra, prima o poi, ci raggiungerà. La principale
ragione per cui ciò continua ad apparire inverosimile a tanti europei
occidentali è semplicemente il riflesso dell’eccezionalità della storia
europea dopo il ’45, della felicissima anomalia (almeno fino alle guerre
iugoslave) di un lunghissimo periodo di pace. Essi faticano a
comprendere che la sicurezza europea, in questo come nei passati
frangenti, dipende da due condizioni: la disponibilità di americani ed
europei a coordinare i loro sforzi, e la presenza di una America i cui
dirigenti possiedano la capacità e la volontà di esercitare la
leadership .
Le nuove minacce alla sicurezza obbligano a rettificare molti giudizi
del passato. Per anni, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, in
tanti hanno pensato che America e Europa potessero felicemente andarsene
ciascuna per la propria strada. Che l’Europa non sia in grado di farlo
dovrebbe essere ormai evidente. La si osservi con attenzione. Qualcuno
pensa che sia capace di difendersi da sola? Si guardi al disastro che è
riuscita a combinare in Libia.
Ma anche gli Stati Uniti, come hanno sperimentato con la presidenza
Obama, la meno interessata, rispetto a tutte quelle che l’hanno
preceduta nell’ultimo mezzo secolo, a mantenere la «relazione speciale»
con l’Europa, non hanno nulla da guadagnare da un indebolimento
eccessivo del legame transatlantico. È forse dai tempi di Jimmy Carter
(fine anni Settanta) che il prestigio e l’influenza degli Stati Uniti
non cadevano così in basso. Bisogna sperare che il prossimo presidente
abbia l’energia e la capacità di rovesciare la tendenza. Nell’attesa, è
vitale che, in Medio Oriente soprattutto, gli occidentali (gli americani
in primo luogo ma anche gli europei) la smettano di accumulare solo
errori.
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