
Diego Marconi:
Il mestiere di pensare, Einaudi
Risvolto
La filosofia è ormai un'attività praticata non da pochi saggi,
ma da migliaia di professionisti in tutto il mondo. Come sempre
avviene, la professionalizzazione porta con sé un'intensa
specializzazione. Una prima conseguenza è che una buona
parte di ciò che i filosofi scrivono è comprensibile a pochi.
Una seconda conseguenza è che - come avviene nelle
scienze naturali e in matematica, ma anche nelle scienze sociali
- molti filosofi sembrano occuparsi di problemi minuti
e questioni di dettaglio, interne ai programmi di ricerca di
cui il pubblico colto ha solo un'idea approssimativa. Ciò significa
che la filosofia ha rinunciato a rispondere alle Grandi
Domande che, secondo un'immagine molto diffusa, hanno
costituito in passato la sua ragion d'essere? E ha inoltre
rinunciato a rivolgersi alla generalità degli esseri umani, come
sembra proprio della sua specifica vocazione? Lo specialismo
e il tecnicismo non sono forse in contraddizione con
la natura stessa della filosofia?
In questo libro, un convinto sostenitore del professionismo
filosofico ne difende le motivazioni pur senza minimizzarne
i rischi, proponendo alcuni rimedi.
Attenti a rottamare Kant La filosofia non è tecnica
di Umberto Curi Corriere La Lettura 12.10.14
Che cos’hanno in comune Gianni Vattimo e Ligabue? E perché Massimo
Cacciari compare spesso fra gli ospiti dei più svariati talk-show? Per
capirlo, dobbiamo fare un lungo passo indietro, fino all’autunno del
1765. Un professore di fama ancora piuttosto oscura, libero docente di
filosofia presso l’Università di Königsberg, con l’approssimarsi
dell’inizio delle lezioni accademiche, aveva pubblicato una
«comunicazione», con la quale dava notizia del programma e dell’orario
delle lezioni del corso che si accingeva a tenere. La qualifica di
Privatdozent non gli consentiva di contare su quello che oggi
chiameremmo un posto di ruolo, con relativo decoroso stipendio. Come
precario, egli doveva confidare su un’ampia partecipazione di studenti, e
su giudizi lusinghieri, allo scopo di ottenere una conferma
dell’incarico. Di qui la scelta di allegare alla «comunicazione» una
concisa dissertazione, in cui indicava le finalità del corso, illustrate
in modo tale da rendere appetibile l’insegnamento per una vasta platea
di allievi.
Quel docente si chiamava Immanuel Kant. Il testo da lui redatto in
quella circostanza, noto col titolo di Nachricht («annuncio», «notizia»,
«comunicazione», appunto), conteneva una chiara esplicitazione di temi
molto importanti, con un respiro culturale che eccedeva di gran lunga la
contingenza. L’insegnamento universitario della filosofia — scrive Kant
— deve far sì che l’allievo diventi un Selbstdenker , «uno che pensa
con la propria testa». Se l’università non si attiene a questa
direttiva, essa non solo tradisce i suoi compiti istituzionali, ma
finisce per produrre seri danni. Il docente dovrà dunque adoperarsi
affinché gli studenti non imparino «pensieri», ma imparino a «pensare»;
che essi, insomma, non apprendano la filosofia, ma diventino invece
capaci di filosofare; che essi non siano indotti a diventare
«recipienti» di idee prodotte da altri, ma acquisiscano le procedure per
produrre autonomamente idee.
Allo scopo di giustificare questa rivoluzione copernicana ante litteram ,
vale a dire precedente a quella che egli introdurrà 16 anni più tardi,
con la pubblicazione della Critica della ragion pura , Kant adduce una
serie di argomenti (non tutti persuasivi allo stesso modo), tra cui il
richiamo alla differenza essenziale fra le scienze e la filosofia.
Mentre nel caso delle scienze — che siano «storiche», vale a dire basate
sull’osservazione, o matematiche, fondate sul calcolo — si può
individuare un «dato di fatto», qualcosa che è «già provveduto», e che
dunque deve semplicemente essere assimilato, nel caso della filosofia
questa condizione è assente, e di conseguenza non vi è qualcosa da
trasmettere mediante l’insegnamento.
Per quanto possa apparire convincente e perfino affascinante, la
proposta di Kant non ha goduto di grande fortuna fra gli addetti ai
lavori. Già bollata come disdicevole «smania», o come «infelice
prurito», da Hegel, l’ipotesi di attribuire all’insegnamento della
filosofia il compito di preparare gli allievi a «pensare con la propria
testa» sarebbe stata addirittura ridicolizzata da alcuni esponenti della
filosofia analitica contemporanea. Per pensare con la propria testa —
hanno osservato — bisognerebbe averne una, cosa che spesso è tutt’altro
che scontata. E poi: guai se non pensassimo anche con la testa degli
altri. Ci priveremmo di un irrinunciabile patrimonio di idee e
conoscenze, senza il quale non vi sarebbe possibilità di progresso.
Pur senza citare la Nachricht kantiana, ma richiamandosi spesso ad
argomenti di ispirazione analitica, sul complesso delle questioni ora
citate si sofferma Diego Marconi, nel suo Il mestiere di pensare
(Einaudi). Scritto in maniera limpida e insieme rigorosa, assistito da
una solida conoscenza dei principali filosofi contemporanei, in
particolare di lingua inglese, il libro attraversa gran parte dei
problemi soggiacenti al dibattito suscitato dalla proposta kantiana: il
rapporto fra scienze e filosofia; la figura del filosofo, conteso fra
l’artigiano e lo specialista; il conflitto fra storici e teorici
sull’utilità (o la superfluità) della storia della filosofia per il
concreto esercizio filosofico.
L’importanza dei temi affrontati induce a rimandare ad altra sede una
più analitica discussione di merito. Qui è però possibile soffermarsi su
un aspetto peraltro non marginale, rispetto all’orditura del libro, nel
quale l’autore mette a confronto una accezione «professionale» con la
variante «dilettantesca» del lavoro filosofico. Per essere più precisi,
non è questo il solo dualismo, né il più importante, fra quelli evocati
da Marconi. Al contrario, egli costruisce buona parte della sua
argomentazione mediante la tecnica della distinzione-contrapposizione:
fra filosofi divulgatori e filosofi mediatici, fra protagonisti di
festival e specialisti, fra autori di testi dal significato oscuro e
tecnici dell’argomentazione rigorosa. Muovendo da una convinzione, non
apertamente dichiarata, ma anche neppure tanto dissimulata, e cioè che
nella controversia tra filosofi analitici (Willard Quine, Peter
Strawson, Hilary Putnam, lo stesso Marconi) e filosofi continentali
(Martin Heidegger, Jacques Derrida, Jürgen Habermas, Emanuele Severino)
solo i primi meritino di essere considerati degli autentici
«professionisti» del mestiere di pensare, mentre i secondi possano
andare bene per soddisfare le ambizioni dell’assessore che voglia
promuovere una kermesse culturale, o per accontentare il direttore di un
quotidiano, o per partecipare a dibattiti televisivi, ma non possano
aspirare alla serietà nell’esercizio della filosofia.
Insomma, secondo l’impostazione di Marconi, il problema non è stabilire
con quale «testa» si debba pensare (con la propria, come vorrebbe Kant, o
quella di altri, come suggeriscono gli analitici), ma quale forma
logico-argomentativa debba assumere il discorso filosofico, per almeno
assomigliare al rigore delle procedure in uso nelle scienze. Dove è
allora evidente che la distinzione kantiana fra scienze e filosofia è
destinata a saltare, e soprattutto che a decidere chi sia un filosofo
degno di questo nome saranno i membri di una inevitabilmente ristretta
comunità scientifica, e non le arene mediatiche, straripanti di pubblico
e povere di competenze.
Quale rapporto vi sia poi fra questa accezione rigidamente tecnicizzata
di filosofia, sostanzialmente indistinguibile dalle scienze, e il modo
in cui essa è stata coltivata, lungo una secolare tradizione, da
Eraclito e Platone, Aristotele e Cartesio, Spinoza e Hegel, Nietzsche e
Heidegger — di tutto ciò il testo di Marconi non parla, se non per
accenni. Ma forse è vero, ancora una volta, che ciò intorno a cui non si
può parlare, si deve tacere.
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