giovedì 6 novembre 2014
Giorgio Bassani l'8 settembre: un racconto inedito
Giorgio Bassani: Racconti, diari, cronache (1935-1956), a cura di Piero Pieri. Feltrinelli, pagg. 480, euro 29
L’8 settembre 1943 nel racconto inedito di Giorgio Bassani
Io e Montale a passeggio nella Firenze dell’armistizio
“Io ho fatto la guerra invece di imboscarmi come tanti di voi”, disse con rabbia l’amico poeta La minaccia dell’invasione tedesca pesava sulla città come il più atroce degli incubi
di Giorgio Bassani Repubblica 6.11.14
NEL
tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943, appoggiati a una spalletta del
Ponte Vecchio di Firenze, stavamo a guardare — l’amico L. ed io — il
tramonto sull’Arno. «De l’eternel azur la sereine ironie», mormorava L.
Senonché l’azzurro, d’una trasparenza e d’uno splendore eccezionali,
cedeva, dalla parte dove il sole era scomparso, a campi digradanti,
quasi simmetrici, d’altro colore; ed erano zone larghe di verde, palchi
orizzontali d’un verde senza macchia, tanto puro da far pensare a una
nota musicale. Il tutto era fuso in una materia liquida e preziosa, non
più aria o non solo aria: e ne spirava la stessa ineffabile dolcezza
verde e azzurra che si specchia, a volte, nell’iride mansueta di certe
fanciulle.
L., che tra parentesi è poeta vero anche se la sua poesia
trovi spesso un limite nell’eloquenza, disse, appunto questo: che una
fanciulla, la fanciulla ideale, volgeva in quel momento dal cielo il suo
sguardo su di noi... Ma c’era poi dell’altro. Da una zona più bassa
dell’atmosfera, quasi a contatto con l’acqua del fiume, si innalzavano
dei delicati pennacchi di roseo vapore sfumati verso la cima di grigio e
di viola. Il vento che era caduto completamente ne aveva in precedenza
arruffato e scompigliato le chiome che apparivano ora ferme, come
stampate, in disegni pieni d’un estro arcano e grandioso. A questo
proposito l’amico L. parlò ancora del vento e della sua fantasia, e di
non so quali rampanti draghi giapponesi «ricamati con fili purpurei
sulla seta della sera». Perché mai l’età nostra ha reso insopportabile
qualsiasi forma di declamazione?
Poco più tardi, percorrendo gli
stretti vicoli che conducono dal Ponte Vecchio a Piazza Vittorio
Emanuele, ci avvenne di incontrare una grossa macchina militare tedesca
che procedeva lentamente in senso contrario al nostro. La macchina era
bassa e lunga, grigia se ben ricordo, con qualcosa nel contenuto insito
del motore di balzante di cauto insieme. Tutti gli otto posti della
vettura erano occupati da ufficiali in tenuta di guerra. Le facce rasate
e dure sporgevano tra i brevi lampi delle visiere e dei monocoli sopra
la rastrelliera dei fucili mitragliatori sistemati con le canne in alto
dietro il sedile anteriore. Ci tirammo da parte, addossandoci al muro.
L’automobile passò oltre, svoltando al primo angolo. La rivedemmo
comparire di lì a un momento a un incrocio di strade, lenta e silenziosa
come sempre, coi suoi rigidi ospiti incastrati nei sedili come
manichini. E man mano che avanzavamo per l’intrico delle stradette ne
sentivamo attorno — noi — di là da un muro, oltre un quartiere — il
continuo andirivieni, avvolgente e indecifrabile come i passi del frate
bigio faustiano. Ci era presente — anche quando alla luce incerta del
crepuscolo non ne scorgevamo più il lungo cofano e i metalli luccicanti —
nel fruscio del motore e delle ruote gommate, nel secco grido della
tromba che coglieva alle spalle, facendoli sussultare i passanti
frettolosi.
La radio aveva già diffuso la notizia dell’armistizio
quando arrivammo in Piazza Vittorio Emanuele. Di lontano avevamo già
sentito le grida di gioia, ci aveva già sorpassato molta gente che
correva verso le radio più vicine, ora stipavano l’interno dei caffè —
“Giubbe rosse”, “Pascowski”, ecc. — in ascolto attorno agli apparecchi.
Seduto a un tavolino all’aperto tra le seggiole di vimini scompigliate,
tutto assorto nell’infilare con precauzione una sigaretta al bocchino
d’ambra, il poeta M. (Eugenio Montale, ndr) ci accolse con l’abituale
gesto amichevole aDunque l’armistizio? ». «Già: ecco una bella occasione
per fondare una nuova rivista letteraria». Sedemmo in silenzio.
Tornavano
frattanto gli altri, la solita corte di amici — letterati, pittori e
artisti in genere — che l’annuncio aveva disperso qua e là per la piazza
a caccia di notizie. Dopo la prima eccitazione suscitata in loro
dall’avvenimento sensazionale, eccitazione che li aveva fatti tutti più o
meno partecipi del delirio generale, se ne tornavano adesso alla
spicciola sgregarsi come vergognosi, al tavolino da cui il poeta M. che
abitualmente vi pontifica non s’era lasciato distrarre un momento solo.
Del resto, tra il refluire nella piazza della folla impazzita di gioia,
la conversazione non poteva ormai che languire. In ognuno di noi,
compreso forse lo stesso M. cresceva un senso di tristezza. Ricordo che
ci separammo quasi subito, trovando nel coprifuoco imminente un facile
pretesto per sottrarsi a un silenzio diventato poco meno che penoso.
Accadde
comunque che l’indomani, verso sera, ci ritrovassimo pressoché gli
stessi intorno a un tavolino del medesimo caffè. Per tutto il giorno
aveva fatto un caldo afoso, opprimente. C’era il poeta M., e c’era il
romanziere G. Durante la giornata avevamo assistito al primo ditissimo.
dell’esercito. La minaccia dell’invasione tedesca pesava sulla città
come un incubo altrove. G. non nascondeva la sua preoccupazione. Poco
prima, in una strada del centro, gli era capitato di veder malmenare due
soldati tedeschi isolati da parte di un gruppo di cittadini inferociti.
Ogni resistenza della popolazione armatasi nient’altro che di fucili da
caccia, sassi e coltelli da cucina, gli pareva una inutile pazzia.
«Andremmo incontro, diceva, e senza nessun costrutto, a delle nuove
Pasque Veronesi». Il poeta M. ascoltava sorridendo, ribattendo con
argomenti volutamente paradossali. A un certo punto G., persa la
pazienza, proruppe: «Ma questa non è che letteratura, e tu lo sai».
Vedemmo allora M. diventar pallido come un morto. Levandosi a mezzo
dalla seggiola rispose con imprevedibile vivacità e, conviene
ammetterlo, con una buona dose di incoerenza, che lui aveva fatto la
guerra, al fronte, e non già, come tanti imboscati di sua conoscenza,
nelle retrovie a distillare pezzi di colore per il Corriere della Sera o
per la Nazione; che era pronto a rifarla; che quello, secondo lui, era
il momento di riprendere il fucile; e che considerava vigliacchi quelli
che non la pensassero così.
Allibito, G. si preparava a ribattere con
pari violenza, e la scena assolutamente inconsueta minacciava di
scivolare nel ridicolo, quand’ecco, come a un richiamo, ci volgemmo
tutti a guardare verso la piazza. Vi entrava giusto in quel punto,
varando l’arco commemorativo che la separa da Via degli Strozzi, una
comune carrozza da nolo, scoperta, e procedeva il cavallo — una rozza
magra e macilenta — a un passo svogliato e lenta, Distesa sui cuscini
rattoppati della carrozza, tra un cumulo di valige di cuoio cosparse di
vistose etichette internazionali, una donna. Il vestito estivo,
svolazzante, ne lasciava intravedere le forme piene, un poco appassite.
Il viso triangolare, largo e bianco di cipria, volgeva verso il nostro
tavolo. E man mano che la carrozza percorreva in giro tutta la piazza,
assopendo come per incanto il brusìo della folla, la donna, piegando il
collo, accennava a noi col capo, sorridendo. Il sorriso le scopriva i
denti forti e regolari, un po’ radi, nella grande bocca dipinta. E
intanto dagli occhi obliqui, mostruosamente verdi e celesti, occhi di
fanciulla e di vergine, ma distanti l’uno dall’altro e in qualche modo
bovini, lasciava filtrare un lungo sguardo insieme triste e ironico.
Indovinammo il suo profumo di lontano, ricco e volgare, da prostituta.
Dopo
aver vagato così, a lungo, apparentemente senza una mèta, ma in realtà
come avvolgendo un punto preciso, noto a lei sola, la carrozza si
allontanò senza fretta, scomparve giù verso Porta San Piero. Prima però
che dileguasse completamente, un braccio tondo e bianco con in cima una
piccola mano paffuta si agitò con malinconia di sopra al mantice
polveroso; e mentre un cupo fragore di ferraglia rotolante sui lontani
selciati della periferia faceva già tremare tutti attorno i vetri delle
finestre, vedemmo balenare nel buio, come fuochi fatui, i grossi anelli
delle dita. © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano © 2-014, The Estate
of Giorgio Bassani
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento