giovedì 6 novembre 2014

L'architettura contemporanea secondo Jacques Gubler

Jacques Gubler: Motion, émotions. Architettura, movimento e percezione, Marinotti


Risvolto
Camminare tra le architetture; attraversare in velocità il paesaggio, volare sulla città possono essere non solo esperienze dirette, ma anche, attraverso lo sguardo colto di chi si muove con agilità attraverso il tempo, divenire momenti sostanziali per la comprensione dell'epoca attuale, in cui le molte dimensioni dell'architettura vengono esplorate e messe in crisi. Con una sequenza di visioni tanto inaspettate quanto ricercate, sullo spunto di eventi innestati dal progresso tecnologico, l'autore ci accompagna con sapienza e ironia in una rilettura dei cambiamenti nella percezione del mondo moderno. L'intuizione dei luoghi vissuti con la lentezza della passeggiata a piedi, il movimento e la teatralità della scala, l'irruzione del ferro e della velocità del treno nella tranquilla vita borghese, così come la scoperta del paesaggio aereo e del suo inevitabile impatto sull'immagine della nuova architettura ci sono svelati dall'autore attraverso un suggestivo uso delle immagini, dallo schizzo di dettaglio all'inquadratura fotografica, lasciandoci ad ogni saggio quelle curiosità che stimolano il nostro vivere quotidiano. Gubler, cronista per la "Casabella" di Vittorio Gregotti dal 1982 al 1995 e autore delle famose cartoline, attraversa ora, con la stessa ironia sottile e appassionata, la storia recente della cultura architettonica e dei suoi maestri per offrire, come scrive Mario Botta nella presentazione, "uno spaccato interpretativo dell'architettura attraverso lo sguardo curioso e disincantato del fruitore."


Il viaggio? Un’unità di misura per comprendere il territorio 

Giovedì 6 Novembre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
Jacques Gubler è un personaggio del tutto speciale: al suo straordinario percorso da grande storico dell’architettura si connette l’ironia discontinua che è una parte strutturale della meticolosa precisione svizzera come fondamento della bizzarra creatività che la distingue: da Max Frisch a Dürrenmatt, da Harald Szeeman a Le Corbusier, nato non per caso nella regione degli orologiai. 

È profittando di questa precisione autoironica che Gubler è stato uno dei più interessanti storici delle specifiche qualità svizzere dei costruttori, ingegneri, architetti e inventori che ne hanno proposto il carattere architettonico insieme, talvolta, alla grandezza. Basta osservare la profondità dei contenuti dei suoi scritti a partire dal suo primo del 1975 su nazionalismo e internazionalismo nell’architettura moderna della Svizzera seguito da quelli su Beauduin, Jean Tchumi, Hannebique, Viollet Le Duc e altri, oltre che nella continuità nel fornire ogni mese, per tredici anni, notizie originali, con i relativi commenti critici, con le «cartoline» pubblicate su «Casabella» e indirizzate alla preziosissima segretaria di direzione Miriam Tosoni. 
Il libro pubblicato dall’editore Christian Marinotti dal titolo Motion, Emotions (pp. 188, e 19) raccoglie sette saggi di diverse, ma coerenti, angolature. Gubler non è un architetto e forse proprio per questo la sua indagine utilizza, come egli scrive, una «fenomenologia pragmatica» che guarda e usa come materiale critico connesso al comportamento umano non solo di fronte all’architettura. Utilizza questa «fenomenologia pragmatica» anche come materiale di indagine per i processi delle sue occasioni di progetto come testimonianza di memoria di uno stato della storia sociale, come se l’area che egli indaga per le differenze con le condizioni percettive del presente fosse qualcosa che già apparteneva al nonno, agli antenati riconoscibili direttamente. Niente di meglio che cominciare con la passeggiata e il contatto con il terreno per ricordare i viaggi in Italia del Grand Tour o quelli di Le Corbusier in Grecia e passare poi all’architettura vista dal viaggio in treno con le sue stazioni, poi con l’automobile e infine a ciò che offre lo sguardo dall’aereo, dai fratelli Montgolfier a Ledoux sino alla fotografia aerea, attraverso l’esame di una grande quantità di esperienze possibili, delle loro influenze sui mutamenti dell’architettura, della scoperta di paesaggi di altre culture come Le voyage en Orient . 
Vi sono due saggi di questo libro che sono differentemente indipendenti dall’idea di viaggio se non in un senso altamente simbolico. Nel primo vi è la minutissima storia della casa-studio di Viollet le Duc a Losanna, costruita nel 1974 e demolita dopo un secolo, dal nome La Vedette. 
Messa a confronto con il rigore teorico degli scritti di Viollet le Duc, Gubler scrive che l’edificio sembra coerente con il libro che ne espone i principi ma poco convincente sul piano qualitativo e indaga se la teoria debba essere o meno «evidente e condivisa prima dell’immagine e del linguaggio», sottraendosi così alle possibilità offerte dall’immaginazione. 
Il secondo saggio a cui vorrei fare riferimento è quello dedicato al grande scenografo svizzero Alfons Appia che Gubler considera «un’eccellente critico di architettura», a partire dalla osservazione fatta da Appia sulla contraddizione rappresentata dal teatro progettato a Monaco da Littmann «il cui allestimento distrugge la relazione spaziale tra scena e pubblico» del modello wagneriano a cui vuole riferirsi. 
La riflessione di Gubler muove dalla scala come parte dell’edificio, e dopo aver fatto un esame di esempi svizzeri del XIX secolo, connette le proposte scenografiche di Appia con la ricerca pittorica di Albert Trachsel, allievo di Alfonse Gaudet. Per Appia le scale sono «quegli ostacoli destinati a rendere i corpi più corporali» e, da questo punto di vista, lo studio su Appia si riconnette con il tema centrale del libro cioè il percorso come conoscenza concreta dello spazio architettonico, un’idea di architettura che, da Choisy sino a Gropius, sembra elemento essenziale del moderno. 
In tutto il libro la densità dei riferimenti, degli episodi, delle connessioni e persino dei pettegolezzi storici che la lettura di questi saggi producono diviene un racconto delle ragioni profonde dell’architettura come prat ica artistica specifica. 
Il libro in tutta la sua complicata ricchezza è dedicato ad Enrico Castelnuovo, il grande storico dell’arte torinese, scomparso alcuni mesi fa, che fu il maestro di Gubler. 
Ma come Gubler scrive alla fine dell’ultimo saggio, dedicato con affetto alla grandezza poetica dell’avventura architettonica dell’amico Livio Vacchini, «possiamo accettare l’ipotesi secondo la quale il progetto di architettura può contenere razionalmente e ossessivamente una profondità autobiografica? La questione dell’autoritratto è il pretesto che ci riporta al fare e alla difficoltà del fare». E questo vale anche per lo stile degli scritti di Jaques Gubler.
L’architettura a volo d’uccello Saggi. Dallo shock ferroviario fino all'avventura aerostatica, con tappa negli interni delle case degli architetti. Una carrellata tra passato e futuro negli scritti eruditi dello storico svizzero Jacques GublerMaurizio Giufrè, 3.2.2015
Dopo undici anni è stata tra­dotta dall’editore mila­nese Chri­stian Mari­notti la rac­colta di saggi dello sto­rico dell’arte sviz­zero Jac­ques Gubler dal titolo Motion, émo­tion (Info­lio édi­tion, Gol­lion, 2003).
Assi­stente di Enrico Castel­nuovo e docente al Poli­tec­nico di Losanna e all’Accademia di Men­dri­sio, Gubler si è inte­res­sato in pre­va­lenza di archi­tet­tura del XIX e XX secolo inda­gando con raro scru­polo filo­lo­gico eventi e per­so­na­lità del moderno e indi­vi­duando temi solo in appa­renza secon­dari. Per cogliere il suo tratto distin­tivo nell’affrontare la sto­ria dell’architettura, potremmo usare le parole che Gram­sci rivolse a Bene­detto Croce, quando invi­tava a stu­diare gli scritti «minori» del filo­sofo, «le rac­colte di arti­coli, di postille, di pic­cole memo­rie, che hanno un mag­giore e più evi­dente legame con la vita». Lo stesso può valere per lo sto­rico svizzero.
Biso­gna rileg­gersi, ad esem­pio, le sue car­to­line indi­riz­zate a Miriam Tosoni, segre­ta­ria di reda­zione di Casa­bella quando era diret­tore Vit­to­rio Gre­gotti (dal 1982 al 1996) per accor­gersi che la cifra sti­li­stica della sua nar­ra­zione sta nei «fram­menti discon­ti­nui».
Di «discon­ti­nuità» parla anche Mario Botta nell’introduzione al sag­gio, rico­no­scendo all’autore quella capa­cità di intrec­ciare pas­sioni eru­dite e curio­sità let­te­ra­rie che pro­vano «una rifles­sione appro­fon­dita sulla disci­plina», ma soprat­tutto sui «valori pri­mor­diali ai quali fa rife­ri­mento l’opera costruita».
In tempi di vacuo esi­bi­zio­ni­smo archi­tet­to­nico, potrebbe appa­rire astratto riflet­tere «sulla cam­mi­nata e l’architettura del suolo», stra­va­gante disqui­sire sul signi­fi­cato dello «choc fer­ro­via­rio» o dell’«avventura aero­sta­tica», inin­fluente, per l’opera di Viollet-le-Duc e di Livio Vac­chini, sof­fer­marsi sulle loro case pri­vate e per­fino super­fluo, nell’era delle tec­no­lo­gie digi­tali, trat­te­nersi sulla «sce­no­gra­fia della scala» fin de siè­cle di Adol­phe Appia o di Albert Trachsel.
Tut­ta­via lo sto­rico sviz­zero ci dimo­stra il con­tra­rio. Con il suo argo­men­tare coin­vol­gente che può appa­rire a volte eccen­trico, egli ci illu­stra l’importanza di temi e que­stioni che solo il «chiac­chie­rio offerto dal ’gran cor­rere’ della glo­ba­liz­za­zione» ha estro­messo dal pano­rama cor­rente lasciando«gli archi­tetti orfani di auten­tici valori di rife­ri­mento» (Botta).
In una car­rel­lata di casi Gubler affronta, ad esem­pio, l’importanza dell’autopsia archi­tet­to­nica che con schizzi, riprese foto­gra­fi­che e let­ture mirate – dai Car­nets di le Cor­bu­sier ai tac­cuini di Alvaro Siza – per­mette di com­pren­dere la natura di un luogo e la misura dello spa­zio. La «nuova archi­tet­tura» si avvera sem­pre secondo l’autore solo dopo «aver per­corso e sag­giato con la mano e il piede il peso dei mate­riali e la pasta della città». Anche la visione «in viag­gio» dal treno o quella zeni­tale pro­cu­rata dal volo aereo con­verge verso la cono­scenza del ter­ri­to­rio: la «velo­cità rin­via alla luci­dità» e tutto si fa più nitido e ogget­tivo con la per­ce­zione cine­tica e aviatica.
È lungo l’elenco nella sto­ria della moder­nità archi­tet­to­nica dei rife­ri­menti ai quali riman­dano le emo­zioni (émo­tions) pro­cu­rate dal movi­mento (motion). In alcuni casi que­ste sono lo choc rife­ri­bile alle tra­ge­die del pro­gresso indu­striale. L’ingresso, ad esem­pio, del cemento armato per la costru­zione delle opere fer­ro­via­rie avvenne dopo la cata­strofe di Mön­chen­stein cau­sata dal crollo del ponte sulla Birse che inghiottì il treno della linea Basilea-Delémont.
Altret­tanto signi­fi­ca­tive sono, invece, le rica­dute in campo mili­tare della ripro­du­zione (gra­fica e foto­gra­fica) dall’alto di aero­stati e aerei per­ché «non occor­rerà sepa­rare poi troppo dra­sti­ca­mente il distrut­tore e il costrut­tore del ter­ri­to­rio» prima di adden­trarsi nelle nume­rose pro­spet­tive a «volo d’uccello» o asso­no­me­tri­che delle avanguardie.
Gli ultimi capi­toli del sag­gio di Gubler sono dedi­cati alla «casa dell’architetto»: La Vedette a Losanna di Viollet-le-Duc e la «lit­tle big house» a Tenero di Livio Vac­chini. In entrambi è spie­gato in che modo il pro­getto di archi­tet­tura può con­fi­gu­rarsi come una spe­cie di auto­bio­gra­fia, in altre parole come si riflette il ritratto dell’architetto nell’opera che ha ideato.
Un argo­mento ormai defluito nel voyeu­ri­smo della casa del famoso desi­gner di turno, ma che al con­tra­rio inte­ressa il «genere rifles­sivo» come a lungo si è mani­fe­stato nell’arte e nella let­te­ra­tura. L’«esercizio dell’autobiografia» è per Gubler un espe­diente per «razio­na­liz­zare le osses­sioni» come illu­strano le poe­ti­che di Aldo Rossi e Oswald Mathias Ungers: il primo soste­ni­tore dell’«esame cri­tico delle solu­zioni pro­po­ste da altri» (ana­lo­gia), il secondo pro­mo­tore della tesi che «la tema­tica e il con­te­nuto dell’architettura pos­sono essere sol­tanto l’architettura stessa» (tau­to­lo­gia).
«Costruendo la pro­pria casa – scrive lo sto­rico sviz­zero – l’architetto si palesa, si espone, pro­duce un mani­fe­sto». Se Viollet-le-Duc con la sua abi­ta­zione sem­plice, ano­nima e per certi versi «arcaica», esprime un monito severo nei con­fronti di ogni «mani­fe­sta­zione dell’individualità e dell’immagine», Vac­chini con la sua casa — un pri­sma sca­to­lare in cemento pog­giato su un decli­vio — dichiara il prin­ci­pio etico che «pro­gresso sociale, moder­nità e spe­ri­men­ta­zione tec­nica» sono sem­pre ele­menti inscindibili.
Le sto­rie nar­rate da Gubler sono attra­ver­sate dal con­ti­nuo con­fronto tra sen­si­bi­lità e intel­letto, tra valori ideali e razio­na­lità. Attento cono­sci­tore delle tra­sfor­ma­zioni della città a gui­darlo è ancora il «prin­ci­pio spe­ranza» di Ernest Bloch che come riporta nel suo sin­te­tico Abe­ce­da­rio a con­clu­sione del suo sag­gio, non può che col­le­garsi al pro­gresso tec­nico e alla curio­sità per la sco­perta: con­si­de­ra­zioni con­di­vi­si­bili per­ché l’indagine sto­rica dell’architettura possa ancora offrirci buoni frutti.

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