Risvolto
La sera del 5 dicembre 1943, il giovane pianista Arturo Benedetti Michelangeli suona al Teatro La Fenice di Venezia. In quelle stesse ore, polizia, carabinieri e volontari del ricostituito Partito fascista – i carnefici italiani – compiono in città una delle maggiori retate di ebrei nella penisola dopo quella condotta dai tedeschi a Roma il 16 ottobre. Sulla base del censimento della popolazione di “razza ebraica” condotto a partire dal 1938, oltre centocinquanta tra uomini, donne, vecchi e bambini vengono stanati dalle loro case e tradotti alle locali carceri. Nei giorni successivi i loro beni vengono sequestrati, gli appartamenti sigillati o destinati ad altri italiani. I prigionieri saranno poi trasferiti a Fossoli di Carpi, il principale campo di transito degli ebrei nella Repubblica sociale, gestito da forze italiane. Qui saranno detenuti in condizioni precarie e, quindi, caricati su vagoni piombati – dopo la consegna in mani tedesche – su cui verranno condotti alla morte nel campo di sterminio di Auschwitz. Questi eventi si ripeterono in modo analogo, tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945, nelle principali città e in una miriade di piccoli paesi del centro-nord della penisola italiana. Perché si tende ancora a rimuovere il ricordo di queste vicende, mentre prevale quello dei “salvatori” e dei “giusti”? Perché raramente si ricorda che almeno metà degli arresti di ebrei fu condotta da italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi? Perché ancora oggi spesso si sostiene che l’Italia e il fascismo siano rimasti “al di fuori del cono d’ombra dell’Olocausto”? Perché si preferisce celebrare il mito del “bravo italiano” e si dimenticano i carnefici italiani: uomini e donne che parteciparono al genocidio degli ebrei? Settant’anni dopo le deportazioni degli ebrei dall’Italia, questo libro cerca di dare risposta a domande scomode.
“In queste pagine vogliamo raccontare chi, in quali contesti, con quali motivazioni e in che modo partecipò nel nostro paese al genocidio degli ebrei. E vogliamo farlo mettendo in primo piano i carnefici, dopo che negli ultimi anni troppo spesso si è parlato soltanto dei salvatori, correndo così il rischio che sulla scena appaiano solo le vittime e i giusti e restino invece in modo crescente, se non definitivamente, nell’ombra i persecutori."
Sostenitori dello sterminio Italiani brava gente?
di Raffaele Liucci Il Sole Domenica 25.1.15
Ecco un libro urticante, soprattutto per i nostri connazionali ancora ben disposti a cullarsi nel «mito del bravo italiano». Ma per capire se un popolo è stato davvero più umano di altri, occorre certificarne il comportamento nei momenti decisivi della sua storia. Per far questo, Simon Levis Sullam focalizza la propria attenzione sul biennio 1943-45, crogiolo dell’Italia repubblicana. La sua analisi – tanto rigorosa quanto sobria, malgrado il tema dolorosissimo – s’articola lungo tre assi.
Innanzitutto, il libro offre un diorama capillare delle complicità italiane nello sterminio degli ebrei, attingendo alle ricerche più aggiornate. Benché molti siano tuttora persuasi che il nostro Paese sia rimasto fuori dal cono d’ombra dell’Olocausto, Levis Sullam documenta al di là di ogni ragionevole dubbio il ruolo determinante ricoperto nel genocidio dagli apparati dello Stato: partito fascista, Guardia Nazionale Repubblicana (carabinieri inclusi), forze di polizia, questure, prefetture, Ispettorato generale per la razza. Senza il loro concorso, difficilmente l’«invasore» tedesco avrebbe potuto eliminare 8.869 ebrei residenti in Italia (6.746 dei quali deportati fuori dai nostri confini). In quest’infamante casellario non mancano neppure i vari «delatori» partoriti dalla società civile, e il clero, che talvolta sostenne e omaggiò i carnefici (con buona pace di quanti oggi strologano sull’«Occidente cristiano e giudaico», come se fosse un’endiadi storicamente fondata).
Lo sguardo di Levis Sullam spazia lungo tutto lo Stivale. Dalla Svizzera «frontiera della speranza» (su cui erano appostate occhiute guardie di confine italiane) alla Firenze della famigerata Banda Carità, sino a Fossoli, il campo di transito verso Auschwitz gestito interamente da nostri connazionali. Ma l’autore torna spesso sulla sua città, Venezia, fra le «capitali» della Rsi. La sera del 5 dicembre ’43 l’ex Serenissima fu teatro di una delle maggiori «razzie» di ebrei da parte di militi «repubblichini», nelle stesse ore in cui un giovane e promettente pianista italiano, Arturo Benedetti Michelangeli, teneva un concerto alla Fenice (musiche di Scarlatti, Liszt, Brahms – Variazioni sopra un tema di Paganini –, Beethoven – Sonata op. 111 –, Rachmaninov e Weiss).
In secondo luogo, questo libro viviseziona la «zona grigia» degli uomini comuni nell’ingranaggio dello sterminio. Siamo nel cuore di tenebra del 1943-45, dove non spiccano soltanto collaborazionisti ideologicamente temprati, ma emergono anche solerti burocrati, portinai famelici, colleghi rancorosi, gendarmi ingolositi dai beni ebraici confiscati. Del resto, la delazione è «uno dei fondamenti della guerra civile», perché riguarda «i vicini prossimi, persino intimi». Fu praticata, ahimè, anche da alcune «vittime ebree», divenute a loro volta «esecutori del genocidio», come il triestino Mauro Grini (poi ucciso a San Sabba) e Celeste di Porto, una diciottenne popolana residente nel Ghetto di Roma. D’altra parte, l’Olocausto fu una catena di montaggio talmente parcellizzata che gli stessi attori non sempre furono consapevoli degli effetti reali (le camere a gas) delle proprie azioni persecutorie. Però l’«agnosticismo» di molti, in buona o cattiva fede, impedì il sedimentarsi di minuscoli granelli di sabbia in grado di inceppare anche il più oliato dei meccanismi.
Infine, terzo punto, il dilemma della rimozione di un passato tanto ingrato e impunito (nessuno sarà mai processato per aver partecipato alla politica antiebraica italiana, dal ’38 in poi). Levis Sullam lamenta la melensa retorica dei «giusti», oggi debordante, come se la storia fosse disseminata di salvatori di ebrei. Ma in realtà costoro furono soltanto una goccia, rispetto al mare magnum dei carnefici. Come mai questi ultimi caddero nell’oblio? Da un lato, prevalse l’Italia moderata, con la sua memoria indulgente del ventennio e del «buonuomo Mussolini» (secondo il brillante pamphlet di Indro Montanelli uscito nel ’46). Dall’altro, come abbiamo appreso dagli studi di Guri Schwarz, giocò la ritrosia della stessa comunità ebraica a calcare la mano sulle responsabilità nostrane. Forse concorsero, in questa rinuncia, il legittimo desiderio d’integrarsi nuovamente, nonché l’imbarazzo per il genuino fascismo di molti ebrei, prima del voltafaccia del duce.
Fatto sta che ancor oggi il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, nelle sue pubblicazioni ufficiali, loda il diffuso rifiuto sin dal ’38 dell’antisemitismo, «estraneo alle tradizioni italiane», nonché lo «spirito caritatevole» dimostrato verso gli ebrei dopo l’8 settembre ’43. Accadde invece l’esatto contrario: con le leggi razziali, l’antisemitismo italico – tutt’altro che peregrino – ottenne un formidabile riscontro nella società, mentre dopo l’Armistizio almeno la metà degli arresti di israeliti furono effettuati dai volenterosi carnefici di Mussolini. Alla faccia del «buonuomo»!
Tutti i lettori dell’opera di Primo Levi sanno quanto lo scrittore torinese fosse capace di cogliere la potenza del dettaglio. Quanto fosse abile nel riconoscere e nel soppesare anche la più piccola dose di umana o disumana materia dissolta nella massa molare del mondo. Era questa un’arte che il giovane chimico aveva applicato già negli inferi di Auschwitz, e di cui aveva fatto immediato tesoro di ritorno fra i vivi. L’esperienza restituita in Se questo è un uomo va considerata anche un «esperimento mentale» (come lo ha definito Massimo Bucciantini) volto all’identificazione e alla pesatura degli ingredienti costitutivi del campo di sterminio. La narrazione di Se questo è un uomo potrebbe essere letta, al limite, come niente più che un’implacata e implacabile collezione di dettagli antropologici.Così, giunge opportuna l’inclusione di Levi nel libro che un linguista e filosofo francese, Jean-Claude Milner, ha titolato La puissance du détail. Un intero capitolo del volume è dedicato a un singolo passo di Se questo è un uomo: la mezza pagina di chiusura del capitolo dove si racconta di una «selezione» ad Auschwitz-Monowitz. Le tredici righe di «Ottobre 1944» in cui Levi introduce e congeda – fra gli scampati della sua baracca alla selezione per le camere a gas – la figura di Kuhn.«A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato scelto. / Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più? / Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn».
Settantasei su novantacinque significa l’ottanta per cento: un elenco dattiloscritto di settantasei nomi, ciascuno accompagnato da una lettera dell’alfabeto a indicarne il destino. Era il 3 maggio 1971 quando Primo Levi consegnò quel foglio – completo di conteggi e di legenda esplicativa – al pubblico ministero Dietrich Hölzner del tribunale di Berlino Ovest, giunto a Torino per raccogliere la sua testimonianza. Si chiudeva la fase istruttoria del processo contro l’ex colonnello delle SS Friedrich Bosshammer, collaboratore diretto di Eichmann, accusato della deportazione di 3.500 ebrei italiani. Tra i luoghi di partenza di quei deportati c’era il campo di raccolta di Fossoli-Carpi: il primo convoglio prese la via di Auschwitz il 22 febbraio 1944, viaggiando cinque giorni e quattro notti. I dodici vagoni contenevano 650 persone, tra cui l’allora ventiquattrenne Levi; il più giovane, Leo Mariani, aveva due mesi, la più anziana, Anna Jona, ottantotto anni.
La sera del 26 febbraio, all’arrivo, meno di un quinto dei deportati furono selezionati per il lavoro forzato in Lager: novantacinque uomini più ventinove donne. Tutti gli altri furono condotti alle camere a gas.
A un quarto di secolo dai fatti, Primo Levi riuscì dunque a ricostruire l’identità e la sorte di settantasei uomini sui novantacinque che insieme con lui entrarono vivi in Auschwitz. «La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace», avrebbe scritto nel suo ultimo libro I sommersi e i salvati. E quell’ottanta per cento fu realmente un risultato straordinario, una vittoria in una prolungata battaglia contro l’oblio, a favore dell’esattezza dei fatti. Eppure, sarebbe sbagliato considerare un semplice exploit di mnemotecnica il documento inedito riprodotto in questa pagina.
Le cronache apparse nel maggio ’71 sui quotidiani torinesi riportano che Hölzner ricevette in dono da Levi una copia della versione tedesca di Se questo è un uomo, e che la allegò agli atti del processo Bosshammer. Fu un gesto giuridicamente pertinente; quel libro non era un semplice referto: era un’indagine sulla struttura e l’antropologia del Lager, radicata nel terreno dei fatti: al neutro orrore dei numeri davano senso i nomi delle persone, i loro comportamenti, i loro destini. Proprio come in Se questo è un uomo, sul foglio consegnato a Hölzner Levi restituiva il nome a 76 persone già declassate a numeri di matricola.
Il libro pubblicato da Einaudi che oggi raccoglie l’elenco del 1971 s’intitola Così fu Auschwitz. Gli autori in copertina sono due: a Levi si affianca Leonardo De Benedetti, il medico torinese nato nel 1898 che fu con lui durante il ritorno narrato nella Tregua: l’amico o fratello maggiore, l’«uomo buono», la persona dotata di «coraggio silenzioso» con cui Levi scrisse a Katowice, già nella primavera 1945, un rapporto sulle condizioni igienico-sanitarie di Auschwitz che rappresenta la prima testimonianza di carattere scientifico sui Lager resa da ex deportati italiani. Nei decenni successivi, Leonardo e Primo non avrebbero smesso di testimoniare: e più d’una volta, come in occasione del processo Bosshammer, l’uno accanto all’altro.
Così fu Auschwitz è una raccolta di scritti, in gran parte inediti o dispersi, che da oggi si colloca accanto a I sommersi e i salvati: non come un semplice retroscena di quel libro definitivo, ma come un’opera nuova, anzi innovativa e autonoma. Come un libro che porta alla piena evidenza una lezione di metodo: il metodo di Primo Levi, rispetto al quale persino parole come «testimonianza» e «memoria» finiscono per apparire insufficienti: o meglio, monche, perché non rendono giustizia ai modi in cui Levi seppe indagare per oltre quarant’anni i fatti di Auschwitz.
Un esempio concreto: soltanto oggi apprendiamo, grazie a due tra i documenti più remoti (risalgono al 1946-47), che Levi volle materialmente analizzare lo Zyklon B, il gas dello sterminio: «ricerche mie personali» afferma nella prima testimonianza, per poi specificare nella seconda, senza possibilità di equivoco, che «il veleno usato nelle camere a gas di Auschwitz, e da me esaminato», era una sostanza composta «da acido prussico, addizionato di sostanze irritanti e lacrimogene allo scopo di rendere più sensibile la presenza in caso di fughe o rotture degli imballaggi in cui veniva contenuta». Non dovette essere troppo difficile, nell’immediato dopoguerra e per un chimico reduce da Auschwitz, procurarsi una confezione di quella «preparazione chimica in forma di polvere grossolana, di colore grigio-azzurro, contenuta in scatole di latta». Più difficile per noi misurare la forza d’animo necessaria a eseguire l’analisi e a non farne parola, eccetto che in referti destinati alle aule dei tribunali, che solo oggi riemergono.
L’episodio dello Zyklon B rivela che il Levi analista di Auschwitz non fu solo un testimone, ma assunse il ruolo del ricercatore. La differenza è essenziale. Levi ha ricordato più volte che, subito dopo il ritorno a Torino, avvenuto il 19 ottobre 1945, cominciò a raccontare la propria storia spinto da una febbre di necessità: la imponeva a chiunque, anche durante un breve tragitto in tram. Tutto questo è vero ed è all’origine di Se questo è un uomo, ma è solo metà del vero. Dopo la liberazione, Levi non si limitò a consegnare una vicenda a chi fosse disposto ad ascoltarla: impiegò sistematicamente il suo tempo a raccogliere notizie sui compagni di deportazione, dedicandosi a salvare nomi e destini.
Così si spiega, molto prima di quel foglio datato 3 maggio 1971 per il processo Bosshammer, il contenuto della prima testimonianza che rese dopo il ritorno. Ritrovata qualche mese fa nell’Archivio Ebraico Terracini di Torino, la «Relazione del dott. Primo Levi n. di matricola 174517 reduce da Monowitz-Buna» consiste in un elenco di trenta persone coinvolte nella micidiale marcia di evacuazione da Auschwitz decisa dai tedeschi il 17 gennaio 1945.
Quando Levi lo scrisse, tra metà novembre e metà dicembre del ’45, ancora non si conosceva l’esito disastroso della marcia, cui sopravvisse appena un quinto dei prigionieri. Ma la «Relazione» appare sbalorditiva perché è il frutto di un lavoro di ricerca dei fatti, e di deduzione logica a partire dai fatti stessi, che si appoggia a sua volta sull’esame critico di informazioni raccolte da Levi in momenti e in ambienti diversi: ad Auschwitz dopo la liberazione del Lager, durante l’avventura del ritorno attraverso l’Europa, nella città di Torino poco dopo il rientro, da precoci scambi di lettere con ex compagni di deportazione come lui sopravvissuti.
Tutto questo si trova nella «Relazione» del ’45. Più un pudico calore umano che circola in ogni nome, in ogni informazione incolonnata su quei fogli, battuti a macchina con lo scrupolo di ordine connaturato in Levi. Il segno del suo stile si coglie in un colpo di barra spaziatrice: quello che separa il primo nome dell’elenco, «ABENAIM toscano» – un cognome, una provenienza: per chi andasse in cerca di lui – dalle parole «sapeva fare l’orologiaio». Non: orologiaio, oppure: era orologiaio, ma: sapeva fare. Un ricordo che è già un ritratto stagliato su uno spezzone di rigo: una qualità e un fatto umano, un’apposizione concreta, un segno particolare su un documento d’identità morale, un mestiere praticato bene per buona volontà.
Qui il Primo Levi testimone diventa, fin dal principio, il Primo Levi che sa fare mestieri più complessi: che non si limita ad accumulare dati ma li interroga, li incrocia, ne trae un aumento di empatia oltre che di conoscenza. È qui che Levi diventa, fin dal principio, il Levi che conosciamo: un uomo animato da raro interesse per ciò che gli uomini sono e sanno fare, un testimone e uno scrittore che «sapeva fare» anche lo storico .
Le responsabilità italiane nel genocidio degli ebrei Giorno della memoria. «Carnefici italiani», un saggio di Simon Levis Sullam per FeltrinelliLia Tagliacozzo, il manifesto 27.1.2015
Un volume con una tesi dichiarata fin dal prologo: «Questo libro sostiene che, nel 1943–1945, gli italiani che dichiararono “stranieri” e “nemici” gli ebrei, li identificarono su base razziale come gruppo da isolare e perseguitare, li stanarono casa per casa, li arrestarono, li tennero prigionieri, ne depredarono beni ed averi, li trasferirono e rinchiusero in campi di concentramento e di transito, e infine li consegnarono ai tedeschi, furono responsabili di un genocidio»: così Simon Levis Sullam inizia I carnefici italiani – scene del genocidio degli ebrei, 1943–1945 (Feltrinelli, pp. 147, euro 15). Un libro dichiaratamente di parte che nulla concede alla retorica del bravo italiano — «in fondo gli italiani non sono stati feroci come i tedeschi» — e che pone al centro della propria analisi la categoria del genocidio inserito nel contesto della guerra civile: «Un genocidio è un tentativo violento di cancellare in tutto o in parte un gruppo su basi etniche o razziali e non vi è dubbio che — sebbene l’atto finale dello sterminio generalmente non avvenne su suolo e per mano italiana — anche gli italiani presero l’iniziativa, al centro e alla periferia del rinato Stato fascista, partecipando al progetto di annientamento degli ebrei, con decisioni, accordi, atti che li resero attori e complici dell’Olocausto, seppur con diversi gradi e modalità di coinvolgimento, secondo differenti ruoli, contributi pratici e forme di partecipazione».
Così, nell’attuale clima culturale e politico, che appanna responsabilità individuali e collettive e ha una robusta tendenza a decontestualizzare la Shoah — lo sterminio ebraico nella seconda guerra mondiale a opera dei nazifascisti — collocandolo nella metafisica piuttosto che nella storia, Sullam non fa sconti: impietose le pagine che dedica alle delazioni — studi, ed è di per sé significativo, relativamente recenti nel panorama italiano — anche a quelle di ebrei che denunciarono altri ebrei condannandoli così alla cattura e alla deportazione. Ma ancor più significative appaiono le riflessioni dedicate alla burocrazia dell’orrore. Nonostante il tentativo totalitario nella Repubblica Sociale i centri di esecuzione della normativa antiebraica si moltiplicarono ma nessuno si sottrasse, fino al paradosso: si estese lo status delle persone fisiche — l’articolo 7 della Carta di Verona, del novembre del 1943, documento programmatico della neo costituitasi Repubblica sociale recitava che «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica» — alle istituzioni, dichiarando di “razza ebraica” gli stessi enti da sciogliersi: stabilendo così ad esempio, che «la Comunità israelitica di Venezia è di razza ebraica e quindi considerata nemica».
Dopo anni in cui la pubblicista ha dedicato molta attenzione ai «giusti» (coloro i quali, durante gli anni della persecuzione antiebraica e delle deportazioni salvarono ebrei mettendo in pericolo la propria vita) il volume di Sullam indica per l’Italia una nuova linea interpretativa: «Nella catena della trasmissione ed esecuzione degli ordini di arresto e deportazione le forze di polizia e gli apparati dello stato si trovarono in prima fila: essi furono molto di frequente supportati — quando non occasionalmente sostituiti — dalla Milizia, dalla Guardia nazionale Repubblicana, da elementi del partito, da corpi o singoli al servizio del tedeschi, da gruppi autonomi». Al punto tale che nel giugno del ’44 una circolare di Buffarini Guidi, Ministro dell’Interno, lamentava che «in Italia tutti arrestano, questa illegalità nociva deve finire». «In questi termini — prosegue Sullam alcune pagine più avanti — si può parlare quindi di genocidio degli ebrei e di responsabilità italiane. Non si trattò inoltre solo di coloro che compirono materialmente gli arresti: polizia, carabinieri, finanzieri, membri della Milizia o della Guardia nazionale repubblicana e di volontari fascisti, ma di coloro che compilarono le liste delle vittime: dagli impiegati comunali e statali dell’anagrafe razzista, ai funzionari di polizia che trasformarono i nomi degli elenchi in stati di arresto, dal prefetto e dal questore che firmarono gli ordini di cattura, giù giù lungo la scala gerarchica fino alle dattilografe che ne compilarono i documenti».
Sullam, implicitamente, rimette al centro la responsabilità individuale all’interno di un processo parcellizzato, e indica un modo di analizzare la vicenda italiana del 1943–1945, documentando responsabilità articolate e diffuse. Nella riflessione però non si affronta il ruolo che ebbe la congiura del silenzio sul destino degli ebrei — dell’esistenza di un progetto di sterminio totale si ebbe evidenza solo al termine delle ostilità e con il rientro dei reduci. Salvo poche fasce di ebrei in contatto con la Resistenza, con i comandi alleati, o con gli ebrei stranieri già in fuga davanti all’avanzare dell’esercito nazista, gli ebrei stessi, nonostante il timore della cattura, ignoravano il loro destino. Levis Sullam prosegue la propria analisi fino agli anni del dopoguerra, alla mancata defascistizzazione e all’amnistia Togliatti: sono anni in cui la stessa burocrazia dell’orrore prosegue il lavoro senza che l’abrogazione delle leggi razziali ne interrompa l’abbrivio. Così il paradosso: l’Ente preposto alla confisca e all’amministrazione dei beni ebraici richiede ad una delle vittime il saldo di lire 5473 «dovuto in dipendenza della gestione dei beni a suo tempo confiscati a suo danno, in applicazione dei provvedimenti adottati sotto l’imperio delle abrogate leggi razziali. Il tutto oltre gli ulteriori interessi». Il documento risale al novembre 1949, a referendum istituzionale avvenuto e con la Costituzione in vigore da quasi due anni.
Un vecchio adagio recita che la storia non si fa con i «se» ma è pur vero che le ipotesi sono invece uno strumento potente di interrogazione. A Venezia le operazioni per il rastrellamento degli ebrei avvennero la notte del sei novembre: «I commissariati — scrive Levis Sullam — disponevano degli elenchi con gli indirizzi degli ebrei (…). Che cosa sarà successo quella sera nelle case dei poliziotti, dei carabinieri e dei fascisti prima degli arresti? Un pasto frugale consumato rapidamente: “Sono in servizio anche questa notte”. “Ci hanno detto di tenerci pronti e trovarci al commissariato sta sera”. “C’è un ordine per l’arresto degli ebrei”. Perché? Cosa hanno fatto? “C’è la guerra. Sono stranieri e nemici. Non c’è da fidarsi”. “C’è la guerra, tutti devono pagare. Loro più degli altri perché ne approfittano”». Un dialogo inquietante, immaginato per cercare di dare corpo alle storie che i documenti raccontano, documenti del 1943. Ma è bene stare attenti alla potenza delle ipotesi: perché, se così fu — o magari dovesse essere — il seguito è stato: «Dove li portano? In campo di concentramento. “Poi si vedrà”. “In Germania: ci penseranno i tedeschi”».
Tutti i fiancheggiatori del grande genocidio
Non solo gli esecutori, ma anche impiegati e gente comune L’indagine di Levis Sullam sui responsabili silenziosi della shoah italianadi Susanna Nirenstein Repubblica 15.2.15
ITALIANI brava gente, si è sempre detto. Soprattutto quando si parla di Shoah. È vero, ci furono i “giusti”. Ma è anche vero che dietro la cattura di ogni ebreo ci furono almeno altrettanti italiani implicati: prefetti, questori, poliziotti, carabinieri, finanzieri, repubblichini, compilatori di liste, impiegati, delatori della porta accanto, traditori, autisti di camion, ferrovieri, persone che nel 1943-1945 non obbedirono solo agli ordini tedeschi, ma dichiararono gli ebrei “stranieri” e “nemici”, li identificarono su base razziale, li stanarono casa per casa, li arrestarono, li depredarono dei beni, li rinchiusero in campi di concentramento, li consegnarono al III Reich rendendosi colpevoli di genocidio, se, come si intende e come ha detto Raul Hilberg, furono responsabili tutti i gangli della macchina della morte e non solo gli esecutori finali. Le vittime furono oltre seimila. Il libro di Simon Levis Sullam dimostra questo.
Ogni caso ha la sua storia. Lo storico dell’università Ca’ Foscari, autore di molti saggi sull’argomento, ci avvolge di vicende cupe. All’inizio nomina gli ideologi, le leggi razziali del ‘38, la lenta disumanizzazione dell’“avversario”, gli antisemiti, i sostenitori della “totale eliminazione de- gli ebrei”. Ma è quando passa alle singole città, ai singoli provvedimenti, che vediamo quanto il veleno avesse conquistato spazio.
Andiamo a Roma, nel marzo 1944, la grande retata era già avvenuta da tempo, una bambina di sei anni, Emma Calò, e un cuginetto riescono a nascondersi mentre il commissario di Ps sta arrestando i genitori, i nonni e quattro fratelli. Il funzionario cerca e trova personalmente i piccoli. Tutta la famiglia non farà ritorno. A Venezia, 163 ebrei “puri”, in maggioranza anziani, vengono individuati, piantonati e infine rastrellati mentre, alla Fenice, Ar- turo Benedetti Michelangeli tiene un concerto. È il volenteroso Questore Filippo Cordova ad anticipare il ministero e a muovere la macchina, così come faranno molti colleghi e anche i prefetti. Trovano gli ebrei, i militari li scortano, qualcuno scova il vaporetto e lo conduce alla stazione. Un treno parte per Fossoli, dove giorni dopo due agenti ricongiungono dei bimbi tra i 3 e i 6 anni ai genitori: partiranno tutti in un convoglio per Auschwitz con oltre 640 prigionieri, tra cui Primo Levi. A nessuno venne in mente di salvare i piccoli, di ostacolare in qualche modo la ricerca delle vittime e il viaggio verso la morte. E così in tutta Italia.
Le delazioni riempivano le scrivanie dei funzionari. Migliaia. Anonime e no. E i funzionari non ne saltavano una. Così come le guide verso la Svizzera consegnarono spesso, depredandoli, i clienti alle guardie. Oppure era il vicino di casa che denunciava il condomino. Per invidia, rancore, soldi, per appropriarsi dei beni, andavano a prendere anche un solo ebreo nel mezzo della campagna. Perché in Italia catturarli, eliminarli dalla società, non fu un incidente, ma un cardine del totalitarismo.
“I carnefici italiani”, raccontare la (vera) storia
di Furio Colombo il Fatto 2.3.15
Il libro di Simon Levis Sullam I carnefici italiani (Feltrinelli) è un libro di storia, con una motivazione ideale, e con la forza di una documentazione precisa e rigorosa. La parola forza conta in questo libro perchè segna un fatto nuovo, quella che chiamerò la terza stagione nelle cronache dell’antifascismo italiano. La prima è stata una rappresentazione ansiosa di normalizzare ciò che non può e non deve essere normalizzato. Il passaggio nazista e fascista sull’Europa ha anticipato i crimini e il tormento che adesso sta travolgendo molte aree e Paesi in Africa, Nord Africa, Medio Oriente, compresi gli orrori del Califfato. Per quanto riguarda la storia italiana, l’ansia era di normalizzare il rapporto tra Resistenza ed esercito italiano, scomponendo e ricomponendo gli eventi in modo che un’unica lotta contro il male diventasse l’immagine di tutti quegli anni, marginalizzando l’azione e penetrazione della cultura fascista. Il risultato è stato di far apparire l’Italia un Paese vittima fra le vittime europee e un alleato degli alleati. Il secondo periodo è stato più aperto, sincero e brutale. Non solo perchè si è dovuti passare davanti al protagonista del processo Eichmann, ma perchè la narrazione di Primo Levi ha fatto smottare gran parte delle difese degli italiani intesi solo come “brava gente”. Nella terza fase ci sono materiali storici molto più completi e maturi, narrazioni in prima persona di sopravvissuti che avevano a lungo taciuto. Ma anche l’irrompere del negazionismo in ambito internazionale e della denigrazione della Resistenza come nuovo genere memorialistico e letterario, che ha funzionato come “liberazione” dalla liberazione e come modo rovesciato di rivalutare il fascismo attraverso la criminalizzazione della Resistenza. Vi sono stati molti scatti di respingimento e negazione della negazione, e ad alcuni ho potuto prendere parte sia come testimone del tempo che come scrittore contemporaneo. Ma i Carnefici Italiani affronta con coraggio, e sfuggendo del tutto alla “pacificazione”, il tema del fascismo e della Shoah come delitto italiano. Reagisco con entusiasmo a questo libro: è il senso e l’ossessione solitaria (nel senso di poco condivisa) con cui mi sono battuto, in Parlamento per l’istituzione del giorno della Memoria, rifiutando di associare il genocidio degli ebrei ad altri mali del mondo (foibe, gulag, khmer rossi) con l’argomento che è, fin dal titolo, il vero senso di questo libro e di quella legge (e la frase iniziale del suo testo: la Shoah è un delitto italiano). In I carnefici italiani, l’autore cerca e trova le storie, parla a nome delle vittime, individua e spinge in scena i carnefici, sia i più onesti e coraggiosi, che almeno avevano la faccia e la divisa del delitto che stavano compiendo, sia individuano la “zona grigia” indicata da Primo Levi, sia, ancora andando alla ricerca di una folla di delatori e del vasto silenzio di tante persone per bene che hanno preteso di non sapere ma allo stesso tempo si sono impossessati di case e cattedre. Ecco il libro che mancava e che gli insegnanti dovrebbero portare in classe.
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