domenica 25 gennaio 2015
Lo sciopero a oltranza del 1100 a.C.: documentata la prima astensione dal lavoro nella storia universale
Un duro colpo alle teorie di coloro - e non sono pochi - secondo i quali le piramidi sono state fatte dagli ufo... [SGA].
Nell’Egitto dei faraoni la prima Occupy
In
un papiro conservato a Torino la più antica documentazione di uno
sciopero: per diversi mesi gli operai della Valle dei Re fecero sit-in
nelle tombe perché Ramesse III tardava a retribuirli
di Maurizio Assalto La Stampa 25.1.15
«Oggi gli uomini della squadra hanno oltrepassato i cinque posti di
blocco della tomba, gridando “Abbiamo fame! Sono già passati 18 giorni
di questo mese!”, poi sono andati a sedersi nel retro del tempio
funerario di Menkheperre».
Non fosse per la presenza della tomba, del tempio funerario, verrebbe da
pensare a una manifestazioni di indignados, a una qualche esotica
Occupy; mentre lo slogan «Abbiamo fame!» evoca piuttosto il ricordo
delle ricorrenti rivolte per il pane nei Paesi del Maghreb, o magari le
rivendicazioni della Francia prerivoluzionaria - quelle che ispirarono
lo sciagurato sarcasmo attribuito a Marie Antoinette. Invece siamo in
Egitto, Menkheperre è uno dei nomi del faraone Thutmosi III, vissuto
trecento anni prima dei fatti narrati, e l’epoca in questione è
all’incirca la metà del XII secolo a.C. O, come si datava allora, il 29°
anno di regno di Ramesse III, più precisamente il decimo giorno del
secondo mese di peret (l’inverno: una delle tre stagioni degli antichi
Egizi), ossia gennaio.
«Abbiamo fame»
Così riporta diligentemente Amennakhte, scriba della tomba in
costruzione per il faraone nella Valle dei Re, a Ovest di Tebe. Le sue
annotazioni, che seguono giorno per giorno lo svilupparsi della
vertenza, si possono leggere in uno dei testi più preziosi conservati al
Museo Egizio di Torino, il cosiddetto Papiro dello sciopero: la più
antica testimonianza al mondo di una astensione dal lavoro - se non la
prima, certo uno delle prime, a giudicare dalle reazioni smarrite e
contraddittorie delle autorità, palesemente impreparate a fronteggiarla.
Ai lavoratori che facevano sit-in perché da 18 giorni aspettavano la
consegna delle razioni alimentari loro dovute, lo scriba e i sei
funzionari subito accorsi non seppero fare altro che esortarli a
riprendere il lavoro. Ma i dimostranti non cedettero: «Andatevene via,
abbiamo delle ragioni da esporre al faraone». E quella notte la
trascorsero nella tomba.
Il giorno dopo, riporta Amennakhte, «sono di nuovo passati, hanno
raggiunto il varco del muro meridionale del tempio di
Wesermaatre-setepenre» (Ramesse II), e qui qualche cosa hanno ottenuto,
dalle mani dello scriba Pentaweret: 28 razioni di un certo tipo di
focaccia dolce, 27 di un altro tipo, per un totale di 55. Ai dimostranti
deve sembrare una presa in giro: s’ils n’ont plus du pain, qu’ils
mangent de la brioche… E la reazione non si fa attendere.
Giorno 12, dopo aver passato la notte a manifestare davanti al tempio di
Ramesse II, i dimostranti penetrano nell’interno, affrontati da
Pentaweret e dai responsabili dell’ordine pubblico. Il capo della
polizia Mentmose non sa come agire, si impegna a far venire il sindaco
di Tebe. Qui il papiro è tormentato, in parte mutilo. Sul posto arrivano
altri emissari dell’amministrazione per ascoltare le richieste dei
lavoratori, e questi lo ripetono a chiare lettere: «È a causa della fame
e della sete se siamo arrivati a questo punto: non abbiamo vestiti, né
unguenti, né pesci, né verdure. Ditelo al faraone, il nostro signore
perfetto, ditelo al visir, il nostro superiore [una sorta di primo
ministro, ndr], così che ci siano consegnate le provviste».
La giornata lavorativa
Il fatto è che le provviste scarseggiavano. Ramesse III, sul trono da 29
anni, era un grande faraone, aveva respinto le incursioni dei Popoli
del Mare, restaurato i templi, restituito al suo popolo l’orgoglio
nazionale. Però tanti successi non erano stati senza prezzo: l’economia
egizia stentava a riprendersi, le risorse di grano si stavano esaurendo.
I preparativi per la Heb-Sed, il solenne giubileo del 30° anno di
regno, diedero il colpo definitivo. E i primi a rimetterci, come sempre
accade, furono i lavoratori.
Contrariamente all’ostinata leggenda che li vorrebbe tutti schiavi
(questa condizione era limitata ai prigionieri di guerra e ai condannati
per delitti di particolare gravità), nell’antico Egitto i lavoratori
non se la passavano troppo male. In particolare gli addetti alle
necropoli reali - artigiani altamente specializzati che annoveravano
cavatori, tagliapietre, scultori, pittori, architetti, ingegneri, scribi
- godevano di un trattamento di indubbio favore. Quelli che lavoravano
nella Valle dei Re erano alloggiati nel villaggio di Sed-Maat, Sede
della Maat, ossia della Verità (oggi Deir el Medina, sul lato
occidentale del Nilo, davanti a Luxor), un microcosmo fornito di tutti i
servizi, dalle scuole al tribunale all’assistenza medica. Da un altro
documento conservato all’Egizio di Torino, il Giornale della necropoli
di Tebe, sappiamo che lavoravano a decadi, con tre giorni di riposo per
ognuna, otto ore al giorno per un totale di 168 ore al mese: lo stesso
di un operaio di oggi (che, quando il mese lavorativo è di 22 giorni
anziché 21, addirittura li supera di 8 ore). Non avevano ferie, ma le
festività religiose e civili erano numerose, e potevano assentarsi dal
lavoro per motivi di salute o di famiglia (lutti, ma anche l’impegno di
preparare la birra, o perfino, come veniamo a sapere a proposito di un
certo Tenermontu, per le botte ricevute dalla moglie). Il salario - non
esistendo la moneta - era corrisposto in natura, in misura diversa a
seconda delle funzioni, in grano, orzo, verdure, carne, tessuti e
unguenti.
Torniamo agli scioperanti di Deir el Medina. Alla fine del 12° giorno,
il terzo di astensione dal lavoro, le razioni del primo mese di peret
sono finalmente consegnate. Ma intanto sta finendo il secondo senza che
si veda niente. Le agitazioni riprendono, anzi non si sono mai
interrotte. Si va avanti nel caos in un alternarsi di ordini
inascoltati, promesse, minacce, con il capo della polizia Mentmose che
cerca di calmare gli animi. Il giorno 16 arriva l’ok alla distribuzione
di mezzo sacco di orzo per ognuno. Oggi si direbbe che il rattoppo è
peggio del buco: i dimostranti oltrepassano di nuovo i posti di blocco e
danno vita a una fiaccolata notturna. Le autorità sono preoccupate, il
giorno 17 le razioni del secondo mese vengono distribuite. Amennakhte
precisa: «7 sacchi e mezzo ai capisquadra, 3 e tre quarti agli scribi, 5
e due quarti agli operai…».
«Indignati» ante litteram
Per qualche tempo la vertenza sembra risolta. Ma il mese successivo si
torna al punto di prima. I lavoratori sono ancora sul piede di guerra,
nuovo sit-in nella tomba (di Ramesse II?) e questa volta, di fronte alla
polizia che fa la voce grossa, uno di loro, un certo Mose figlio di
Anakhte, risponde per le rime che se proveranno a trascinarlo via lui
non andrà a dormire prima di avere messo a punto un piano per
saccheggiare una tomba. La situazione rischia di sfuggire di mano,
adesso le rivendicazioni non sono più soltanto salariali: «In verità»,
spiegano due rappresentanti sindacali, Qenna figlio di Ruta e Hay figlio
di Huy, «non è per la fame che abbiamo oltrepassato i blocchi: abbiamo
qualche cosa da far sapere al faraone, qualche cosa di brutto è stato
commesso in questa sede». E così i dimostranti si rivelano davvero
«indignati» ante litteram.
L’allusione è ai casi di corruzione e malversazione che sono frequenti
in quell’epoca non meno che nella nostra. In aprile, primo mese di shemu
(estate), la mobilitazione è sempre in corso, e il giorno 16 l’operaio
Penanuke rilascia una dichiarazione esplosiva: denuncia che un certo
Weserhat e lo scriba Pentaweret rubano materiale lapideo dalla tomba di
Ramesse II, e che lo stesso Weserhat tiene nella sua stalla un bue con
il marchio del tempio funerario del medesimo faraone, e che ha commesso
adulterio con tre signore di cui il denunciante non si fa scrupolo di
spiattellare i nomi, una della quali era la moglie del suo degno compare
Pentaweret. E minaccia di andare a riferire tutto al faraone e al
visir.
Il papiro non ci dice come andò a finire. Sappiamo però che durante
tutta la XX dinastia, nei secoli successivi, gli episodi di corruzione,
le ruberie, le difficoltà economiche e i conseguenti tagli salariali e
gli inevitabili scioperi divennero endemici. Tutte cose che suggeriscono
facili confronti. Come avrebbe osservato Tucidide molto tempo dopo, nel
proemio della sua storia, l’anthrópinon, ossia la natura umana, non
cambia mai. Tutto il mondo è paese. E, come ci ha insegnato Croce, tutta
la storia è storia contemporanea.
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