"Del resto, questo appunto è il vantaggio del nuovo indirizzo, per cui non anticipiamo dogmaticamente il mondo, ma dalla critica del mondo vecchio vogliamo trovare quello nuovo... Allora non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio: qui è la verità, qui inginocchiati! Noi illustreremo al mondo nuovi principi, traendoli dai principi del mondo. Noi non gli diciamo: abbandona le tue lotte, sono sciocchezze; noi ti grideremo la vera parola d'ordine della lotta. Noi gli mostreremo soltanto perché effettivamente combatte, poiché la coscienza è una cosa che esso deve far propria, anche se non lo vuole.
La riforma della coscienza consiste soltanto nel fatto che si fa conoscere al mondo la sua coscienza, che lo si ridesta dai sogni su se stesso, che gli si spiegano le sue proprie azioni... chiarificazione con se stesso (filosofia critica) del nostro tempo rispetto alle sue lotte ed ai suoi desideri. Questo è un lavoro per il mondo e per noi...".
(Marx a Ruge, sett. 1843).
Esiste in realtà un unico autentico Grande Complotto, il Complotto di
tutti i Complotti, ed è qui sotto gli occhi di tutti, alla luce del
sole, perché non è altro che la storia stessa. E' quel suo aspetto che
già Vico conosceva e che Hegel chiamava Lauf der Welt, il corso del
mondo.
Innumerevoli interessi, progetti, convinzioni, fedi,
emozioni, sentimenti, si scontrano, si intrecciano, rimbalzano, deviano.
Si infiltrano nelle pieghe delle contraddizioni portanti delle dinamiche storico-politiche. E per lo più approdano ad un esito molto diverso da quello previsto.
Non che non ci siano le tresche: ce ne sono e ce ne sono sempre state
fin troppe. E, dai più piccoli segreti della nostra vita individuale ai
luoghi dove si pretende di decidere la storia, si urtano e ostacolano a
vicenda e per lo più non vanno a compimento. Ma anche quando vanno a
segno, di per sé non spiegano nulla di quanto accade veramente in
un'epoca e non sono esse la cosa essenziale, perché semmai si installano
come parassiti sui flussi dominanti di quel pensiero e di quelle azioni
sociali che convergono perché rappresentano gli stessi interessi.
Ciò che si muove è anzitutto la cosa stessa, è l'oggetto che è in sé
lacerato. Non c'è perciò bisogno del Burattinaio, come non c'è bisogno
di Dio.
Ci sono voluti secoli per costruire una storiografia che
non si accontentasse dei nomi dei re e delle date delle battaglie.
Altrettanto c'è voluto perché fosse matura quella consapevolezza della
processualità e della totalità dei nessi che chiamiamo dialettica o
materialismo storico, e che va oltre lo stesso illuminismo e la sua
pretesa di una verità immediata astratta dalla storia.
La confusione dominante è la misura di una sconfitta che è culturale non meno che politica. A questo conducono 20 anni di ritirata strategica privi di un'organizzazione politica degna di questo nome [SGA].
Dopo Parigi: l'Occidente come baluardo della libertà di espressione e dei diritti individuali?
Sull’onda dell’attacco terroristico di Parigi, i media occidentali in
coro si atteggiano a campioni della libertà di espressione. Che
ipocrisia ripugnante! Riporto qui una pagina dal mio libro: «La sinistra
assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra» [Domenico Losurdo].
... Vediamo quale sorte nel corso della guerra contro la Jugoslavia è
stata riservata alla libertà di stampa e di espressione. Nella notte tra
il 23 e il 24 aprile 1999, a conclusione di un’azione preordinata e
rivendicata dai più alti comandi, gli aerei statunitensi ed europei
distruggevano l’edificio della televisione serba, uccidendo e ferendo
gravemente decine di giornalisti e impiegati che vi lavoravano. Non si
tratta affatto di un caso isolato: «Nel momento probabilmente più
difficile per il fronte dei ribelli, la NATO torna a bombardare
pesantemente l’area di Tripoli nel tentativo di frenare la propaganda di
Gheddafi»; le bombe colpivano questa volta la televisione libica, messa
a tacere mediante la distruzione delle strutture e l’uccisione dei
giornalisti (Cremonesi 2011d). Oltre a violare la Convenzione di Ginevra
del 1949, che vieta gli attacchi deliberati contro la popolazione
civile, tali comportamenti calpestavano la libertà di stampa e la
calpestavano sino al punto di condannare a morte i giornalisti
televisivi jugoslavi e libici colpevoli di non condividere l’opinione
dei vertici della NATO e di ostinarsi a condannare l’aggressione subita
dal loro paese...
Ma l’occidente non ha persodi Emanuele Severino Corriere 10.1.15
L’Islam
insegue la tecnica, che sta al cuore della nostra cultura Se la
conquistasse dovrebbe rinunciare alla propria tradizione Al centro dei
fenomeni del nostro tempo c’è la fame. Fortemente cresciuta rispetto al
passato: sia per il modo in cui viene distribuita la ricchezza prodotta,
sia per la crescita smisurata della popolazione mon-diale. Inevitabile,
quindi, la pressione degli affamati su chi riesce a sopravvivere
nonostante le preoccupazioni causate dal Pil. Inevitabile anche, in
questa situazione, che si facciano avanti le forze che progettano di
sfruttare a proprio vantaggio la volontà degli affamati di godere
anch’essi dei beni esistenti sulla Terra.
Ieri la maggiore di queste
forze era l’Unione Sovietica. Con la sua fine, quel progetto è stato
ereditato dall’Islam — che vede nel capitalismo e nella cultura
dell’Occidente il male assoluto. E la condizione dell’Occidente è
peggiorata, perché, nonostante e anzi proprio in virtù della guerra
fredda e della tensione nucleare, l’Urss ha esercitato una funzione di
controllo e di contenimento delle spinte antioccidentali dei Paesi
musulmani. Era costretta a svolgere questo compito, paradossalmente
vantaggioso per l’Occidente, perché c’era di mezzo il pericolo di
rompere l’equilibrio tra le due superpotenze, giungendo a quel suicidio
atomico al quale né l’una né l’altra ha mai inteso arrivare.
Con la
fine dell’Urss son venuti meno anche il controllo e contenimento di cui
si è detto. Quelli operati dal mondo islamico nei confronti delle
proprie forme estremistiche sono estremamente meno efficaci, sia perché
il mondo islamico (già di per sé ostile all’Occidente) è frammentato,
sia perché non esiste una tensione tra esso e l’Occidente analoga a
quella tra Usa e Urss: ancora non esiste il pericolo che l’estremismo,
in questo caso islamico, abbia a rompere un equilibrio di potenza, in
questo caso tra Islam e Occidente, determinando così la catastrofe
nucleare.
La fame umana (il dolore, la morte) esiste all’interno di
una cultura da cui è interpretata. E le interpretazioni (cristiana,
islamica, capitalistica, marxista, ecc.) si combattono. Anche perché
hanno avuto una storia diversa. Nel Medioevo la cultura cristiana e
quella islamica crescono entrambe nel terreno della filosofia greca. Poi
il cristianesimo, a differenza dell’Islam, si imbatte nella cultura
moderna, che lo mette radicalmente in questione e con esso finisce col
lasciarsi alle spalle l’intera tradizione dell’Occidente. L’Islam ignora
l’atteggiamento critico in cui la modernità consiste. In quanto critica
del proprio passato l’Occidente è debole; in quanto fede nella propria
tradizione l’Islam è forte (anche se la «primavera araba» può far
pensare a un primo, incerto passo dei Paesi arabi verso la modernità,
quindi verso l’indebolimento; un passo forse già fallito).
Tuttavia
l’abbandono della tradizione ha consentito in Occidente lo sviluppo
della scienza e della tecnica. E della tecnica guidata dalla scienza
moderna intendono servirsi tutte le forze oggi ancora in campo. Anche il
mondo islamico intende servirsene. La tecnica è il mezzo più potente.
Il programma nucleare iraniano è sintomatico. Nonostante la sua
efferatezza e il numero delle vittime, il terrorismo islamico ha ancora
un carattere artigianale.
Per diventare una minaccia alle strutture
del mondo occidentale deve acquistare un carattere
tecnologico-industriale. E perché ciò accada occorre uno Stato. Ma se
per realizzare quella minaccia uno Stato terrorista islamico è
indispensabile, la sua esistenza è anche controproducente, un pericolo
per la propria sopravvivenza. Infatti esso sarebbe ben visibile. La sua
distruzione incontrerebbe meno difficoltà tecniche che non
l’individuazione e distruzione della nebulosa costituita dalle cellule
terroristiche sparse per il mondo. Si preannuncia un tempo in cui la
volontà del terrorismo di uscire dallo stadio artigianale,
impadronendosi delle opportunità offerte dalla tecnica, sarà in
conflitto con la consapevolezza del pericolo a cui si va incontro con la
costruzione di uno Stato terrorista islamico, inevitabilmente richiesto
da quella volontà.
D’altra parte, se l’Islam è già presente in
Europa, in America, in Russia, una conquista islamica dell’Occidente e
della Russia è impossibile. Probabile, sì, un consistente aumento degli
islamici immigrati, rispetto agli autoctoni. Ma la difficoltà estrema
che gli islamici si adeguino alla cultura occidentale tende a svanire
nella misura in cui questa cultura si presenta loro non come ideologia
cristiana o capitalistica o democratica, ma come tecnica . La loro
volontà di dominio non può prescindere dalla potenza che è conferita
dall’uso razionale della tecnica. Ma la legge sulla quale sono tornato
più volte anche su queste colonne è il rovesciamento per il quale la
tecnica, da mezzo per realizzare gli scopi ideologici delle forze che
intendono servirsi di essa, è destinata a diventare, essa, il loro
scopo. La presenza dell’Islam nel mondo occidentale e in Russia sta
appunto diventando una di tali forze. Che sono tra di loro in conflitto.
Quindi tra esse prevarrà quella che, rinunciando al proprio scopo
ideologico, assumerà come scopo quello che la tecnica possiede per se
stessa: l’aumento indefinito della capacità di realizzare scopi.
La
tecnica è la punta di diamante della cultura occidentale. Rimane tale
qualunque sia la razza umana che essa incorpora in sé. Se la razza
bianca illanguidisce è perché non è più o non è ancora capace di
assumere come scopo l’aumento indefinito della potenza. Se nel mondo
occidentale prevarranno le razze che oggi si fanno guidare dall’Islam,
sarà perché esse avranno quella capacità. Ma nel momento stesso in cui
si saranno mostrate così capaci, non saranno più guidate dall’Islam ma
dalla razionalità tecnologica, che esige l’abbandono della tradizione,
di ogni tradizione, quella islamica compresa.
Vincente, da ultimo, è
la struttura del mondo occidentale , qualunque sia la razza umana che
essa incorpora e qualunque sia l’ideologia da cui tale razza è guidata
(Islam, capitalismo, comunismo, cristia-nesimo, democrazia, ecc.). E
nella tecnica confluisce e si raccoglie l’intera storia di quella
struttura. Per quanto sembri occupare la scena del mondo, lo scontro tra
Islam, da una parte, e cristianesimo, capitalismo, democrazia
dall’altra è uno scontro di retroguardia. Il nemico autentico e vincente
sia dell’Islam sia di quei suoi nemici visibili è la tecnica, di cui
sia l’Islam sia quei suoi nemici intendono servirsi per prevalere nello
scontro di retroguardia.
Dall’Islam a Prometeo (Rizzoli, 2003) è un
saggio in cui riprendo temi che vado sviluppando da un trentennio e che
qui sopra ho richiamato. A proposito del trasferimento della
conflittualità planetaria dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud vi si
dice che «le potenzialità tecnologiche di cui oggi dispongono le società
avanzate saranno in grado di risolvere i problemi dell’intera razza
umana. Ma si tratta di un evento che potrà verificarsi a lungo termine. I
problemi e i pericoli riguardano il breve e medio termine, il tempo che
intercorre tra la situazione attuale e l’esplicazione su scala
planetaria delle possibilità salvifiche della tecnica. Ci si illude se
si pensa che la relativa composizione del conflitto Est-Ovest abbia a
inaugurare un lungo periodo di pace. Essa inaugura una nuova forma di
guerra». Che tuttavia sta andando verso la pax tecnica (verso il luogo,
peraltro, in cui si è ben lontani dall’aver risolto tutti i problemi, ma
in cui tutti i nodi della storia dell’Occidente vengono al pettine).
Ma Islam vuol dire pace
L’idea
che in questa religione sia connaturata la violenza è assolutamente
sbagliata e costituisce un gorgo che può risucchiare le nuove
generazioni
di Vito Mancuso Repubblica 10.1.15
IL PARADOSSO è che Islam viene
dalla radice s-l-m che in arabo forma “salam” e in ebraico “shalom”,
cioè pace. Esso quindi significa pace e rimanda alla pace del cuore e
della mente che si ottiene quando ci si sottomette a quella verità
ultima del mondo tradizionalmente detta Dio. Questo sottomettersi però
non è da intendersi come cessazione della libertà, come la Soumission
descritta da Michel Houellebecq nel suo nuovo romanzo e come a loro
volta l’intendono gli integralismi islamici di ogni sorta, Is, Al Qaeda,
Boko Haram, Hezbollah e affini. Si tratta piuttosto di sottomettersi
nel senso di “mettersi sotto”, ripararsi, come quando piove forte e ci
si rifugia dall’acquazzone. È la medesima disposizione esistenziale che
porta i buddhisti a recitare ogni giorno “prendo rifugio nel Buddha, nel
Dharma, nel Sangha”, e che porta i cristiani a dire “Amen” cioè “è
così, ci sto, mi affido” o a recitare Sub tuum praesidium. La
sottomissione equivale alla custodia e al compimento della libertà del
singolo che trova un porto a cui approdare e quindi una direzione verso
cui navigare: è questo il fondamento originario alla base dell’Islam e
di ogni altra religione.
Oggi però nella mente occidentale l’Islam è
ben lontano dal venire associato a ciò a cui la sua radice rimanda.
Evoca piuttosto il contrario, la guerra, la lotta, il terrore. Un
duplice grande compito attende quindi ogni persona responsabile: prima
capire, e poi far capire, che non è per nulla così. Ieri accompagnando
mia figlia a scuola pensavo che in classe avrebbe trovato un compagno di
fede musulmana e mi chiedevo con che occhi l’avrebbe guardato e con che
occhi l’avrebbero guardato gli altri studenti. La disposizione dello
sguardo dei figli dipende molto dallo sguardo e dalle parole degli
adulti. Ma ora qualcuno provi a pensare di essere un musulmano
quindicenne che ogni giorno si sente addosso sguardi diffidenti e
rancorosi, e immagini che cosa finirebbe per pensare dell’occidente. Non
sto per nulla dicendo che se c’è il terrorismo islamico è colpa nostra
perché noi occidentali siamo malvagi e imperialisti, anche perché sono
convinto del contrario, cioè che se c’è il terrorismo islamico è
soprattutto per l’incapacità dell’Islam e delle sue guide spirituali di
gestire l’incontro con la modernità, come più avanti argomenterò. Sto
dicendo piuttosto che siccome il terrorismo islamico purtroppo c’è ed è
in crescita nel cuore stesso dell’Europa, spetta a ognuno di noi
decidere se trasformare ogni musulmano in un nemico e in un potenziale
terrorista oppure no. E tutto procede da come parliamo dell’Islam e da
come guardiamo i musulmani.
L’Islam è una grande tradizione
spirituale con quattordici secoli di storia e con oltre un miliardo di
fedeli. L’idea che a questa religione sia essenzialmente connaturata la
violenza è profondamente sbagliata da un punto di vista teorico e
soprattutto è tremendamente nociva da un punto di vista pratico, perché
non fa che suscitare a sua volta violenza e da qui il gorgo che può
finire per risucchiare irrimediabilmente la vita delle giovani
generazioni. È vero che nel Corano vi sono pagine violente e che la
storia islamica conosce episodi violenti, ma questo vale per ogni
fenomeno umano. La Bibbia ha pagine di violenza inaudita e sia
l’ebraismo sia il cristianesimo conoscono il fanatismo religioso e la
violenza che ne promana. Lo stesso vale per l’hinduismo con l’ideologia
detta hindutva. Persino il più mite buddhismo conosce oggi episodi di
intolleranza in Sri Lanka e Myanmar.
Dando uno sguardo alla politica,
che cosa abbiano prodotto la destra e la sinistra nel ‘900 è cosa nota:
repressione dei diritti umani e milioni di vittime innocenti. Andando
poi all’evento madre da cui è nata l’idea di laicità nella società
europea, cioè la Rivoluzione francese, nei dieci anni della sua durata
(1789-1799) si registra un numero di vittime variamente stimato dagli
storici ma comunque enorme, visto che nei diciassette mesi del Terrore
tra il 1793 e il 1794 si ebbero centomila vittime, una media di quasi
200 morti al giorno. E tutto questo nel nome di “ liberté, égalité
fraternité”, compresa, immagino, la libertà di stampa.
Noi non
abbiamo nessun titolo per dare lezioni ai musulmani, se non uno solo:
che siamo più vecchi e abbiamo più storia. Oggi buona parte dell’Islam,
come l’Occidente cristiano nel passato, sta vivendo l’incontro con la
secolarizzazione sentendosi aggredito, nel senso che i processi di
laicità e di modernità risultano per esso come dei virus infettivi a cui
reagisce attaccando e facendo così venir meno la tradizionale
tolleranza che ha contraddistinto buona parte della sua storia. Dalla
Rivoluzione francese alla Seconda guerra mondiale, in un arco di oltre
150 anni, l’Occidente ha vissuto la sua influenza con febbri altissime,
imparando alla fine a usare quel metodo della gestione della vita
pubblica tra persone di diverso orientamento culturale e religioso che
si chiama democrazia (per quanto ancora in modo molto imperfetto).
E
noi questo dobbiamo fare: esportare democrazia. Non ovviamente nel senso
criminale di George Bush e della sua guerra in Iraq (che ha molta
responsabilità per la trappola in cui stiamo finendo), ma nel senso del
rispetto delle idee e della vita altrui, da cui si produce quello
sguardo amichevole che è il solo vero metodo per suscitare pace e
lasciare una società migliore a chi verrà dopo di noi. Questo non
significa che non bisogna essere determinati nella lotta contro i
terroristi islamici, significa solo che occorre sempre saper distinguere
l’organismo dalla malattia contratta. E in questa distinzione dovrà
consistere la nostra lotta quotidiana a favore della pace del mondo.
I jihadisti vogliono piegare il messaggio del Profeta
Le bugie degli estremisti e le parole del Corano, così il fanatismo distorce la religione L’idea che l’Islam esiga una risposta violenta agli insulti contro Maometto è una pura invenzione Il credo sanguinario dei salafiti è spesso fatto proprio da molti governi alleati dell’Occidente
di Fareed Zakaria Repubblica e The Washington Post 10.1.15
NELLA
loro furia omicida gli autori del massacro di Parigi urlavano di aver
“vendicato il Profeta”, seguendo le orme di altri terroristi che hanno
fatto saltare redazioni di giornali, accoltellato un regista, ucciso
scrittori e traduttori, convinti che questa, secondo il Corano, sia la
giusta punizione per i blasfemi. In realtà il Corano non punisce la
blasfemia. Come in molti altri casi alla base del fanatismo e della
violenza del terrorismo islamico, anche l’idea che l’Islam esiga una
risposta violenta agli insulti nei confronti del profeta Maometto è
un’invenzione dei politici e dei religiosi, finalizzata a un progetto
politico.
L’unico libro sacro che contempli la blasfemia è la Bibbia.
Il Vecchio Testamento la condanna e prevede dure punizioni per i
blasfemi. Il passaggio più noto è tratto dal Levitico (24: 16): «Chi
bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la
comunità lo dovrà lapidare.
Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte».
Al
contrario nel Corano il termine blasfemia non appare mai. (Detto per
inciso, il Corano non proibisce neppure di ritrarre Maometto, pur
esistendo diversi detti del Profeta, o hadith, che lo vietano al fine di
evitare l’idolatria). Lo studioso islamico Maulana Wahiduddin Khan
afferma che «in più di 200 versi del Corano viene rivelato che i
contemporanei del Profeta perpetrarono ripetutamente l’atto oggi
definito “blasfemia o insulto al Profeta…” ma il Corano non impone di
punirlo con frustate, la morte o qualunque altro castigo fisico».
In
varie occasioni Maometto si mostrò comprensivo e cortese con quelli che
deridevano la sua persona e i suoi insegnamenti. «Nell’Islam - dice Khan
- la blasfemia è oggetto di dibattito intellettuale più che di
punizioni fisiche».
Qualcuno ha dimenticato di dirlo ai terroristi.
Ma il credo raccapricciante e sanguinario adottato dai jihadisti, che
considerala blasfemia e l’apostasia gravi crimini contro l’Islam da
punire con la violenza, trova purtroppo vasta diffusione nel mondo
musulmano, anche tra i cosiddetti “moderati”. La legislazione di molti
paesi a maggioranza musulmana prevede norme contro la blasfemia e
l’apostasia, che in qualche realtà vengono applicate.
L’esempio più
significativo è dato dal Pakistan. Stando ai dati della Commissione
americana sulla libertà religiosa internazionale, a marzo almeno 14
persone in quel paese erano in attesa di esecuzione e 19 scontavano una
condanna all’ergastolo. Il proprietario del più importante gruppo di
media locale è stato condannato a 26 anni di carcere per via di una
trasmissione in cui, come sottofondo alla scena di un matrimonio, era
stato trasmesso un canto religioso sulla figlia di Maometto. E il
Pakistan è in buona compagnia: Bangladesh, Malaysia, Egitto, Turchia e
Sudan, tutti hanno fatto un uso punitivo e persecutorio delle leggi
contro la blasfemia. Nella moderata Indonesia, dal 2003 sono 120 le
persone in carcere con questa accusa. L’Arabia Saudita proibisce
qualunque pratica religiosa che non corrisponda alla sua versione
wahabita dell’Islam. Il caso del Pakistan è significativo perché
l’estremizzazione delle norme contro la blasfemia è relativamente
recente e ha cause politiche. Con l’intento di emarginare l’opposizione
democratica e liberale il presidente Mohammed Zia Ul-Haq alla fine degli
anni Settanta e negli anni Ottanta si avvicinò ai fondamentalisti
islamici, senza remore nei confronti degli estremisti. Approvò una serie
di leggi che islamizzavano il paese, una delle quali proponeva la pena
capitale o il carcere a vita per chi avesse insultato in qualunque forma
Maometto.
Quando i governi tentano di ingraziarsi i fanatici,
finisce che questi ultimi prendono in mano la legge. In Pakistan, i
jihadisti hanno ucciso decine di persone con l’accusa di blasfemia,
incluso Salmaan Taser, il coraggioso politico che osò criticare
aspramente la legge contro la blasfemia.
Dobbiamo combattere i
terroristi di Parigi, ma dobbiamo combattere anche le radici del
problema. Non basta che i leader musulmani condannino gli assassini se i
loro governi poi avallano il concetto che la blasfemia va punita. La
commissione Usa per la libertà religiosa e il Comitato delle Nazioni
Unite sui diritti umani hanno dichiarato, a ragione, che le leggi contro
la blasfemia costituiscono una violazione dei diritti umani universali
in quanto violazione della libertà di parola e di espressione.
Nei
paesi a maggioranza musulmana nessuno osa rivedere queste norme. Nei
paesi occidentali nessuno si confronta con gli alleati su questo tema.
Ma la blasfemia non è una questione esclusivamente interna ai singoli
paesi. Oggi è al centro del sanguinoso confronto tra gli islamisti
radicali e le società occidentali. Non può più essere trascurata. I
politici occidentali, i leader musulmani e gli intellettuali ovunque
dovrebbero ribadire che la blasfemia non esiste nel Corano e non
dovrebbe esistere nel mondo moderno.
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