Luca Beatrice -il Giornale Mar, 20/01/2015
Alpha Street, all’incrocio del nulla Il sogno della metropoli perfetta nel sole della California Restano le cicatrici delle strade, il resto l’ha ripreso il desertoDomenica 1 Febbraio, 2015 LA LETTURA © RIPRODUZIONE RISERVATA
Le città-ombra hanno spesso nomi improbabili come Dongtan, Triton, Broadacre, Welthauptstadt, Slumless, Booze. Sono sogni irrealizzati per un nuovo modo di vivere, illusioni che non si sono concretizzate per mancanza di fondi o per eventi climatici imperscrutabili. A volte ritornano, o almeno ci provano, come Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, dove adesso vivono in dodici; o come Marfa, in Texas, che l’artista concettuale Donald Judd ha letteralmente acquistato, chiese e garage compresi, per trasformarla, grazie alla sua Fondazione Chinati in un museo del contemporaneo.
Il destino di California City, la città che avrebbe dovuto rivaleggiare per grandezza e bon vivre con Los Angeles, è in qualche modo diverso perché qualcosa, una parte minima, del sogno pensato alla fine degli anni Cinquanta da Nat Mendelsohn, ricco immobiliarista e sociologo americano con origini polacche, rimane ancora nel nord ovest del Mojave Desert: sono le strade che si perdono nel nulla, gli incroci da cui nessuno transita, l’asfalto ormai consumato dalla sabbia. E anche se California City non è ufficialmente scomparsa è di fatto diventata un sobborgo al confine del vuoto, un piccolo insediamento di nemmeno 15 mila abitanti perduto in un territorio di oltre mezzo milione di chilometri quadrati, un punto a 65 miglia dalla Death Valley che sopravvive grazie alla Edward Air Force Base, al California City Correctional Centre, ai test spaziali del Mojave Air and Space Port e a quelli automobilistici del nuovo Hyundai / Kia Proving Grounds. Mentre la sua ipotetica rivale, Los Angeles, di abitanti oggi può contarne 12 milioni.
Certo che quando nel 1958 Mendelsohn, che oltre a investire insegnava alla Columbia University, aveva fondato la California City Development Company non aveva pensato in piccolo, investendo nella realizzazione del primo lotto di casette, tutte regolarmente con giardino e barbecue annesso, oltre mezzo milione di dollari. Al centro della nuova California City un grande parco e un grande lago in parte sotterraneo, che secondo il progetto realizzato da Wayne R. Williams avrebbe dovuto servire per l’approvvigionamento idrico, un parco e un lago che avrebbero dovuto prendere il posto dei campi di cotone e di granoturco alfa alfa della Mendiburu and Rudnick Farm.
Un primo lotto di 876 villette, prezzo medio mille dollari ciascuna, venne venduto già nel marzo del 1958 e un secondo di 427 nel giugno dello stesso anno, mentre la Contea di Kern certificava la prossima realizzazione dei servizi e mentre si cercavano investitori che avessero voglia di credere in questo sogno alle soglie del deserto.
Il signore e la signora Marion Lee con i loro tre figli furono, nel novembre di quell’anno, i primi abitanti certificati di California City, ma sarebbe stato il 1959 l’anno della svolta definitiva, quando vennero annunciati nuovi cospicui investimenti destinati al Mojave Unified School District e al Central Park ma anche alla realizzazione di 18 motel, di un grande shopping centre, del California City Hospital e del Civic Museum. Persino l’acqua non sembrava essere un problema: un grande bacino era stato infatti individuato sotto le rocce della vicina Boron Valley. Le strade avevano nomi come Oldsmobile Street, Alpha Street o Planet Lane e sono gli stessi nomi che si ritrovano sui cartelli arrugginiti di quello che resta della città immaginata da Nat Mendelsohn.
Perché quasi per un malefico incantesimo, alla fine del 1959 — quando le famiglie residenti erano diventate 250 ed era stato appena aperto il primo barber shop — il deserto ha cominciato a riprendersi il proprio spazio: colpa del clima così secco, colpa degli investitori che sono lentamente diminuiti fino a sparire, colpa del grande lago che non è stato mai realizzato, colpa di una città che non aveva mai scelto davvero se essere residenziale o industriale.
In qualche modo al danno si è poi aggiunta la beffa, perché il sogno di Nat si conclude con la nascita ufficiale, nel 1965, dell’attuale California City, dove si sospetta possa addirittura trovarsi una base segreta della Cia e che oggi non è altro che una piccola entità topografica abbandonata nel deserto, una sequenza di cul-de-sac senza futuro apparente.
Ma per fortuna alle città-ombra il destino riserva sorprese che sanno in qualche modo di risarcimento. Come succede a Civita di Bagnoregio o a Marfa, regolarmente intasate da turisti. Così ai margini di California City, la città del sole come recitano ancora oggi i cartelli, l’artista tedesco Dennis Rudolph ha trovato il suo luogo ideale: «Un posto perfettamente in equilibrio tra cielo e terra, tra utopia e distonia, tra forze positive e negative» dove ha messo su studio e realizzato una delle sue opere più significative, The Portal , un cancello rivestito con i ritratti di giovani uomini e donne locali che dovrebbe portare direttamente «dal Paradiso all’Inferno».
E se poco più a sud David Hockney aveva immortalato nel 1986 nel suo collage Pearlblossom Highway un altro incrocio nel nulla ai margini ancora del Mojave Desert, la mostra in corso alla Villa Panza di Varese ci restituisce le sensazioni provate da Wim Wenders di fronte a quegli stessi spazi. A proposito di una sua fotografia scattata nel 1986, il regista di Paris, Texas racconta: «Una volta nel deserto del Mojave, in California, vidi un cartello arrugginito, una sorta di réclame molto lontana dalla strada. Era piantato nel nulla e le sue grandi lettere annunciavano Western World Development. Qualcuno doveva aver progettato in quel lembo di deserto una città, ma il paesaggio era completamente arido, si vedeva soltanto qualche sparuto cactus. Provai allora a immaginare lì una città, ma osservando quella distesa ho avuto quasi l’impressione che fosse effettivamente esistita e poi scomparsa. Una cosa però non potevo ignorare: era inessenziale sapere se fosse o meno esistito quell’insediamento urbano. Perché, come pensano gli aborigeni dell’Australia e come dovremmo pensare anche noi, è la terra ad essere proprietaria degli uomini, mai viceversa». Così a California City il deserto si è in fondo ripreso solo la parte che gli spettava.
Wim Wenders Scatti americani tra sogno e incubo
A Villa Panza di Varese le grandi fotografie del regista tedesco dialogano con le opere minimaliste della collezione permanentedi Manuela Gandini La Stampa 14.2.15
«All’improvviso vidi una luce diversa splendere attraverso la polvere e il fumo. Sollevai lo sguardo e mi resi conto che il riflesso del sole aveva immerso per qualche istante Ground Zero in una luce accecante. Era ancora mattina, e fino a quel momento i grattaceli intorno avevano impedito ai raggi del sole di illuminare direttamente lo spazio rado di Ground Zero. Ma adesso gli edifici circostanti contribuivano a deviare la luce». A voce bassa, con una dedizione totale alla percezione dello spirito dei luoghi, Wim Wenders racconta la propria concezione del mondo, della bellezza e dei conflitti contemporanei all’apertura della sua personale, intitolata «America», in corso a Villa Panza a Varese.
Curata dalla direttrice, Anna Bernardini, la mostra – che consta di 34 fotografie di vario formato – rimanda alla passione del conte Panza di Biumo per il paesaggio, l’arte e la cultura statunitensi. Panza e Wenders: due diverse visioni europee che hanno vissuto con stupore e amore gli immensi spazi degli Stati Uniti, i deserti e i cieli, le case e la promessa del sogno americano.
Quel sogno, misto a nostalgia, prorompe dai paesaggi orizzontali e solitari, dislocati sulle pareti della villa, tra arredi ottocenteschi e grandi lampadari. La mimesi - tra i muri scrostati di un vecchio edificio di Paris (in Texas); un cimitero indiano in Montana; una strada deserta puntellata dai pali dell’elettricità, e le stanze di Dan Flavin e di Turrell - è un’esperienza (riuscita) di trasposizione temporale e fisica. Nel caso dei minimalisti americani, collezionati da Panza, lo spettatore è immerso nella luce di spazi impalpabili e fa un’esperienza sensoriale completa; mentre le foto di Wenders lo risucchiano in uno spazio aperto, esistente, visivamente connotato. «Faccio grandi foto – ha detto Wenders - perché voglio portarvi altrove; i paesaggi danno forme alle nostre vite, formano il nostro carattere, definiscono la nostra condizione umana e, se sei attento a loro, acuisci la tua sensibilità nei loro confronti, scopri che hanno storie da raccontare che sono molto di più che semplici luoghi». Il regista, come sdoppiato nella propria intenzionalità, non fotografa mai quando gira un film e non gira quando fotografa. Cosa cerca nei luoghi? «La verità» e per trovarla si sbarazza dei preconcetti – «come fotografo sono vuoto» - non usa il digitale per non falsare il messaggio e adopera la pellicola con la Leica o la Makina-Plaubel.
Le foto, colorate o in bianco e nero, grandissime o piccole, sembrano film fatti di un solo fotogramma nel quale – come in un racconto di Raymond Carver o in un quadro di Edward Hopper – il quotidiano è fulminante: è uno scatto, è una fascinazione o una perdita secca. Il quotidiano è il muro di un vecchio bar nel Texas dall’insegna stinta e dai locali vuoti, oppure è una donna seduta a una finestra a Los Angeles, in mezzo alla solitudine delle case hopperiane. Ma cosa troviamo in quello stereotipo americano quasi interamente spogliato di ogni presenza umana? Rispolveriamo in technicolor la nostra memoria fatta di immagini mediatiche, culturali e di esperienze fisiche, perché, nelle foto di un giardino kitsch o della sala d’aspetto di un vecchio Motel, sfila il ricordo di Paris Texas o Alice nelle città; e nelle macerie fumanti di Ground Zero riappaiono i telegiornali e l’umanità braccata di Salgado, il fotografo raccontato nell’ ultimo film di Wenders Il sale della Terra. Ed è con questa lente, quella dei propri ricordi e delle proprie epifanie mista alle narrazioni wendersiane, che si produce una percezione manierista, che ci riporta sul luogo del delitto. «America» è una mostra speciale, fatta di relazioni e sovrapposizioni multiple tra persone, storie, periodi e luoghi. È un viaggio in quella bella America di fine ’900, fatta di innumerevoli «Yes, I can»; ma è anche l’America della fine. L’America della violenza più atroce e distruttiva che si potesse immaginare, quella dell’11 settembre. «I giorni dopo la tragedia avevo gli incubi, mi sentivo malato. Dovevo placare questa inquietudine. Così andai a New York convinto che avrei potuto curare questa malattia solo vedendo le cose con i miei occhi», ha raccontato il regista. Era l’8 novembre, due mesi dopo l’attentato, l’amico Joel Meyerowitz, unico fotografo accreditato a documentare lo sgombro di corpi e macerie ancora fumanti, lo fece entrare. Le immagini che, ancora increduli, vediamo a fine mostra sono enormi e la devastazione fuori scala. Si chiude così «America», con uno squarcio irricomponibile, un raggio di sole e una domanda: il terrore permanente è davvero la nuova condizione di vita dell’umanità?
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