martedì 20 gennaio 2015

Politica, sovranità nazionale ed archeologia in Grecia

L’Acropoli della discordia
Partenone. Il caso dei suoi marmi torna a far discutere la politica. Un deputato di Syriza si scaglia contro un manuale di storia dell'arte che non dice la verità: le opere di Fidia furono rubate. A riaprire il caso, anche il prestito discusso di una scultura del British all'Ermitage
—  Valentina Porcheddu, il Manifesto ATENE, 20.1.2015
In una seduta del par­la­mento elle­nico svol­tasi lo scorso 14 gen­naio, Tasos Kou­ra­kis – depu­tato appar­te­nente alla for­ma­zione di Syriza – ha ina­spet­ta­ta­mente lan­ciato un attacco con­tro un manuale di Sto­ria dell’arte. La cri­tica mossa da Kou­ra­kis al testo adot­tato nelle scuole fin dal 2003 — e che mai prima d’ora aveva susci­tato pole­mi­che — riguarda il capi­tolo in cui si descrive la rimo­zione dei marmi del Par­te­none a inizi Otto­cento per mano del diplo­ma­tico bri­tan­nico Lord Elgin.
Nel passo sotto accusa si parla del tra­sfe­ri­mento delle scul­ture in Inghil­terra, men­tre per il giu­ri­sta Kou­ra­kis i noti capo­la­vori di Fidia ven­nero strap­pati alla Gre­cia con la forza. Nono­stante il Mini­stero dell’istruzione abbia dira­mato un comu­ni­cato volto a sot­to­li­neare come la denun­cia di Kou­ra­kis s’inscriva non senza oppor­tu­ni­smo poli­tico nel fer­vore della cam­pa­gna elet­to­rale, lo stesso mini­stro per l’Istruzione e gli affari reli­giosi Andreas Lover­dos – espo­nente del Movi­mento Socia­li­sta Panel­le­nico (Pasok) – ha dichia­rato con fer­mezza che il libro con­te­nente la «mostruosa» dici­tura verrà riti­rato dalle scuole e gli inse­gnanti rice­ve­ranno dispo­si­zioni su come illu­strare cor­ret­ta­mente l’argomento agli studenti.
Que­sto epi­so­dio dimo­stra che, a più di un secolo di distanza dall’evento incri­mi­nato e a pochi giorni dal voto per l’elezione del Pre­si­dente della Repub­blica, due dei mag­giori par­titi in com­pe­ti­zione con­cor­dano sull’esigenza di rista­bi­lire la verità, epu­rando quella che con­si­de­rano una misti­fi­ca­zione della Sto­ria. A riac­cen­dere gli animi su una disputa che risale agli albori dell’indipendenza greca del 1835 – quando i Greci ini­zia­rono a recla­mare il ritorno dei marmi nella patria d’origine – non è solo la con­giun­tura elet­to­rale, momento cer­ta­mente pro­pi­zio per bran­dire l’archeologia come arma di riven­di­ca­zione iden­ti­ta­ria, ma anche il recente pre­stito, da parte del Bri­tish Museum, dell’Ilisso – una delle scul­ture che ador­na­vano il fron­tone Ovest del Par­te­none – all’Hermitage di San Pie­tro­burgo per le cele­bra­zioni del suo 250/mo anniversario.
La sta­tua ace­fala raf­fi­gu­rante la divi­nità flu­viale era par­tita quasi in segreto da Lon­dra nel dicem­bre del 2014, quale atto di disgelo fra i governi di Rus­sia e Inghil­terra in seguito alla crisi dell’Ucraina per­ché – come dichia­rato alla stampa da Neil Mac­Gre­gor, diret­tore del museo bri­tan­nico – la vici­nanza fra gli indi­vi­dui ispi­rata dall’arte deve pre­va­lere sulle distanze indotte dalla poli­tica. Tut­ta­via, ciò che negli intenti di Mac­Gre­gor doveva con­fi­gu­rarsi come un gesto di aper­tura e dia­logo di «un museo del mondo per il mondo», è stato accolto dalla Gre­cia come un’intollerabile pro­vo­ca­zione e un dolo­roso affronto.
Il pre­mier Antoni Sama­ras non aveva esi­tato a espri­mere rab­bia e scon­certo, rile­vando che, con tale pre­stito, il Bri­tish Museum scon­fes­sava di fatto il «dogma» in base al quale i marmi del Par­te­none – acqui­stati dall’Istituzione bri­tan­nica nel 1816 e da allora negati alla Gre­cia – non avreb­bero mai lasciato il suolo inglese. Tanto più che solo due mesi prima dell’inaspettato pre­stito, era stato pro­prio Sama­ras a richie­dere la media­zione dell’avvocatessa anglo-libanese Amal Ala­mud­din e di due dei mas­simi esperti bri­tan­nici in «resti­tu­zione cul­tu­rale», Geof­frey Robertson e Nor­man Pal­mer, al fine di dare una spinta deci­siva alla bat­ta­glia per il rim­pa­trio dei cosid­detti marmi Elgin.
Eppure, la visita di Ama­lud­din – meglio cono­sciuta come la moglie della star di Hol­ly­wood George Cloo­ney – al Museo dell’Acropoli nell’ottobre dell’anno scorso, è apparsa più una scelta sen­sa­zio­na­li­stica che costrut­tiva. Intanto, ieri sera, men­tre a San Pie­tro­burgo calava l’ombra sulla soli­ta­ria figura dell’Ilisso espo­sta per l’ultimo giorno all’Hermitage, un cen­ti­naio di cit­ta­dini e rap­pre­sen­tanti poli­tici dell’Unione cen­trale dei comuni della Gre­cia (Kede) – capeg­giati dal sin­daco di Mara­tona Elias Psi­na­kis e da quello della città di Maroussi Gior­gios Patou­lis – si sono riu­niti nel piaz­zale anti­stante l’ingresso del museo dell’Acropoli.
L’imponente strut­tura di cemento, vetro e acciaio pro­get­tata dall’architetto sviz­zero Ber­nard Tschumi in col­la­bo­ra­zione con il greco Micha­lis Pho­tia­dis e inau­gu­rata nel 2009 a coro­na­mento di un per­corso scien­ti­fico ma non­di­meno ideo­lo­gi­ca­mente mirato ad esal­tare la purezza del clas­si­ci­smo, ha fatto dun­que da scena a una mani­fe­sta­zione che si pro­po­neva di invo­care – quasi fosse una pre­ghiera – il sospi­rato ritorno «a casa» dei marmi con­ser­vati in Gran Bre­ta­gna.
La reto­rica del sen­ti­men­ta­li­smo espressa nelle can­dele accese dai par­te­ci­panti e rivolte alla più alta gal­le­ria del Museo – dove sono espo­sti i bloc­chi super­stiti delle metope e del fre­gio del Par­te­none assieme ai malin­co­nici cal­chi dei fram­menti attesi – ha però evi­den­ziato la debo­lezza dell’atteggiamento romantico-repubblicano già insito negli appas­sio­nati appelli di Melina Mer­couri, mini­stro della Cul­tura in Gre­cia alla caduta della dit­ta­tura dei Colo­nelli.
Le riven­di­ca­zioni avan­zate nei primi anni ottanta dalla pasio­na­ria elle­nica, la quale si richia­mava alle radici cul­tu­rali dell’Europa e al diritto della Gre­cia – culla della più antica demo­cra­zia – di riap­pro­priarsi del suo patri­mo­nio, tor­nano ora di attualità.
Ci chie­diamo, tut­ta­via, se l’auspicato suc­cesso di una disputa legale su fatti che risal­gono al XIX secolo ovvero al tempo in cui la Gre­cia era sotto la domi­na­zione otto­mana potranno mai resti­tuire al popolo di oggi gli ideali del clas­si­ci­smo ai quali ancora si aggrappa come alla biga alata di Pla­tone. Non è sull’autenticità (o la men­zo­gna) di un dispac­cio ema­nato dalla Sublime Porta che si gioca il futuro della Gre­cia, quanto piut­to­sto sull’accettazione di tutti gli eventi sto­rici che fin da un remoto pas­sato l’hanno attra­ver­sata, arric­chen­dola o impoverendola.
Se un giorno i marmi del Par­te­none tor­ne­ranno sull’Acropoli come in una pro­ces­sione di nuove Pana­te­nee, ci augu­riamo che ciò non sia il risul­tato di una «sen­tenza» ma il rigo­glioso frutto di un dia­logo cul­tu­rale tra Stati, per il bene dell’imperitura bel­lezza che appar­tiene all’umanità intera.

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