giovedì 22 gennaio 2015

Sinistra PD e Sinistra Complementare stanno per unire due Armate Brancaleone in una sola Armata Brancaleone

 
Il simpatico manifesto qui sopra è l'annuncio di ciò che c'è dietro l'angolo, compreso l'"apericena"; è il nostro piccolo gulag [SGA].
 
«Rispettateci». Il segnale dei 140 pddi Monica Guerzoni Corriere 22.1.15
Assemblea tesa della minoranza. Toccata e fuga di Bersani, che cerca la mediazione Civati sogna il «partito Berlinguer» e attacca: che ci fanno qui i renziani?
ROMA L’assemblea delle varie anime non renziane è iniziata da cinque minuti e Pippo Civati già cerca i giornalisti: «Mi girano le scatole e anche la Bindi è fuori dalla grazia del cielo... Dentro c’è Speranza e persino il sottosegretario Pizzetti, c’è gente che sta con Renzi e che mi odia. Usciamo dall’equivoco, per favore! A che serve un’assemblea del genere se non siamo nemmeno capaci di fare un nome per il Colle?». Non è che l’inizio di «una riunione spuria ed eterogenea», per dirla con Rosy Bindi. I duri sospettano che i dialoganti siano venuti a spiarli e Pier Luigi Bersani, un quarto d’ora dopo il gong, imbocca l’uscita.
Eppure, per quanto frustrati e lacerati in troppe anime, i parlamentari della minoranza si ritrovano nella necessità di «mandare un segnale» a Renzi, di avvertirlo che sarebbe un azzardo cercare con Berlusconi un accordo al ribasso sul Quirinale, senza tenere conto di un «blocco di voti» che vale un terzo della forza parlamentare pd.
La prima scena è al piano terra di Montecitorio, dove Bersani risponde alla domanda cruciale. Il governo ha una nuova maggioranza? «Ah, se si riuscisse a confrontarsi dentro il Pd... Sulla legge elettorale c’era una mediazione possibile e non hanno voluto mediare». E poi, quando gli chiedono se il presidente sarà scelto dal Nazareno: «Se viene meno il rispetto è finita. Dare del parassita a gente per bene come Corsini, Gotor e Mucchetti (come ha fatto il senatore Esposito, ndr) è pericoloso». Ma l’altra metà del ragionamento di Bersani, che presto vedrà il premier, è un appello al dialogo: «Spetta a Renzi dire se si può ripartire dall’unità del Pd».
I ribelli, una trentina secondo i renziani, sperano che parli e che metta il cappello su una assemblea pensata come una controffensiva. Invece Bersani ascolta pochi minuti e si defila: «La situazione è in movimento». In fondo né a lui, né a Renzi, conviene rischiare il bis dei 101 franchi tiratori. Mentre ai piani alti si tratta, un «indignato» Francesco Boccia dichiara che il Pd «è peggio della Dc sbardelliana», ribadisce che «Renzi usa metodi da Isis» ed evoca il congresso: «La scissione? No, ma nulla sarà più come prima. Mi sento come uno a cui è stata occupata la casa».
Si è litigato persino sul numero dei partecipanti, con i più renziani che ne contavano «un centinaio» e Fassina, Zoggia e Civati che spedivano sms ai giornalisti, lanciando su Twitter la prova fotografica: «Siamo 140». Tra battibecchi e siparietti, tutti condividono il tormento che gli azzurri abbiano preso il loro posto nel cuore di Renzi. «La minoranza è ininfluente» li ha derubricati il premier da Davos e gli oppositori cominciano a temere che sia vero. E quando il capogruppo Speranza chiede al segretario di ricompattare il Pd individuando una figura autorevole per il Colle, scatta l’applauso. D’Attorre resta convinto che la contropartita sia la «salva-Berlusconi», la norma fiscale che «porterebbe il Pd e la legislatura a un punto drammatico». Che fare, allora? «Dare battaglia contro il Partito dell’Inciucio». Civati non ne può più dei vicini di seggiola che gli «spiano gli sms» e annuncia: «Io un presidente del Nazareno non lo voto. Esco, fondo un partito e lo chiamo Berlinguer».
La grande paura è che l’inquilino del Colle sarà «il garante del patto del Nazareno», del quale Cuperlo agita lo spettro teorizzando la «mutazione genetica» del Pd: «Qualcuno tra noi pensa che sia meglio sostituire i nostri voti con quelli di altri». Il partito unico di Renzi e Berlusconi? «Scenario da Blade Runner». Gotor parla di riforme e qualcuno mugugna. C’è chi lo appoggia per la battaglia campale contro i nominati e chi lo critica per aver spinto Renzi tra le braccia di Berlusconi. Lui però pensa di aver fatto la cosa giusta: «Noi saremmo ininfluenti solo se uscissimo dal Pd». Ma quando Migliavacca giura di aver ricevuto mail con scritto «Je suis Gotor», il senatore fa scongiuri: «Spero di non fare la fine di Charlie!».
Stefano Fassina “Matteo ha scelto la destra”“L’intesa c’era ma lui ha scelto l’ex Cavaliere è nato il partito del Nazareno”intervista di Annalisa Cuzzocrea Repubblica 22.1.15
ROMA Stefano Fassina considera offensive le dichiarazioni fatte da Matteo Renzi a Davos e usa parole nette su quel che è accaduto ieri in Senato. «Dal patto del Nazareno siamo passati al partito del Nazareno - dice il deputato della minoranza pd - la verità è che non si è voluta cercare una mediazione».
A palazzo Madama si è consumata una spaccatura profonda. Non si poteva evitare?
«È stata una brutta pagina per il Pd: il presidente del Consiglio non ha voluto tener conto di un emendamento che rappresenta non il capriccio della minoranza, ma un elemento decisivo della ricostruzione del rapporto fra cittadini e istituzioni come la possibilità di eleggere chi li rappresenta. L’ Italicum consegna una camera a larghissima maggioranza composta da nominati in un contesto nel quale quel che resta del Senato sarà composto da nominati. Una miscela che restringe spazi di partecipazione democratica perfino rispetto al Porcellum . Il premier ha scelto Forza Italia e il fatto politico nuovo è che Berlusconi entra in campo con una funzione sostitutiva di una parte del Pd. Questo è molto grave per il governo e per il partito».
L’alternativa era affossare l’ Italicum , ne avete tenuto conto?
«Renzi aveva il dovere di trovare un compromesso, invece ci siamo trovati di fronte alla scelta politica di privilegiare il rapporto con Berlusconi, con un contorno di dichiarazioni offensive della dignità di chi cerca di dare un contributo».
Cos’ha trovato offensivo?
«Quando dice “chi frena perde” Renzi continua nella delegittimazione morale di chi ha punti di vista diversi. Nessuno intende frenare. Vogliamo solo migliorare le proposte che nella configurazione attuale costituiscono un arretramento della partecipazione».
Perché crede non si sia cercata una mediazione?
«Perché Berlusconi agisce come imprenditore, non come leader politico. È interessato a controllare i suoi parlamentari per tutelare le sue aziende, sacrifica le prospettive di Forza Italia con l’ok al premio di maggioranza alla lista e in cambio Renzi ottiene una rendita di posizione».
Tra pochi giorni si vota per il presidente della Repubblica. Crede sia possibile ricucire?
«Noi siamo impegnati affinché tutto il Pd possa condividere i criteri di fondo per scegliere il prossimo capo dello Stato. Crediamo che il requisito fondamentale sia l’autonomia dall’esecutivo, la capacità di garantire la funzione del Parlamento. Speriamo che il passaggio di ieri non abbia precostituito una soluzione a discapito dell’autonomia, anche se mi sembra che dal patto del Nazareno si sia passati al partito unico del Nazareno».

Bersani: “Scissione mai, il Pd è casa mia”“Ma Renzi ha respinto la mediazione, ora dica se sul Colle si parte dall’unità dem”. La sinistra si conta: siamo 140 Ma le varie anime sono divise. Cuperlo chiede una posizione comune sul Quirinale: serve coraggiodi Giovanna Casadio Repubblica 22.1.15
ROMA «Non inventatevi niente, la scissione non esiste, questa è casa mia». Pier Luigi Bersani ha dato un ultimatum a Renzi entrando nella riunione della sinistra dem. Però chiarisce subito il recinto del dissenso. Si sfoga, l’ex segretario: «Renzi sapeva che sull’Italicum una mediazione nel Pd era possibile però non l’ha voluta». Infatti Maurizio Migliavacca e il ministro Maria Elena Boschi erano arrivati a un compromesso anche sui capilista bloccati che Renzi non ha tuttavia timbrato. E sul Quirinale, fa pressing: «Ora spetta a Matteo dire se si deve partire dall’unità del Pd». Chiarisce che se manca il rispetto nel Pd, «è finita».
Non decolla però il “correntone” dem. I 140 tra deputati e senatori del Pd - che si sono ritrovati ieri a Montecitorio in un’assemblea programmata da tempo e che però, nel giorno in cui il governo è salvato da Forza Italia sulla legge elettorale, assume il senso di una conta per battere un colpo - non trovano un comune denominatore. Vanno via alla spicciolata, Rosy Bindi, Francesco Boccia, Pippo Civati. Bersani stesso lascia l’assemblea dopo un quarto d’ora. È Gianni Cuperlo ad esortare i compagni della minoranza: «Non pretendo che diventiamo Che Guevara, ma almeno il cane Balto...». Ci vuole coraggio sul Quirinale e una posizione comune: è il suo appello, ricorrendo all’immagine del cane che salvò negli anni Venti un villaggio trasportando la penicillina attraverso le montagne dell’Alaska.
«Troppo spuria, non parlo se la mia lingua non viene compresa», saluta Bindi. Civati alza il tiro: «Una platea eterogenea, in cui avevi i “controllori” accanto. Comunque se nasce il Partito del Nazareno, chiaro che io non ci sto e farò il Partito Berlinguer. E non voto un presidente della Repubblica garante del Patto del Nazareno». «Ci sono quelli che sull’Italicum hanno votato copia conforme a quanto chiedeva Renzi: e allora qui, cosa ci stanno a fare?», scappa via una bersaniana rimasta solo per la relazione di Miguel Gotor. Preoccupazione tanta sul Pd «geneticamente modificato e trasformista», divisioni altrettante. Le minoranze si aggiornano, e parte il tam tam di una cena dei bersaniani.
Il clima è teso. Bersani attacca Stefano Esposito, il senatore che ha presentato il maxi emendamento- ghigliottina: «Dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti, è pericoloso. È gente per bene che non chiede niente e va trattata con rispetto. Se viene meno il rispetto è finita». Esposito chiederà subito dopo scusa per avere usato il termine “parassita” nei confronti dei dissidenti dem che stanno conducendo la battaglia contro la nuova legge elettorale: «Riconosco di avere sbagliato...». Cerca di abbassare i toni il vice segretario Lorenzo Guerini e nega che ci sia un cambio di maggioranza in corso con il reclutamento di Forza Italia. Però nella riunione dei 140 pesa il giudizio di Renzi che ha detto: «La minoranza Pd è ininfluente sul risultato delle riforme». L’assemblea non arriva a una conclusione comune. Roberto Speranza, capogruppo dem e leader di Area riformista, corrente no-Renzi, la volge in positivo: «Dai 140 arriva la domanda di unità. Su un profilo di grandissima autorevolezza il partito sarà unito, niente mediazioni al ribasso».
Pessimista Boccia che teme il Pd finisca dentro un baratro: «Fermiamoci prima. È chiaro anche a un bambino che il Pd è lacerato, ma se si precipita si precipita insieme. Sul presidente della Repubblica troviamo unità». L’allarme cresce e molti citano l’addio di Cofferati al Pd e i brogli alle primarie genovesi. Cesare Damiano, presidente dalla commissione Lavoro della Camera, ironizza: «Non vorrei trovarmi in una Grande Coalizione alla tedesca a mia insaputa. Sarebbe inaccettabile».

La contraddizione delle due maggioranzeLa maggioranza non cambia ma ora Renzi deve chiarire La contesa con la minoranza pd indebolisce il premier e rafforza Berlusconi in vista del Quirinaledi Stefano Folli Repubblica 22.1.15
IN queste ore convulse, non c’è nulla che irriti il presidente del Consiglio come sentir parlare di un cambio di maggioranza: un nuovo assetto politico provocato dal centrodestra, ossia Berlusconi, che s’installa nell’area di governo grazie all’esito del voto a Palazzo Madama sull’Italicum. Non più una mera convergenza parlamentare per approvare le riforme, bensì un «patto del Nazareno» che si manifesta come vincolo stringente: tanto più blindato nella sua diarchia, quanto più sfilacciato è il quadro generale, con il Pd diviso e Forza Italia tutt’altro che coesa. Si può capire il fastidio di Renzi: il solo ipotizzare una nuova maggioranza è destabilizzante e non tiene conto dei mille ostacoli che rendono irrealistico questo scenario nei tempi prevedibili. Oggi basta accennarne per adombrare un premier ferito e sulla difensiva, quando invece la sua speranza è rovesciare sui dissidenti la responsabilità dello strappo, isolarli e indurli a rientrare nei ranghi. Ovviamente in vista del Quirinale. Tuttavia negare la trasformazione della maggioranza non è sufficiente. Non basta sostenere che non è cambiato nulla in Senato perché il gruppo Gotor è stato sconfitto nelle votazioni. In realtà molte cose sono cambiate, al di là dei numeri che hanno condannato i dissidenti. Sono emerse le contraddizioni e insieme l’ineluttabilità del patto Renzi-Berlusconi, la difficoltà di relegarlo nel limbo di un blando accordo per cambiare la legge elettorale e scegliere il capo dello Stato. Non è così. Via via che il Pd si lacera, mentre il presidente-segretario dà l’impressione di non controllare del tutto i gruppi parlamentari, il patto si appesantisce, se ne serrano i bulloni e Berlusconi si fa baldanzoso. «Siamo determinanti, abbiamo riacquistato la centralità» dice l’eterno leader. Come dargli torto?
Renzi si sforza di rovesciare sulla minoranza la responsabilità di aver riportato in auge l’eterno rivale. Ma non è del tutto credibile quando nega il nodo di fondo: la possibilità che la deriva del «patto del Nazareno» finisca per creare una nuova realtà politica che si sovrappone a una maggioranza in crisi, dove il Pd è corroso dalle faide interne e l’alleato Alfano stringe alleanze per il Quirinale con Berlusconi. Per essere convincente, Renzi dovrebbe ricomporre in fretta tutte le ferite dentro il suo partito. Solo così, avendo ridotto e non amplificato l’area del dissenso o solo del malcontento, il premier-segretario potrebbe con ragione rivendicare la sopravvivenza della vecchia maggioranza, forte dei suoi numeri.
Al momento questo è uno scenario futuribile: non c’è ancora un’intesa nel Pd, sebbene Renzi rivendichi di voler avanzare una proposta per il post-Napolitano a nome — ovviamente — dell’intero Pd. Il che presuppone un dialogo con la minoranza e un nome scelto insieme ad essa. Questo è ciò che conta oggi, come peraltro Bersani fa capire in ogni dichiarazione pubblica. L’ex segretario ha giocato la partita elettorale con la stessa spregiudicatezza rimproverata al suo antagonista Renzi. Ed è vero che i dissidenti tendono a formare un partito nel partito, come dice il premier. D’altra parte gli accordi si stipulano fra avversari, non fra amici. A una settimana dal primo voto per il Quirinale, con la destra che ha già individuato il suo candidato «di bandiera», forse anche il Pd dovrebbe mettere da parte le beghe e provare a individuare una strategia comune. Chi, se non Renzi, deve prendere l’iniziativa in tal senso?
Per ora siamo fermi alle schede bianche nei primi tre turni: una scelta che lascia dubbiosi. Ma anche per scegliere una bandiera è necessario individuare un punto d’incontro con la minoranza. A meno che, s’intende, quest’ultima non intenda solo umiliare il segretario. Se così fosse, saremmo precipitati nel più assurdo psicodramma della sinistra. Il tempo stringe e forse è ora che Renzi dia prova di vera leadership, così come i suoi avversari interni dovrebbero a abbandonare le loro pregiudiziali.
I partiti a pezzi ma Forza Italia si sente quasi al governodi Massimo Franco Corriere 22.1.15
L’insistenza con la quale il Pd nega la nascita di una nuova maggioranza in Parlamento tradisce un filo di imbarazzo. Se la legge elettorale sarà approvata dal Senato, dipenderà dal voto decisivo che ieri FI ha offerto a Matteo Renzi; e senza il quale il governo non avrebbe avuto i numeri. La defezione di 27 senatori che fanno capo all’ex segretario Pier Luigi Bersani ha ufficializzato l’importanza del patto del Nazareno con Silvio Berlusconi. E il voto che ha eliminato gran parte delle decine di migliaia di emendamenti all’Italicum è stato percepito come una prova generale delle elezioni per il prossimo capo dello Stato.
La tenuta delle intese tra il segretario-premier, il leader di FI e quello di Ncd, Angelino Alfano, fa presumere che alla quarta votazione il loro asse potrebbe ottenere l’elezione del presidente della Repubblica:
da quel momento, infatti, basterebbe la maggioranza assoluta dei voti e non più quella qualificata di due terzi. Renzi sa di avere di fronte un Berlusconi pronto ad accettare le sue indicazioni; e proprio per questo accusato dagli avversari interni di essere schiacciato su Palazzo Chigi. Ma da ieri deve fare i conti anche con un Pd che contesta la sua linea apertamente; e vota contro le indicazioni renziane. Significa che il 29 gennaio, se non c’è una ricucitura, il maggior partito di governo si presenterà davanti alle Camere riunite diviso da una guerra interna; e incapace di offrire quell’immagine di compattezza che rafforzerebbe la leadership del presidente del Consiglio. Renzi ieri ha sottolineato che il «no» della minoranza è stato «ininfluente» sul risultato finale: difficile dargli torto. Ma dal punto di vista politico, la defezione dei bersaniani accentua il potere contrattuale di Berlusconi: al punto che Paolo Romani ritiene solo «prematuro» l’ingresso di FI al governo.
In più, si rafforza l’impressione del gioco di squadra tra Berlusconi, Alfano e l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Mentre la sinistra mostra crepe e tensioni, FI perde pezzi ma recupera il rapporto con altre componenti del centrodestra. E dopo avere scelto l’ex ministro Antonio Martino come candidato di «bandiera», si prepara a far pesare le sue intese, seppure tattiche. Berlusconi punta ad avere «un presidente non ostile».
E adesso rivendica la centralità di FI, perché il Pd «al Senato non ha più la maggioranza». Per questo arrivano inviti a Palazzo Chigi affinché ricomponga l’unità del partito. Ieri, alla riunione della minoranza che fa capo a Bersani c’erano 140 parlamentari: non abbastanza per impedire l’elezione di un capo dello Stato scelto sulla scia del patto del Nazareno; ma abbastanza per impensierire
il gruppo dirigente, qualora la situazione si complicasse. «Spetta a Renzi dire se si può partire dall’unità del Pd», fa sapere Bersani.
È una mano tesa, e insieme una sfida. 

Tiene il patto Renzi-BerlusconiVia libera alla legge elettorale, battuti i dissidenti Pd. Bersani: il segretario ci rispetti Maggioranza salva sull’Italicum grazie al soccorso di Forza Italia In Senato passa con 175 sì l’emendamento di Esposito. I dissidenti dem votano controdi Francesca Schianchi La Stampa 22.1.15
Il voto finale non arriverà prima della prossima settimana, ma di fatto la suspense sull’Italicum è finita alle 13,44 di ieri, quando è stato approvato, con 175 voti a favore, 110 contrari e due astenuti, con il determinante appoggio di Forza Italia, l’emendamento Esposito che riassume tutti gli aspetti salienti della legge elettorale e, come comunica il presidente di turno Roberto Calderoli, fa decadere «circa 35 mila dei 47 mila emendamenti presentati», molti da lui stesso.
Premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, soglie d’ingresso in Parlamento abbassate al 3%, capolista bloccati ed entrata in vigore della legge nel luglio 2016 sono le caratteristiche fondamentali ormai decise dal voto di ieri, a cui si sono ribellati quasi tutti i 29 senatori della minoranza Pd (22 no, 6 non partecipano al voto). Ai loro voti mancanti, però (su 108 senatori dem sono arrivati solo 74 sì), si sono sostituiti quelli dei berlusconiani, 46 ok che permettono alla nuova versione dell’Italicum di viaggiare spedito verso l’approvazione. E alle opposizioni in Aula di gridare al cambio di maggioranza.
Gotor respinto
«L’Italia va avanti, chi prova a interrompere tutte le volte il percorso delle riforme possiamo dire che, per il momento, non ce la fa», esulta da Davos il premier Renzi, «ora la legge elettorale è molto più vicina», si gode la sua vittoria al Senato. Falliti i tentativi della minoranza dem di mettersi di traverso: non passa nessuno dei due emendamenti del bersaniano Miguel Gotor per eliminare i capilista bloccati. Mentre l’emendamento Esposito arriva tranquillamente in porto, nonostante le richieste di accantonamento (respinta) e di voto per parti separate (respinta pure lei), anche se restano agli atti i tanti dissensi: da Carlo Giovanardi di Ncd a un’area di Forza Italia per la quale parla la senatrice Cinzia Bonfrisco in un accorato intervento («non tutta Forza Italia è votata a questo suicidio collettivo e pilotato», a questa sorta di «eutanasia politica»).
Tensioni nella minoranza
Oltre che, appunto, la minoranza Pd che, a differenza di quello che pensavano alla vigilia i renziani, resta compatta nella sua opposizione all’Italicum. E pure alla Camera lancia un segnale di sofferenza, quando una cinquantina di deputati lascia l’Aula al momento del voto di un emendamento del Pd Rosato alla riforma costituzionale per ripristinare i senatori a vita. Nel pomeriggio si riunisce a Montecitorio: fanno filtrare il numero di 140 parlamentari presenti, qualcun altro dice non oltre una novantina, comunque ci sono tutti i leader, da Bersani a Civati a Cuperlo alla Bindi (si guarda intorno e sospira «ci sono anche i traditori», scherza su qualche senatore che ha votato il cosiddetto «Espositum»).
In un clima pesante: «Renzi lo sa benissimo, c’era una possibile mediazione sull’Italicum e loro non hanno voluto mediare», commenta Bersani, «ora spetta a lui dire se si può partire dall’unità del Pd». Ammesso che ci sia rispetto: «Dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti è pericoloso», dice facendo riferimento a una dichiarazione infelice rilasciata a Repubblica ieri da Esposito, per il quale si è poi scusato, «se viene meno il rispetto è finita».
Le votazioni delle riforme proseguono. Chi prova a interromperle non ce la fa, garantisce Renzi. Ma ora l’attenzione della minoranza è tutta rivolta all’appuntamento capitale della settimana prossima: l’elezione del presidente della Repubblica. Un nome condiviso è il solo antidoto a brutte sorprese.

Tra le cravatte rosse e azzurre nasce il Partito della NazioneCalderoli: “Approvato per legge l’accordo del Nazareno”di Mattia Feltri La Stampa 22.1.15
Leggete questa frase, poi chiudete gli occhi e immaginate la scena: Denis Verdini e Nicola Latorre nell’aula del Senato, uno di fronte all’altro conversano e sorridono, Verdini allunga la mano e sfiora la cravatta rossa di Latorre, Latorre aspetta un momento e poi allunga la mano e sfiora la cravatta azzurra di Verdini. Latorre si chiama Nicola ma un tempo lo chiamavamo Dalemiano, era Dalemiano Latorre, dove Dalemiano stava per nome e per qualifica. Un uomo di dialogo evoluto a uomo di carezza, ma non è travolto soltanto lui da irresistibili amorosi sensi, c’è il ministro Angelino Alfano che marcia in trionfo sulla porpora senatoriale, esibisce il godimento e la dentatura, indugia davanti ai banchi del governo mentre un fiume di senatori scende goccia a goccia per cingergli i fianchi in rinnovata armonia. Non c’era odio non c’è rancore. La cosiddetta badante Maria Rosaria Rossi accosta la cosiddetta favorita Maria Elena Boschi in un tripudio di sguardi maliziosi, implosione di gloria silenziosa perché riservata. Il palafreniere del premier, Luca Lotti, porge la spalla alla centesima pacca, dopodiché il ricciolo biondo rimbalza di gioventù. E se fosse un film in bianco e nero, l’escamotage sarebbe di colorare di rosso la sagoma lenta di Ugo Sposetti, l’uomo dei soldi piddini cresciuto nel partito comunista: lo si vedrebbe scendere dalla postazione vinto dallo scempio, i barbari hanno vilipeso i confini e ballano in casa; risale le scale verso i deviazionisti delle Grandi autonomie, ex forzisti battaglieri e ostili al superinciucio, gli gira attorno, deposita uno sguardo crepuscolare sui leghisti, infine siede fra i cinque stelle, poggia una mano sul polso del grillino Vincenzo Santangelo, sospira, se ne va.
Si rimane imprigionati fra dramma e commedia, non si capisce che cosa prevalga, non si sa sotto che genere catalogare l’incontro di primissima mattina fra il berlusconiano critico Augusto Minzolini e il prefetto del Pd, Luigi Zanda, «finalmente siamo nello stesso partito», dice Minzolini con sarcasmo da schiaffi, e a Zanda si rizzano le sopracciglia e poi si inarcano a formare un punto di domanda, «siamo nello stesso partito, nel partito della nazione», dice Minzolini e ride, e Zanda no, «ma io naturalmente sono in minoranza», dice Minzolini lasciando Zanda nella medesima corrente maggioritaria di Silvio Berlusconi. Ecco, il partito della nazione è nato e ha vinto la sua prima battaglia parlamentare, la riforma delle legge elettorale passa (passerà) coi voti di Forza Italia a rimpiazzare quelli mancanti del Pd fra assenti e dissenzienti, dopo si faranno il presidente della Repubblica e la riforma costituzionale. L’atto fondante è stata l’approvazione dell’emendamento del senatore Stefano Esposito, ha votato sì il partito della nazione: i renziani, i berlusconiani, gli alfaniani, quel che resta di Scelta civica, e ha votato no il resto del mondo, e Roberto Calderoli - strepitoso nell’annunciare all’aula con tono notarile che l’effetto era la scomparsa di 35 mila emendamenti (i suoi) - ha trovato la sintesi prodigiosa: «Approvato per legge il patto del Nazareno».
È successo tutto in un momento, né tensione né emozione, troppo previsto e troppo annunciato, «il Senato approva», ha detto il vicepresidente Calderoli e via, lo struscio lì sotto era da un po’ quello descritto all’inizio, così si è andati oltre: i grillini, i leghisti, i fittiani, la minoranza piddina, gli oppositori sparsi sotto nomi e sigle spuntate nottetempo - Movimento X, Italia Lavori in Corso, Liguria Civica - si sono spenti nell’irrimediabilità della loro debolezza e nella sorpresa di essere tutti assieme, da destra a sinistra, esattamente come erano assieme da destra a sinistra i nuovi ed euforici vincenti. «Si vedrà che cosa accade ora», aveva detto poco prima Massimo Mucchetti, un tempo commentatore economico del Corriere della Sera, ora un puntino di quel folle groviglio che è la recente geografia parlamentare; si vedrà «quali scambi avverranno fra quattro mura», quali sono i prezzi del meretricio all’origine «della nuova maggioranza plasticamente emersa oggi». Tutto ciò che è stato loro concesso è l’atto di disprezzo. Miguel Gotor - lo storico portato in Parlamento da Pierluigi Bersani, e che aveva inutilmente proposto due emendamenti salvifici - lo ha offerto in forma di diagnosi: «Il partito della nazione nasce nella palude, nel consociativismo, nel trasformismo, tre mali storici riproposti sotto nuove spoglie». E fra le tante citazioni di giornata, la degna di nota è ancora di Mucchetti, da Winston Churchill, e se è un epitaffio o un’epifania vedete voi: «Non è la fine. Non è neanche il principio della fine. Ma è, forse, la fine del principio».
La vittoria rischiosa di Matteodi Federico Geremicca La Stampa 22.1.15 qui

Il Patto regge in vista del Quirinaledi Marcello Sorgi La Stampa 22.1.15
Alla prima prova del voto in Senato, il patto Renzi - Berlusconi ha retto: gli emendamenti della minoranza Pd illustrati da Gotor sono stati respinti, ed è passato l’emendamento Esposito, che ha ricomposto il testo della legge elettorale, cancellando decine di migliaia di votazioni su cui Lega e M5s avevano costruito il loro ostruzionismo. I voti del centrodestra, una cinquantina a secondo degli scrutini, si sono rivelati indispensabili per coprire quelli mancanti del centrosinistra e arrivare a 175 voti, maggioranza larga. l premier, da Davos, dove si tiene il forum mondiale sull’Economia, e l’ex Cavaliere, in Senato, dove è riapparso trionfante, hanno festeggiato. Resta da vedere se le percentuali che ieri hanno consentito al governo di fissare per martedì l’approvazione finale dell’Italicum in Senato reggeranno anche nelle successive votazioni a Camere riunite per il Quirinale, che cominceranno giovedì, o se, approfittando del voto segreto, ci saranno libere uscite. Se lo chiedevano tutti nella lunga giornata parlamentare in cui, malgrado i risultati, il clima è rimasto pesante.
Alle dichiarazioni dei vincitori infatti si contrapponevano quelle delle minoranze, battute ma niente affatto decise ad arrendersi. Fitto ha attaccato frontalmente Berlusconi e Bersani ha riunito in assemblea tutte le componenti della minoranza interna Pd, chiedendo formalmente a Renzi se intenda fare qualcosa per ricomporre la frattura, o se invece l’incontro di martedì con Berlusconi configuri una svolta strategica e un cambio di maggioranza anche per il governo.
Al Senato s’è svolto anche il secondo incontro tra l’ex Cavaliere e Alfano, in cui il leader di Forza Italia ha proposto di convergere almeno per le prime tre votazioni sull’ex ministro della Difesa Antonio Martino, come candidato di bandiera. Un modo di presentarsi più forte all’appuntamento di martedì con Renzi, in cui si dovrebbe cercare di trovare un nome che vada bene per tutti. A chi glielo ha chiesto, Berlusconi ha giurato che il premier con lui è stato molto abbottonato, come se non avesse ancora deciso. Con chi è stato più pressante, però, il leader di Forza Italia s’è lasciato sfuggire la sensazione che Renzi, nelle sue preferenze, oscilli tra Delrio e la Finocchiaro.

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