giovedì 22 gennaio 2015

Beduini e comunisti, le nostre donne le violentiamo da soli! Il sereno dibattito sul Clash of Civilizations

I giovani musulmani rigettano la società che li ospita, in cui l'uomo imita la donna. Quindi si organizzano in bande che sono il surrogato della loro famiglia ancestrale
Éric Zemmour - il Giornale Gio, 22/01/2015
 
Non basta solo l’intelligence. Serve la politicadi Giovanna Zincone La Stampa 22.1.15
«Dovremmo chiedere a Dio di liberarci di Dio»: così ha iniziato la sua omelia domenica scorsa un sacerdote sano di mente. Si riferiva al fatto che gli umani hanno sempre utilizzato motivazioni religiose per compiere nefandezze, in nome di Dio.
A chi imputa all’Islam la esclusiva responsabilità di generare violenza sono stati già ricordati i massacri compiuti da induisti non solo contro musulmani, ma anche contro Sikh, ad esempio, dopo l’assassinio di Indira Gandhi, e la stessa uccisione del Mahatma per mano di un correligionario. Persino i seguaci del Buddismo, religione pacifica per eccellenza, hanno formato gruppi violenti, compiuto atti di terrorismo contro cristiani e musulmani in vari Paesi dell’Asia. Il leader di una loro fazione, Ashin Wiratu si è meritato la copertina di Time proclamandosi il “Bin Laden dell’Asia”. La mitezza che permea il messaggio evangelico non ha impedito devastanti conflitti non solo contro pagani e infedeli, ma anche - come è noto - tra gli stessi cristiani, dalle origini fino a tempi recenti, vedi Irlanda del Nord. Atti di terrorismo da parte di musulmani sono molto spesso rivolti contro altre comunità dello stesso universo religioso. Proprio questo duro scontro interno all’Islam potrebbe orientare la strategia antiterroristica europea verso più ampie alleanze, anche solo tattiche, sulla base del solito principio: il nemico del mio peggior nemico è un possibile amico. Ma un allargamento della rete di azioni militari e di intelligence di questo tipo incontra resistenze, che si spiegano anche rispolverando il concetto di «atavismo» elaborato da Schumpeter a proposito dell’imperialismo fin de siècle, sfociato nella Prima guerra mondiale: pulsioni primarie mai sopite, ostilità storicamente radicate che oscurano la ragionevolezza politica ed economica. Fattori di questo tipo non agiscono solo sulla scala internazionale, plasmando negativamente le agende strategiche di molti paesi, anche nelle motivazioni dei terroristi europei possiamo ipotizzare la presenza di una sorta di atavismo. Infatti, la spiegazione classica individuata a suo tempo dai sociologi è utile ma insufficiente. La responsabilità delle rivolte secondo quella tesi classica andrebbe ricercata nella sovrapposizione tra fratture culturali e fratture economiche: le periferie degradate ospitano ragazzi di origine immigrata che sono insieme economicamente svantaggiati e, almeno per tradizione familiare, musulmani. In Francia, in coerenza con il principio di laicità, i censimenti non rilevano appartenenze religiose, questo non impedisce di fare credibili valutazioni, secondo le quali le comunità musulmane sono molto più giovani, più presenti tra i disoccupati e nei lavori mal pagati.
Quindi la tesi classica avrebbe qualche base empirica, ma per capire perché giovani si re-islamizzano o si convertono credo sia utile rispolverare ancora il richiamo dell’ atavismo. Quell’ atavismo di marca musulmana, rinforzato e diffuso anche in Europa da un robusto sistema di indottrinamento foraggiato dagli Stati del Golfo. È un kit ideologico che offre l’opportunità di riabilitare modi di credere che non ammettono dubbi, di ristabilire gerarchie e rapporti turbati da una modernizzazione di marca occidentale, in primis quello tra uomini e donne, di poter così contare su un’idea forte di ordine esterno e interiore. Sarebbe interessante capire quanto l’atavismo del maschio dominante conti pure nel reclutamento femminile. La spiegazione del disagio economico come motore unico del terrorismo non basta, anche perché non spiega altri terrorismi a noi noti. Brigatisti rossi e bombaroli neri non venivano solo da famiglie povere o da quartieri sgangherati: li accomunava invece la ricerca di una «nobile causa» sulla quale riversare la loro voglia di vivere pericolosamente, di fare del male in nome del Bene. Tuttavia, forzare troppo la tesi dell’atavismo è politicamente rischioso, un po’ come lo è la nuova dottrina oncologica che attribuisce l’origine dei tumori soprattutto a cause genetiche. Nei corpi umani come in quelli sociali, la prevenzione è utile, l’ambiente conta e, soprattutto, è solo lì che possiamo intervenire. Occorre quindi contrastare sia l’esclusione di un gruppo dal benessere, sia - come suggeriscono da tempo filosofi comunitari come Taylor - l’esclusione di quel gruppo dal riconoscimento e dal rispetto collettivo. Godono di questo riconoscimento le comunità musulmane? In Europa ampie percentuali di autoctoni rifiutano l’idea che i musulmani siano parte della loro stessa comunità, continuano a percepirli come un corpo estraneo, e il terrorismo di matrice musulmana non ha giovato a migliorare questa percezione.
Secondo una recente indagine della Fondazione Bertelsmann, in Germania, il 61% degli autoctoni giudica impossibile un adattamento dell’Islam all’Occidente e il 40% accusa gli immigrati musulmani di non farli più sentire «padroni a casa loro». Per contro, la stessa ricerca ha rivelato che il 90 per cento dei musulmani praticanti giudica la democrazia un ottimo sistema di governo e condivide i valori del pluralismo. Gli intervistati, però, si dicono spaventati dalle ostilità crescenti di cui sono oggetto. C’è il rischio che quella paura agisca da detonatore di una reazione a catena. Se gli atti di terrorismo riusciranno ad ampliare la frattura tra autoctoni e immigrati, tra musulmani e non, se incrineranno amicizie e relazioni, se mineranno i ponti del dialogo culturale e religioso, allora i terroristi avranno raggiunto il loro scopo: uno scontro a tutto campo. Per combattere il terrorismo l’intelligence è necessaria, ma non basta, serve anche una certa dose di intelligenza politica. Chi oggi presidia posizioni caute, come ha fatto il Papa con l’esempio del pugno come reazione spontanea a chi offende valori profondi, richiama quello che è dovrebbe essere il carattere principe dell’agire politico: preoccuparsi delle conseguenze delle proprie affermazioni e delle proprie azioni. Il Papa con i suoi richiami ad abbassare i toni, a mostrare rispetto verso altre religioni, vuole evitare che un’escalation negli scontri verbali generi un’escalation delle tragedie fisiche, altri massacri di innocenti. Almeno lui non pare affetto da atavismo. Grazie a Dio.

Islam Un nuovo spettro si aggira per l’EuropaCome il comunismo anche l’Islam è totalizzante, nel senso che non è solo religione e ciò che questa porta con sé Ma è anche politicadi Vito Mancuso Repubblica 22.1.15
“UNO spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo”. Così inizia il Manifesto del Partito Comunista che Marx ed Engels pubblicarono a Londra nel 1848 e da allora dovettero passare quasi 150 anni perché quello spettro si placasse trovando pace. Quanto tempo dovrà passare perché avvenga lo stesso per lo spettro che nel frattempo ne ha preso il posto? Anche oggi infatti uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro dell’Islam.
Il parallelo con il comunismo non è casuale. Ben prima di diventare totalitario infatti il comunismo fu già da subito totalizzante. Non era cioè solo prassi politica, ma riguardava anche la dimensione interiore della persona alla quale si proponeva come cultura, etica, estetica, visione complessiva del mondo, non senza un’accentuazione religiosa per la fede e l’obbedienza richieste.
Allo stesso modo anche l’Islam è totalizzante, nel senso che non è solo religione e ciò che la religione porta con sé (etica, estetica, Weltanschauung); è anche politica, e nel suo essere tale anch’esso, da totalizzante, diviene spesso totalitario.
È possibile che una religione o un’ideologia totalizzante non diventi totalitaria? È possibile che le religioni (le quali sono tutte totalizzanti, perché per meno non sarebbero religio) non producano totalitarismi? Oppure, perché si possa dare libertà e quindi democrazia, occorre necessariamente la destituzione del pensiero totalizzante a favore del relativismo?
Per rispondere consideriamo il cristianesimo: come mai questa religione, che è stata totalizzante e totalitaria almeno quanto l’Islam, oggi non lo è più? La risposta consiste nel pronome personale “io”: il cristianesimo ha permesso alla coscienza di dire “io” e con ciò di distaccarsi dalla dimensione totalizzante di religione + politica. Lo strappo decisivo avvenne il 18 aprile 1521 a opera del frate agostiniano Martin Lutero che, a cospetto dell’imperatore Carlo V durante la Dieta di Worms, dopo che per l’ennesima volta gli era stato intimato di ritrattare, disse: «Non posso e non voglio revocare nulla, perché è pericoloso e ingiusto agire contro la propria coscienza. Non posso diversamente. Io sto qui. Che Dio mi aiuti. Amen».
Venne poi Cartesio che nel 1637 segnò la svolta del pensiero filosofico europeo dicendo «io penso, quindi sono» ( cogito ergo sum ), ovvero la più grande consapevolezza di me stesso in quanto uomo mi è data dal mio essere pensante. Da qui si aprì la strada all’Illuminismo e al cammino faticoso (e sanguinoso) verso la democrazia, dove l’io penso filosofico divenne un io penso politico e sociale.
La Chiesa cattolica si oppose sistematicamente a questo cammino: scomunicò Lutero, mise all’Indice Cartesio e gli illuministi, avversò ogni rivendicazione in tema di diritti umani, soprattutto la libertà di coscienza. Alla fine però dovette cedere e finì per rivedere la sua stessa dottrina: la libertà di coscienza, che Gregorio XVI in linea con molti altri pontefici aveva definito un “delirio” ( deliramentum), un secolo dopo, il 7 dicembre 1965, divenne parte della dottrina cattolica con il documento Dignitatis humanae del Vaticano II e oggi è parte integrante della predicazione dei Pontefici.
La Chiesa si è convertita? È stata costretta a convertirsi, avendo perso lo scontro con la modernità. La quale però, non lo si dimentichi, venne suscitata da credenti quali Lutero e Cartesio, e nutrita anche da altri credenti tra cui gli illuministi tedeschi Lessing e Kant, e se lo sottolineo è per evitare banali conclusioni laiciste e far comprendere quanto il discorso sia dialetticamente molto complesso. In ogni caso l’esito del processo di modernizzazione ci consegna oggi una religione quale quella cristiana che, mantenendo la sua carica totalizzante per la vita individuale, non cade per questo nel totalitarismo sociopolitico.
Potrà avvenire lo stesso per l’Islam? Potrà giungere esso ad accettare lo spirito della democrazia, della diversità, della dimensione plurale dell’esistenza che il mondo oggi impone? Nessuno lo sa e certamente sarà un processo molto duro che condizionerà la vita dell’Europa per tanti anni a venire.
Che fare per favorire questo processo? Vi sono misure a breve, a medio e a lungo termine. A breve termine si tratta di combattere il terrorismo con tutta la durezza necessaria, monitorando anche la predicazione dei vari imam e impedendo quella che si rivela fomentatrice di odio, ma senza mai associare al terrorismo l’Islam in quanto tale: la distinzione tra terroristi e musulmani è assolutamente decisiva se non si vuole avere un miliardo e mezzo di nemici e ostacolare l’evoluzione positiva dell’Islam.
A medio termine si tratta di giungere finalmente al riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese da parte della comunità mondiale e mettere fine per sempre alla progressiva espansione dei coloni ebrei, facendo anzi tornare costoro nei territori di provenienza.
Oggi in Europa occorre sorvegliare con le armi le sinagoghe, ma l’Islam non è mai stato antisemita, gli ebrei hanno vissuto per secoli nei territori islamici, e quando il grande filosofo Mosè Maimonide fu costretto a lasciare Cordova sua città natale perché era giunta al potere una dinastia islamica oltranzista, non pensò minimamente di rifugiarsi nella Francia cristiana ma rimase ancora in terra musulmana, prima in Marocco poi in Egitto.
Se oggi molti musulmani stanno diventando nemici degli ebrei è solo per l’umiliazione sistematica cui è sottoposto da anni il popolo palestinese, con la compiacenza degli Usa. L’Europa non può e quindi non deve permettere più il protrarsi di questa ingiustizia.
Per quanto concerne le misure a lungo termine entra in gioco il discorso economico ed educativo, ovvero la possibilità di avere un lavoro e la scuola. Mi soffermo su quest’ultima. Il compito della scuola è offrire strumenti per la comprensione del mondo. Ora è evidente che senza mettere in gioco la religione il mondo oggi non lo si capisce.
In questa prospettiva l’Italia non può più permettersi di sprecare un’occasione così importante come l’ora di religione, di grande rilievo per la potenzialità geopolitica e al momento ben lungi dall’essere all’altezza della situazione.
Occorre trasformare l’ora attuale da insegnamento della religione cattolica in un’ora in cui siano presentate “tutte” le religioni, ovviamente in proporzione all’importanza di esse per l’Italia, e quindi con particolare attenzione ai monoteismi, ma senza trascurare le religioni orientali. Quest’ora di “religioni”, in cui non si tratta di credere ma di conoscere, deve essere obbligatoria e avere la medesima dignità curricolare delle altre. La condizione è ovviamente togliere alla Chiesa cattolica ogni potere in merito a programmi e scelta degli insegnanti, costruendo un’ora del tutto laica, rispettosa in egual modo delle diverse religioni e super partes , dalla quale nessun cittadino deve temere condizionamenti a priori alla coscienza, per lo meno non diversamente da quanto li si tema nell’ora di letteratura o di filosofia.
Anche così i nostri ragazzi impareranno fin da piccoli a conoscere i lati positivi delle religioni altrui e a non averne paura, quella paura che genera l’odio di cui si nutre lo spettro che si aggira attualmente nelle nostre menti, ma senza la quale esso potrà placarsi e trovare finalmente accoglienza e pace.


No, l'Europa non è morta (se fa il segno della Croce)Per superare la crisi della nostra civiltà dobbiamo recuperarne il Dna culturale Altrimenti non sarà l'islam del terrore a distruggerci: saremo noi a suicidarciAurelio Picca - il Giornale Ven, 23/01/2015

Nessun commento: