sabato 24 gennaio 2015

Un noir storico dalla fine della Seconda guerra mondiale

Simon Pasternak: Le zone morte, Longanesi

Risvolto

Estate 1943. Mentre nelle desolate pianure della Bielorussia l’esercito tedesco cerca invano la rivincita dopo la sconfitta di Stalingrado, dando la caccia agli ebrei e accanendosi sulla popolazione civile nel tentativo di scovare i partigiani rintanati nelle foreste, un gerarca nazista viene trovato orrendamente seviziato e ucciso in una fattoria, a poche decine di metri dalla sua auto e dall’amante, ancora avvolta in un boa di piume.
Le indagini sono affidate a Heinrich Hoffmann, un agente della polizia tedesca disperatamente impegnato nello sforzo di sopravvivere all’orrore che lo circonda svolgendo con onestà il proprio incarico. Ad affiancarlo nella ricerca del colpevole c’è l’ufficiale delle SS Manfred Schlosser, suo amico d’infanzia nonché fratello della donna a cui Heinrich invia dal fronte struggenti lettere d’amore ricche di citazioni poetiche. Manfred, che nella guerra ha trovato l’occasione ideale per dare sfogo alla propria innata sete di violenza, indirizza la ricerca verso un capo partigiano di origini ebraiche, il bersaglio ideale per trasformare l’inchiesta nell’ennesima rappresaglia, per dare forme sempre più elaborate e perverse alla propria crudeltà.
Heinrich scoprirà presto che una bambina di sei anni ha assistito all’esecuzione. Ha inizio così per lui un viaggio alla ricerca della verità in un impervio deserto morale fatto di paludi, villaggi rasi al suolo, campi di prigionia e ribellioni interiori... 



I complici all’ombra della svastica 
Memoria. Un’intervista con Simon Pasternak, autore de «Le zone morte», un noir usato per scandagliare l’indifferenza e la collaborazione di una parte della popolazione danese alla politica nazista di deportazione e sterminio degli ebrei

Guido Caldiron, il Manifesto 24.1.2015 

Un gene­rale delle SS tor­tu­rato a morte nelle retro­vie di quella mute­vole linea del fronte che divide ormai solo per pochi chi­lo­me­tri la riti­rata dell’esercito del Terzo Reich dall’avanzata dell’Armata Rossa. Estate del 1943, nella Bie­lo­rus­sia occu­pata dai nazi­sti che comin­ciano a temere che la scon­fitta appena patita a Sta­lin­grado possa deci­dere dell’esito dell’intero con­flitto, è la bar­ba­rie a scan­dire le gior­nate. Le stragi di ebrei e le ese­cu­zioni som­ma­rie di par­ti­giani com­piute dalle SS e dai col­la­bo­ra­zio­ni­sti locali, sono tal­mente fre­quenti da essere ormai entrate a far parte del pae­sag­gio: imma­gini di morte che si ripe­tono senza sosta, affian­cando i pal­lidi colori della deso­lata pia­nura cir­co­stante e lo scuro delle fore­ste fitte di peri­coli. Per Hein­rich Hof­f­man, un ispet­tore di poli­zia che dovrebbe sovrain­ten­dere al rispetto della legge in que­sto regno dell’orrore gover­nato dalle SS, non sarà facile inda­gare su quanto è real­mente acca­duto a quello che per la sua fero­cia era noto come «il mostro di Minsk» e al carico d’oro, frutto delle raz­zie com­piute con­tro gli ebrei della regione, che por­tava con sé quando è stato ucciso. Non sarà facile anche per­ché Hof­f­man, pur pro­van­done inti­ma­mente orrore, non ha mai messo in discus­sione il sistema omi­cida in cui è immerso, l’ordine della morte che regna nell’intera Ger­ma­nia nazio­nal­so­cia­li­sta e che nella guerra trova la sua espres­sione più atroce. Ciò che sco­prirà, cam­bierà per sem­pre la sua vita e le sue convinzioni. 

Con Le zone morte (Lon­ga­nesi, pp. 362, euro 16,40), Simon Paster­nak ha costruito qual­cosa di più di un noir ano­malo, immerso nel clima ter­ri­bile della guerra di ster­mi­nio attuata dai nazi­sti e in cui si muo­vono anche figure real­mente esi­stite, come quelle di cri­mi­nali delle SS del cali­bro di Oskar Dir­lewan­ger e Curt von Gott­berg: in gioco, in que­sta vicenda, ci sono le scelte e le respon­sa­bi­lità indi­vi­duali di allora, quelle ombre sulla coscienza di molti che ancora pesano sull’identità e la memo­ria d’Europa. 

Un tema che attra­versa gran parte dei lavori di Paster­nak, danese, classe 1971 che, in cop­pia con Chri­stian Dorph, ha fir­mato nell’ultimo decen­nio una mezza doz­zina di romanzi di ispi­ra­zione poli­zie­sca che si misu­rano con le pagine più dram­ma­ti­che e con­tro­verse della sto­ria del Nove­cento; nel nostro paese era già uscito nel 2011 per Dalai L’orlo dell’abisso, un noir ambien­tato nella Cope­na­ghen di fine anni Set­tanta, scossa dalle lotte sociali e dagli scan­dali poli­tici, ma che riman­dava al pas­sato col­la­bo­ra­zio­ni­sta della Dani­marca. Con l’ispettore Hof­f­mann, Paster­nak ha inol­tre creato un per­so­nag­gio a metà strada tra sto­ria e crime novel che ricorda altri cele­bri inve­sti­ga­tori che ope­rano negli anni del potere hitle­riano, come Mar­tin von Bora della scrit­trice ame­ri­cana Ben Pastor, Ebe­rhard Mock, che si deve al polacco Marek Kra­jew­ski e Ber­nie Gun­ther ideato dallo scoz­zese Phi­lip Kerr. Fina­li­sta al Glass Key, il pre­mio scan­di­navo per il miglior thril­ler, vinto in pas­sato da Hen­ning Man­kell, Jo Nesbø e Stieg Lars­son, lo scrit­tore e sce­neg­gia­tore danese è stato ospite della recente edi­zione del festi­val Pordenonelegge. 

La sto­ria del Nove­cento la inte­ressa da tempo, ma come ha preso la deci­sione di scri­vere un noir che vede i nazi­sti come protagonisti? 

C’è stata una forte moti­va­zione per­so­nale che mi ha spinto a scri­vere que­sto libro, qual­cosa che ha a che fare con la sto­ria della mia fami­glia. Nella can­tina della casa dei miei geni­tori c’era una cassa che mi incu­rio­siva molto fin da quando ero pic­colo: era piena degli effetti per­so­nali di un fra­tello della mia nonna materna che era nazi­sta, si era arruo­lato nelle SS ed era morto sul fronte orien­tale. D’altra parte, però, pro­prio mia nonna materna si era spo­sata con un ebreo russo che conobbe le per­se­cu­zioni durante la guerra. Sen­tivo per­ciò una spinta ad inda­gare in modo più appro­fon­dito quel periodo e in par­ti­co­lare l’ambiente dei nazi­sti che ave­vano com­bat­tuto all’est. 

I romanzi poli­zie­schi in genere met­tono in scena la lotta tra il bene e il male. In que­sto caso, tra i nazi­sti, il male è ovun­que, no? 

In effetti, secondo una defi­ni­zione clas­sica, il genere con cui mi cimento dovrebbe con­si­stere nella cac­cia che un detec­tive dà al male e a chi lo incarna. Invece, in que­sto caso, l’indagine che fa da sfondo al romanzo si svolge com­ple­ta­mente immersa nel male stesso. Il pro­ta­go­ni­sta, man mano che pro­cede nell’indagine, tro­van­dosi sem­pre più all’interno di que­sto sistema immo­rale che è stato il nazi­smo, fini­sce quasi per per­dersi. Invece che essere bat­tuto, il male diventa per certi versi parte anche di chi si pro­pone di scon­fig­gerlo. In que­sto modo, alla fine, «i buoni» non vin­cono, ma forse almeno si inter­ro­gano su cosa resti ancora della loro umanità. 

Hof­f­mann non è un SS ma è pur sem­pre un ingra­nag­gio del sistema di potere nazi­sta. Cosa potrà mai sco­prire di sé nel corso dell’indagine?
Ho cer­cato di descri­vere la realtà di quell’epoca attra­verso un per­so­nag­gio che non fosse né una vit­tima né un car­ne­fice, quanto piut­to­sto uno spet­ta­tore per certi versi nor­male, se di nor­ma­lità si può par­lare in una simile situa­zione. Vale a dire qual­cuno che si tro­vava ad essere suo mal­grado testi­mone di tutto ciò che avve­niva, una per­sona comune, senza sto­ria. Quello che ho cer­cato di fare è non limi­tarmi a descri­vere solo la mal­va­gità delle per­sone, anche per­ché non sem­pre le per­sone che repu­tiamo tali lo sono al 100%, non hanno nient’altro den­tro di sé. Il pro­ta­go­ni­sta di Le zone morte cerca di fare qual­cosa di buono, magari in un modo para­dos­sale, ma ci prova. Ed è per que­sta via che sco­pre che può anche dire «no», rifiu­tan­dosi di agire per iner­zia senza doman­darsi cosa stia acca­dendo intorno a lui, come aveva fatto fino a quel momento. All’epoca ci sono state per­sone che si sono rifiu­tate di essere com­plici della vio­lenza, che hanno detto «no» mal­grado la grande pres­sione che pesava su di loro, mal­grado tutti i con­di­zio­na­menti che si pos­sono immaginare. 

A que­sto pro­po­sito, nel romanzo lei sem­bra soste­nere una tesi forte, vale a dire che i tede­schi erano al cor­rente dell’Olocausto. È così? 

Secondo me lo sape­vano, come sape­vano di tutti i mas­sa­cri per­pe­trati nelle zone di occu­pa­zione nazi­sta sul fronte orien­tale, cui par­te­ci­pa­vano spesso anche sem­plici unità dell’esercito, non solo le SS. In ogni caso, anche coloro che forse non sape­vano pre­ci­sa­mente cosa stesse acca­dendo, si può dire che fos­sero per­lo­meno indif­fe­renti rispetto alla sorte che sarebbe toc­cata in primo luogo agli ebrei. Sarebbe bastato un pic­colo sforzo per infor­marsi e l’avrebbero saputo. Non c’era nulla di così segreto in quanto si stava pre­pa­rando già prima che si apris­sero le camere a gas. 

All’inizio del libro, un comu­ni­cato delle SS annun­cia che nelle «zone morte» della Bie­lo­rus­sia si è aperta «la cac­cia all’uomo». Ha scelto di evo­care quell’orrore per­ché non le sem­bra poi così lontano? 

Qual­cosa del genere. Mi sono sem­pre inte­res­sato alla Seconda guerra mon­diale per­ché la con­si­dero come uno dei capi­toli fon­da­men­tali del Nove­cento, sia per quanto riguarda gli orrori che furono com­piuti allora che per le scelte morali che di fronte a tali orrori si ebbe il corag­gio o meno di assu­mere. Que­sta «que­stione morale» e la tra­ge­dia dell’Olocausto rap­pre­sen­tano temi deci­sivi del nostro tempo, la cui eco arriva fino ad oggi. Al punto che credo si debba con­ti­nuare ad affron­tare quanto accadde allora, per­ché non mi sem­bra che pos­siamo dirci ancora vac­ci­nati rispetto ad un tale pas­sato da poter affer­mare che non potrebbe tor­nare ad accadere. 

Scri­vendo que­sto romanzo ha cer­cato di ricon­ci­liarsi con la memo­ria di quel suo parente che ha com­bat­tuto nelle SS? 

Credo sia impos­si­bile. Non si può e non si deve nep­pure cer­care di farlo. Però si può ten­tare di capire. Io ho scelto di scri­vere que­sto romanzo pro­prio per­ché mi sono sem­pre inter­ro­gato su come gli indi­vi­dui aves­sero preso allora le loro deci­sioni di fronte all’orrore che mon­tava. L’Olocausto è parte della nostra cul­tura, è un’ombra sem­pre pre­sente in Europa. Per que­sto ritengo che sia impor­tan­tis­simo fare i conti con le nostre sto­rie fami­liari, per­ché molti di noi hanno qual­cuno che ha vis­suto, in un modo o nell’altro, tutto ciò dalla parte dei car­ne­fici. Ripeto, non si tratta di cer­care di ricon­ci­liarsi con tutto ciò, ma di non smet­tere mai di porsi domande.

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