Risvolto
Una vita straordinaria, quella di Franco Venturi (1914-1994), fra i più prestigiosi intellettuali dell’Italia del Novecento, lo storico italiano per decenni più noto nel mondo. Ed è il mondo lo scenario entro il quale si mosse: dalla famiglia di famosi storici dell’arte, alle prigioni fasciste e franchiste; dalla Parigi degli esuli antifascisti, alla lotta di Liberazione in Piemonte; dall'Unione Sovietica degli ultimi anni di Stalin, agli Stati Uniti della contestazione, all'università italiana in perenne crisi. Una avventurosa vita di passione politica alla ricerca di giustizia e libertà nell'Europa della spietata lotta tra democrazie e totalitarismi e poi della Guerra fredda. Una lunga esistenza che è anche quella operosa di un grande storico: il nostro maggior studioso del Settecento e dei movimenti rivoluzionari nella Russia ottocentesca, in costante dialogo con le più nobili anime della politica italiana e con le maggiori figure della storiografia mondiale.
Franco Venturi (1914-1994) Nel nome della democrazia
di Massimo Firpo il Sole Domenica 1.2.15
Militante
antifascista e studioso del Settecento e del socialismo premarxista
russo: la parabola umana e scientifica dello storico ricostruita da
Adriano Viarengo attraverso carte d’archivio
Settecento riformatore è
il titolo della più celebre opera di Franco Venturi, pubblicata tra il
1969 e il 1990, in 5 volumi e 7 tomi, per un totale di oltre 4mila
pagine: opera peraltro rimasta incompiuta a causa della morte del grande
storico romano di nascita e torinese d’elezione, scomparso ottantenne
nel 1994. In essa era confluito il lungo, intenso, appassionato studio
dell’età dei Lumi che lo aveva portato a diventare «uno dei più grandi
storici del suo secolo», come ebbe a scrivere Bronislaw Baczko. Uno
studio che era cominciato sin dagli anni universitari a Parigi con gli
importanti libri su La jeunesse de Diderot (de 1713 à 1753) (1939) e
Dalmazzo Francesco Vasco (1732-1794) (1940), quest’ultimo nato come tesi
di laurea, che poté tuttavia essere discussa alla Sorbona solo nel ’46,
a guerra finita. Figlio e nipote di due grandi storici dell’arte quali
Lionello e Adolfo Venturi, infatti, all’inizio del ’32 – dopo aver
sperimentato per qualche giorno le carceri fasciste – il giovane Franco
aveva dovuto seguire nell’esilio francese suo padre, privato della
cattedra torinese per il rifiuto di giurare fedeltà al regime
mussoliniano. Qui si era subito legato a Giustizia e Libertà, ai
fratelli Rosselli, a Gaetano Salvemini, e aveva rinsaldato una duratura
amicizia con Aldo Garosci, che si sarebbe via via allargata ad altri
esponenti della lotta antifascista, fino all’occupazione nazista della
Francia nel 1940. Il fallimento del tentativo di passare in Spagna per
poi raggiungere la famiglia negli Stati Uniti portò l’ancor giovanissimo
studioso in una terribile galera franchista (ricordo di averlo sentito
evocare la straordinaria astuzia dei pidocchi spagnoli, capaci di
superare ogni difesa degli sventurati prigionieri). Consegnato alla
polizia italiana, riuscì a evitare il tribunale speciale, ma fu mandato
al confino in Lucania per oltre due anni, fino al crollo del Fascismo,
quando non tardò ad assumere un ruolo politico di primissimo piano
dapprima a Roma e poi in Piemonte nella lotta di liberazione, a fianco
di personaggi che sarebbero stati i suoi amici più cari, come Giorgio
Agosti, Sandro Galante Garrone, Vittorio Foa. Subito diventato con Leo
Valiani la testa pensante dell’azione giellista e poi del Partito
d’azione, fu un protagonista della Resistenza in Piemonte con il nome
partigiano di Nada (in ricordo della desolazione carceraria spagnola),
un instancabile organizzatore della stampa clandestina, un inesauribile
animatore e ideologo del movimento e del suo impegno per una rivoluzione
democratica.
Fu dunque nel cuore di una stagione drammatica, quella
del dilagare del nazifascismo e poi degli orrori della guerra, che
Franco Venturi sviluppò le sue prime ricerche, nutrite di fameliche
letture anche nelle condizioni di vita più difficili, al punto di essere
criticato come uno che talvolta «pensava solo a studiare e dimenticava
che allora c’era da fare una rivoluzione». In realtà furono anni di
cortocircuito permanente tra azione antifascista e riflessione storica,
tra studio del passato e progettualità politica, sempre all’insegna di
una cultura militante, che lo portò sin dal primo momento a concentrare
le sue ricerche sul Settecento, sulle origini delle moderne idee di
democrazia, libertà e socialismo per le quali combatteva e che proprio
in quei decenni sembravano conoscere un’irrimediabile frattura. Un
Settecento europeo, cosmopolita, esteso dalle Americhe alla Russia,
animato da contraddittorie ma feconde tensioni utopistiche e
riformatrici (Utopia e riforma nell’Illuminismo sarà il titolo di un suo
densissimo libro, frutto dalle Trevelyan lectures di Cambridge nel
1969), sfociato infine nella crisi rivoluzionaria dell’Antico Regime.
Alquanto
controvoglia nel 1950 Venturi sarebbe infine salito su una cattedra
universitaria (a Cagliari, a Genova e infine dal ’57 a Torino), dopo
essere stato per oltre due anni, tra il ’47 e il ’49 a Mosca, voluto da
Manlio Brosio come addetto culturale dell’ambasciata, dove non tardò a
sperimentare la difficoltà di allacciare autentici rapporti culturali
con l’intelligencji a sovietica nel cupo tramonto dello stalinismo. Ma
qui poté dedicarsi allo studio del socialismo premarxista in Russia, dai
decabristi ai populisti, che la vittoria del bolscevismo aveva di fatto
cancellato dalla memoria storica della rivoluzione. Ne sarebbe
scaturito il grande libro sul Populismo russo, edito nel ’52, che
avrebbe assicurato all’autore una fama internazionale e lo avrebbe
portato a tenere corsi e lezioni nelle maggiori sedi universitarie del
mondo e a inaugurare un nuovo cantiere di lavoro in cui l’indagine
storica si intrecciava con la difesa della libertà anche attraverso una
fitta rete di relazioni personali. Alcuni dei suoi numerosi saggi sulla
storia presovietica sarebbero stati raccolti nel 1982 in un volume dal
significativo titolo di Studies in free Russia.
Il delicato passaggio
dalla lotta antifascista all’Italia democristiana, l’Italia dei
«preti», come usava dire, e il rapido esaurimento politico del Partito
d’azione consentirono dunque a Venturi di tornare alla storia, di
dedicare tutto il suo tempo agli studi, affiancati peraltro dall’intensa
collaborazione con la casa editrice Einaudi (interrotta a causa della
sua risentita presa di distanze dalla “contestazione” sessantottina) e
dalla direzione della «Rivista storica italiana», trasmessagli da
Federico Chabod nel 1959. Studi ancora di ambito francese in un primo
tempo – Le origini dell’Encyclopédie (1946), L’antichità svelata e
l’idea di progresso in Nicolas-Antoine Boulanger (1947), Jean Jaurés e
altri storici della Rivoluzione francese (1948) – ma poi concentratisi
sul Settecento italiano, a cominciare dalla monografia su Alberto
Radicati di Passerano (1954) e dalla ricchissima edizione di Dei delitti
e delle pene di Cesare Beccaria (1965), fino al tenace lavoro di scavo
confluito nei volumi dedicati agli illuministi della Letteratura
italiana edita da Ricciardi. Ne sarebbe infine scaturita la grande
sintesi ricordata in apertura, tutta fondata sul ruolo degli
intellettuali e del loro impegno politico, della loro continua
mediazione tra progetto e realtà, tra idee e azione.
Una vita
coraggiosa, intensa, feconda, quella di Franco Venturi, e un lascito
storiografico di cui permane viva la vitalità, la passione politica, la
vigorosa energia – usando una parola a lui cara – con cui fu progettato e
realizzato un programma di ricerche di straordinario spessore. Le
solide e nitide pagine di Adriano Viarengo, per la prima volta basate
sulle carte conservate nel ricchissimo archivio privato, ricostruiscono
con chiarezza origini, contesti e sviluppi del percorso biografico e
intellettuale di un protagonista della cultura italiana del secolo
scorso. Per parte mia, molto sommessamente, considero un privilegio
esserne stato allievo e aver potuto fruire da vicino di
quell’affascinante intreccio di intelligenza, sapere, esperienza
politica, robustezza di carattere, rigore morale che contrassegnavano il
lucido e partecipe sguardo sul presente e sul passato di un uomo che
anche nel settembre del 1940, intrappolato nella Francia invasa dai
nazisti, non esitava a dirsi «plein d’espoir et de certitude».
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