Aristotele:
Retorica, introduzione, traduzione e commento di Silvia Gastaldi, Carocci, Roma, pagg. 640, € 34,00
Risvolto
La Retorica di
Aristotele, pur inserendosi in una tradizione specifica – quella dei
manuali per la composizione del discorso persuasivo, che prese avvio in
Grecia nel v secolo a.C. – vi introduce una serie di importanti
variazioni. Anzitutto, la retorica per Aristotele deve acquisire lo
statuto di tecnica, dotandosi di un metodo e avvalendosi di strumenti
concettuali di tipo logico. Inoltre, il discorso retorico è finalizzato a
suscitare le reazioni emotive degli ascoltatori: si giustifica così
l’ampiezza assegnata all’analisi delle passioni del cittadino. Infine,
nel libro iii, Aristotele seleziona le componenti linguistiche adeguate
alla retorica, sottolineandone le differenze rispetto alla poesia. Il
trattato aristotelico, grazie alla completezza del suo impianto,
costituisce ancor oggi un punto di riferimento per lo studio
dell’argomentazione persuasiva.
La nobile arte di persuadereLa
«Retorica» di Aristotele: una tecnica per convincere un uditorio con
buone ragioni ma evitando di scadere nella demagogia. Ecco perchè
dovrebbe essere un riferimento nella formazione del buon cittadino
di Armando Massarenti il Sole Domenica 1.2.15
La
Retorica di Aristotele è ancora oggi un punto di riferimento per
chiunque abbia a cuore uno dei nodi cruciali per la formazione del buon
cittadino. «La teoria dell’argomentazione - scriveva Norberto Bobbio
nell’introduzione del Trattato dell’argomentazione di Chaïm Perelman e
Lucie Olbrechts-Tyteca (1958), gli studiosi che nel ’900 compresero
appieno la portata di quell’insegnamento – è lo studio metodico delle
buone ragioni con cui gli uomini parlano e discutono di scelte che
implicano il riferimento a valori quando hanno rinunciato a imporle con
la violenza o a strapparle con la coazione psicologica, cioè alla
sopraffazione e all’indottrinamento». È un’arte che studia cosa c’è di
persuasivo in ogni discorso, una tecnica che si avvale sia del buon uso
delle emozioni sia di strumenti di tipo logico. Detto ciò, ecco già
bello e delineato, in poche sicure pennellate, un attualissimo programma
per la scuola di oggi, che di queste competenze – sia a livello di chi
insegna sia di chi apprende – avrebbe un enorme bisogno.
Ma
tuffiamoci pure nel passato. Soffermiamoci sull’autore di quello
straordinario manuale, togliamogli di dosso la polvere che ingiustamente
immaginiamo lo ricopra, e pensiamolo giovane diciottenne alle prese con
una materia, la retorica appunto, che egli intende rinnovare legandola
strettamente alla necessità di trasmettere i saperi più fondati. Si è
sempre pensato che la Retorica, di cui Carocci propone una splendida
edizione curata da Silvia Gastaldi, fosse stata composta da Aristotele
nel suo secondo periodo ateniese, quando egli era un maturo docente nel
celebre Liceo. L’interpretazione di Ingemar Düring, che ha modificato
l’intera cronologia delle opere dello Stagirita, invece, fa oggi
risalire la stesura di questo testo al primo periodo ateniese, ovvero
alla gioventù del filosofo e al successivo ventennio da lui trascorso in
seno alla rinomata Accademia e accanto al maestro Platone.
In
entrambi i casi, con la Retorica siamo di fronte a un testo per la
scuola, un manuale – in tre libri - scritto appositamente per
l’insegnamento. Ma è più affascinante immaginare, con Düring, un
Aristotele ancora giovanissimo e fresco di studi il quale, nella stesura
del trattato sull’arte della strutturazione dei discorsi, mette in
pratica le raccomandazioni del maestro Platone – il quale sente, così
come il suo allievo, il bisogno di un urgente rinnovamento della
retorica ateniese - e ne critica diligentemente i presupposti. La novità
della proposta aristotelica sta nella precisa volontà di trasformare la
retorica da mera prassi (empeiria), atta a convincere chiunque di
qualunque cosa - così come era stata consegnata dalla tradizione
precedente nelle mani dei Sofisti -, a vera e propria techne, cioè al
rango di ars – come la chiameranno i latini e poi gli scolastici
medievali che la collocheranno tra le artes liberales sermocinales del
Trivio – dotata di una teoria sua propria, e capace di radicare una
volta per tutte le pratiche del logos nella dimensione razionale. È
grazie ad Aristotele, dunque, che la retorica è divenuta quell’abilità
normata, grazie alla quale «si è in grado di ragionare (syllogizesthai)
intorno a qualsiasi problema proposto».
Che cosa insegnava, dunque,
Aristotele? Il suo pensiero contribuì in maniera decisiva a restituire
dignità a un’attività intellettuale che era stata declassata da molti
Dialoghi platonici: nel Protagora e nel Gorgia, per esempio, i
costruttori di discorsi, i Sofisti, sono presentati come parolai,
demagoghi, adulatori dei politici. Quei giovani ateniesi, dunque, si
trovarono di fronte a un modo del tutto nuovo di concepire i discorsi
destinati a un pubblico: in pratica Aristotele li spinse a comprendere
che, per strutturare un discorso convincente, su qualunque argomento, è
necessario innanzitutto saper ragionare correttamente. Aristotele
accomuna dialettica e retorica in quanto discipline “sorelle” che non
possiedono un oggetto determinato – come accade ad esempio alla fisica o
alla storia -, ma che di tutto possono discettare in modo convincente
purché il ragionamento vi sia ben allestito e fondato su corretti
presupposti. Sia la dialettica, arte del dibattimento speculativo, sia
la retorica, arte della parola pubblica, rivolta a un uditorio –
politico o giudiziario -, utilizzano nozioni generalmente accettate
(endoxa), opinioni condivise che fanno leva sull’interlocutore, e
aiutano a costruire o rafforzare i valori della comunità.
L’opinione
(doxa) in Aristotele perde però il valore svalutativo conferitole
precedentemente da Platone, e diviene la base dell’edificazione del
discorso retorico mirato alla persuasione. Assai realisticamente egli
tiene conto del fatto che nella vita associata non si fanno discorsi
basati su verità inconfutabili, come quelle logiche o matematiche, ma
che spesso dobbiamo argomentare a partire da premesse che sono vere per
lo più, o confermate da testimoni autorevoli, e che questi discorsi
hanno anch’essi diversi gradi di validità e diversa portata conoscitiva.
Così egli insiste, oltre che sulla chiarezza (saphes) dello stile,
sull’uso corretto della metafora, concepita non tanto come elegante
figura di abbellimento, ma come strumento cognitivo capace di
sollecitare la fantasia e quindi di favorire l’apprendimento.
Su un
aspetto però Aristotele concordava col suo maestro dell’Accademia:
ovvero sul fatto che la retorica è capace di psychagogia, di
condizionare psicologicamente l’ascoltatore ammaliandolo con le parole.
Il filosofo è ben consapevole del potere immenso della parola,
soprattutto quando essa è sulla bocca di politici dalle cattive
intenzioni, ed è per questo che insiste, nel secondo libro,
sull’importanza del carattere di chi parla (ethos tou legontos), sulla
sua saggezza, sulla sua virtù etica (arete) e sulla credibilità che egli
raccoglie presso l’uditorio cui si rivolge. E, d’altra parte, egli
insiste anche molto sulla portata delle passioni (pathe) che possono
essere suscitate da un discorso ben costruito, sul fatto che «tanto le
qualità etiche del parlante, quanto le reazioni emotive di chi ascolta
emergeranno dalla strutturazione impressa al discorso». Non stupisce,
dunque, se egli pretende che l’oratore sia un profondo conoscitore della
sensibilità umana, capace di comprendere la psicologia dell’uditorio e
le passioni che lo animano: una sapienza che può diventare un’arma a
doppio taglio se il retore capace è al soldo della demagogia.
In
ambito cognitivista anglosassone, oggi si rivaluta enormemente lo
«statuto psicologico delle passioni» di cui Aristotele dà prova nella
Retorica. Martha Nussbaum afferma che per il filosofo «le passioni non
sono cieche forze animali, ma elementi costitutivi della personalità,
dotati di intelligenza e discernimento, strettamente correlati a
convinzioni di un certo tipo e quindi sensibili a modificazioni
cognitive».
La retorica aristotelica, dunque, intesa come
apprendimento di una tecnica (theorein), si pone quale strumento
virtuoso di educazione ed è per questo suo valore pedagogico che andava
insegnata nelle scuole: non solo affinché fossero formati gli uomini
politici del futuro democratico, ma anche e soprattutto perché tutti gli
altri cittadini venissero dotati di strumenti cognitivi e speculativi
utili allo smascheramento di quei camuffamenti tipici del linguaggio
politico, che fa leva su opinioni sbagliate eppure largamente condivise e
su passioni negative. Dell’estrema importanza dell’apprendimento della
retorica – insieme alla logica – nella formazione dei giovani scolari
erano ben consapevoli i docenti italiani già nel Medioevo e ne erano
convinti i Gesuiti che la insegnavano nei loro collegi. Oggi che le
giovani generazioni sono esposte più che mai alle conseguenze del caos
affabulatorio e persuasivo della multimedialità, in Italia - a parte il
timido tentativo dell’istituzione del “saggio argomentativo” tra le
prove scritte di Italiano della scuola superiore, tuttavia non
supportato da un’adeguata preparazione logico-retorica - non si è ancora
pensato seriamente a quanto gioverebbe alle nostre giovani menti la
reintroduzione della Logica e della Retorica nel curriculum scolastico?
Aristotele per le comunicazioni di massa
Sivlia Gastaldi immette il lettore nella grande trattazione
aristotelica, distesa su tre libri, per mezzo di un’introduzione
essenziale. Qui viene messa in evidenzia anche l’ambiguità insita
nella ricerca del filosofo: per metà manuale teorico «funzionale
alla trasmissione di un sapere sul discorso», e quindi aperto all’uso
dell’insegnamento (di là provengono in fondo i materiali che
compongono il trattato); per metà anche metodo «per offrire ai
cittadini la possibilità di comporre discorsi» razionali
e persuasivi. Proprio la compresenza di questi obiettivi conduce
Aristotele (a differenza di quanto accade in Barthes, ad esempio)
a indagare con molto dettaglio non solo gli aspetti tecnici del
discorso, ma anche la «psicologia» dell’emittente e del
destinatario, i «caratteri» (éthe) di chi parla, e le «passioni»
(páthe) di chi ascolta, e gli strumenti logici ed espressivi adatti
a conseguire la persuasione: numerosi sono perciò i punti di
contatto fra le riflessioni svolte nella Retorica, nelle grandi opere
etiche, ma anche nella Poetica (sui tipi di linguaggio). Anche per
questo, la Retorica appare specialmente complessa. Da un lato vi
è l’analisi degli «strumenti», sempre forniti di puntualissime
definizioni preliminari e di ampia casistica; dall’altro vi
è anche la riflessione filosofica e pragmatica sulla
comunicazione. Lo si vede bene nella discussione a proposito
dell’argomentazione: essa muove dalla constatazione, di immediata
comprensione a qualunque italiano, che «di fronte alle masse,
i parlanti incolti sono più persuasivi di quelli istruiti», e che in
tale contesto «la precisione sembra essere superflua
e peggiorativa» (non così in tribunale).
Esiste poi un solido rapporto, che non è sovrapposizione, fra
retorica e politica: da tutto il trattato trapela la centralità
della parola pubblica nella vita della polis, che al tempo di
Aristotele non era più l’Atene mitica (o mitizzata) della
democrazia di Pericle, ma che continuava a essere luogo di
dibattito nelle assemblee deliberative come nei tribunali, e che
costruiva la propria identità anche attraverso i discorsi
«d’apparato» (quelli celebrativi, ad esempio). Aristotele, pur
criticando gli autori dei manuali retorici per l’eccessivo rilievo da
loro dato alle «passioni», supera però l’aristocratico disprezzo
platonico per le masse, e si mostra ben consapevole del fatto che
il discorso, che ha come unico scopo la persuasione, deve
necessariamente essere adeguato ai livelli di comprensione dei
cittadini. Essi non costituiscono un pubblico «ideale», riflessivo
e razionale, ma sono invece molto condizionati dalla
«persistenza, nella città, dell’antagonismo e dei valori
competitivi». Chi parla può e deve pertanto valutare l’effetto
sull’uditorio della paura e della vergogna, dell’entusiasmo
e dell’ira, deve insomma dominare la «mozione degli affetti»: ma,
osserva la Gastaldi, «la differenza tra il metodo retorico e il puro
e semplice ricorso all’elemento passionale dell’uditorio consiste
nel fatto che è il discorso stesso a suscitare o a placare le
passioni». Le osservazioni di Aristotele in tema di psicologia
dell’uditorio (ad esempio sugli atteggiamenti dei giovani, degli
anziani e degli uomini maturi: pp. 206–13) aprono verso orizzonti che
parrebbero propri della sociologia, se non dell’antropologia. Sono
idee talvolta generiche, attente al carattere «medio»
e stereotipato, ma proprio per questo particolarmente adatte
a strutturare un discorso «mediamente» indirizzato a tali gruppi.
Vi si ritrovano notazioni atemporali, come quella sui giovani che
«vivono per la maggior parte del tempo nella speranza: la speranza
riguarda il futuro, mentre il ricordo riguarda il passato, e per
i giovani il futuro è lungo, mentre il passato è breve»; e altre
osservazioni, invece, che suonano molto familiari per un lettore
italiano: i ricchi «sono inclini all’oltraggio e arroganti, essendo
in qualche modo influenzati dall’acquisizione delle ricchezze,
voluttuosi per la mollezza e per mostrare la loro prosperità,
pretenziosi e grossolani perché ritengono che gli altri agognino
ciò che loro stessi agognano», e per questo desiderosi del potere
politico.
Il commento si estende per quasi trecento pagine: una dimensione
notevole, che si spiega con la scelta di corredare il testo di due
percorsi differenti. Vi è, primario, l’impegno ad analizzare
discorsivamente le differenti sezioni del trattato, dipanando la
trattazione densa di Aristotele con ulteriori sviluppi e con
riferimenti al dibattito più recente: le note che ne risultano sono
ampie al punto che ne sarebbe possibile anche una lettura autonoma.
D’altra parte vi è la specificazione dei dettagli, del tutto
indispensabili al lettore odierno, in quanto molti sono i testi
o gli eventi a cui Aristotele accenna di sfuggita, e ciò richiede di
individuare le citazioni di altri autori, spesso minori, e di
chiarire i riferimenti storici. La conciliazione di queste due
linee non è sempre agevole, perché esse implicano un «passo»
differente: ma il risultato è di indubbio interesse, soprattutto
se si rimeditano le parole di Barthes: dato che Aristotele
fornisce – nella Retorica e anche altrove – la griglia analitica
completa funzionale a comprendere le «comunicazioni di massa»,
«in regime democratico, l’aristotelismo sarebbe la migliore delle
sociologie culturali». Dunque la Retorica va proprio meditata
con cura.
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