lunedì 2 febbraio 2015

Una nuova edizione della Retorica. Aristotele resiste a ogni arruolamento confindustriale

Retorica
Aristotele: Retorica, introduzione, traduzione e commento di Silvia Gastaldi, Carocci, Roma, pagg. 640, € 34,00

Risvolto
La Retorica di Aristotele, pur inserendosi in una tradizione specifica – quella dei manuali per la composizione del discorso persuasivo, che prese avvio in Grecia nel v secolo a.C. – vi introduce una serie di importanti variazioni. Anzitutto, la retorica per Aristotele deve acquisire lo statuto di tecnica, dotandosi di un metodo e avvalendosi di strumenti concettuali di tipo logico. Inoltre, il discorso retorico è finalizzato a suscitare le reazioni emotive degli ascoltatori: si giustifica così l’ampiezza assegnata all’analisi delle passioni del cittadino. Infine, nel libro iii, Aristotele seleziona le componenti linguistiche adeguate alla retorica, sottolineandone le differenze rispetto alla poesia. Il trattato aristotelico, grazie alla completezza del suo impianto, costituisce ancor oggi un punto di riferimento per lo studio dell’argomentazione persuasiva.

La nobile arte di persuadereLa «Retorica» di Aristotele: una tecnica per convincere un uditorio con buone ragioni ma evitando di scadere nella demagogia. Ecco perchè dovrebbe essere un riferimento nella formazione del buon cittadino

di Armando Massarenti il Sole Domenica 1.2.15
La Retorica di Aristotele è ancora oggi un punto di riferimento per chiunque abbia a cuore uno dei nodi cruciali per la formazione del buon cittadino. «La teoria dell’argomentazione - scriveva Norberto Bobbio nell’introduzione del Trattato dell’argomentazione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca (1958), gli studiosi che nel ’900 compresero appieno la portata di quell’insegnamento – è lo studio metodico delle buone ragioni con cui gli uomini parlano e discutono di scelte che implicano il riferimento a valori quando hanno rinunciato a imporle con la violenza o a strapparle con la coazione psicologica, cioè alla sopraffazione e all’indottrinamento». È un’arte che studia cosa c’è di persuasivo in ogni discorso, una tecnica che si avvale sia del buon uso delle emozioni sia di strumenti di tipo logico. Detto ciò, ecco già bello e delineato, in poche sicure pennellate, un attualissimo programma per la scuola di oggi, che di queste competenze – sia a livello di chi insegna sia di chi apprende – avrebbe un enorme bisogno.

Ma tuffiamoci pure nel passato. Soffermiamoci sull’autore di quello straordinario manuale, togliamogli di dosso la polvere che ingiustamente immaginiamo lo ricopra, e pensiamolo giovane diciottenne alle prese con una materia, la retorica appunto, che egli intende rinnovare legandola strettamente alla necessità di trasmettere i saperi più fondati. Si è sempre pensato che la Retorica, di cui Carocci propone una splendida edizione curata da Silvia Gastaldi, fosse stata composta da Aristotele nel suo secondo periodo ateniese, quando egli era un maturo docente nel celebre Liceo. L’interpretazione di Ingemar Düring, che ha modificato l’intera cronologia delle opere dello Stagirita, invece, fa oggi risalire la stesura di questo testo al primo periodo ateniese, ovvero alla gioventù del filosofo e al successivo ventennio da lui trascorso in seno alla rinomata Accademia e accanto al maestro Platone.
In entrambi i casi, con la Retorica siamo di fronte a un testo per la scuola, un manuale – in tre libri - scritto appositamente per l’insegnamento. Ma è più affascinante immaginare, con Düring, un Aristotele ancora giovanissimo e fresco di studi il quale, nella stesura del trattato sull’arte della strutturazione dei discorsi, mette in pratica le raccomandazioni del maestro Platone – il quale sente, così come il suo allievo, il bisogno di un urgente rinnovamento della retorica ateniese - e ne critica diligentemente i presupposti. La novità della proposta aristotelica sta nella precisa volontà di trasformare la retorica da mera prassi (empeiria), atta a convincere chiunque di qualunque cosa - così come era stata consegnata dalla tradizione precedente nelle mani dei Sofisti -, a vera e propria techne, cioè al rango di ars – come la chiameranno i latini e poi gli scolastici medievali che la collocheranno tra le artes liberales sermocinales del Trivio – dotata di una teoria sua propria, e capace di radicare una volta per tutte le pratiche del logos nella dimensione razionale. È grazie ad Aristotele, dunque, che la retorica è divenuta quell’abilità normata, grazie alla quale «si è in grado di ragionare (syllogizesthai) intorno a qualsiasi problema proposto».
Che cosa insegnava, dunque, Aristotele? Il suo pensiero contribuì in maniera decisiva a restituire dignità a un’attività intellettuale che era stata declassata da molti Dialoghi platonici: nel Protagora e nel Gorgia, per esempio, i costruttori di discorsi, i Sofisti, sono presentati come parolai, demagoghi, adulatori dei politici. Quei giovani ateniesi, dunque, si trovarono di fronte a un modo del tutto nuovo di concepire i discorsi destinati a un pubblico: in pratica Aristotele li spinse a comprendere che, per strutturare un discorso convincente, su qualunque argomento, è necessario innanzitutto saper ragionare correttamente. Aristotele accomuna dialettica e retorica in quanto discipline “sorelle” che non possiedono un oggetto determinato – come accade ad esempio alla fisica o alla storia -, ma che di tutto possono discettare in modo convincente purché il ragionamento vi sia ben allestito e fondato su corretti presupposti. Sia la dialettica, arte del dibattimento speculativo, sia la retorica, arte della parola pubblica, rivolta a un uditorio – politico o giudiziario -, utilizzano nozioni generalmente accettate (endoxa), opinioni condivise che fanno leva sull’interlocutore, e aiutano a costruire o rafforzare i valori della comunità.
L’opinione (doxa) in Aristotele perde però il valore svalutativo conferitole precedentemente da Platone, e diviene la base dell’edificazione del discorso retorico mirato alla persuasione. Assai realisticamente egli tiene conto del fatto che nella vita associata non si fanno discorsi basati su verità inconfutabili, come quelle logiche o matematiche, ma che spesso dobbiamo argomentare a partire da premesse che sono vere per lo più, o confermate da testimoni autorevoli, e che questi discorsi hanno anch’essi diversi gradi di validità e diversa portata conoscitiva. Così egli insiste, oltre che sulla chiarezza (saphes) dello stile, sull’uso corretto della metafora, concepita non tanto come elegante figura di abbellimento, ma come strumento cognitivo capace di sollecitare la fantasia e quindi di favorire l’apprendimento.
Su un aspetto però Aristotele concordava col suo maestro dell’Accademia: ovvero sul fatto che la retorica è capace di psychagogia, di condizionare psicologicamente l’ascoltatore ammaliandolo con le parole. Il filosofo è ben consapevole del potere immenso della parola, soprattutto quando essa è sulla bocca di politici dalle cattive intenzioni, ed è per questo che insiste, nel secondo libro, sull’importanza del carattere di chi parla (ethos tou legontos), sulla sua saggezza, sulla sua virtù etica (arete) e sulla credibilità che egli raccoglie presso l’uditorio cui si rivolge. E, d’altra parte, egli insiste anche molto sulla portata delle passioni (pathe) che possono essere suscitate da un discorso ben costruito, sul fatto che «tanto le qualità etiche del parlante, quanto le reazioni emotive di chi ascolta emergeranno dalla strutturazione impressa al discorso». Non stupisce, dunque, se egli pretende che l’oratore sia un profondo conoscitore della sensibilità umana, capace di comprendere la psicologia dell’uditorio e le passioni che lo animano: una sapienza che può diventare un’arma a doppio taglio se il retore capace è al soldo della demagogia.
In ambito cognitivista anglosassone, oggi si rivaluta enormemente lo «statuto psicologico delle passioni» di cui Aristotele dà prova nella Retorica. Martha Nussbaum afferma che per il filosofo «le passioni non sono cieche forze animali, ma elementi costitutivi della personalità, dotati di intelligenza e discernimento, strettamente correlati a convinzioni di un certo tipo e quindi sensibili a modificazioni cognitive».
La retorica aristotelica, dunque, intesa come apprendimento di una tecnica (theorein), si pone quale strumento virtuoso di educazione ed è per questo suo valore pedagogico che andava insegnata nelle scuole: non solo affinché fossero formati gli uomini politici del futuro democratico, ma anche e soprattutto perché tutti gli altri cittadini venissero dotati di strumenti cognitivi e speculativi utili allo smascheramento di quei camuffamenti tipici del linguaggio politico, che fa leva su opinioni sbagliate eppure largamente condivise e su passioni negative. Dell’estrema importanza dell’apprendimento della retorica – insieme alla logica – nella formazione dei giovani scolari erano ben consapevoli i docenti italiani già nel Medioevo e ne erano convinti i Gesuiti che la insegnavano nei loro collegi. Oggi che le giovani generazioni sono esposte più che mai alle conseguenze del caos affabulatorio e persuasivo della multimedialità, in Italia - a parte il timido tentativo dell’istituzione del “saggio argomentativo” tra le prove scritte di Italiano della scuola superiore, tuttavia non supportato da un’adeguata preparazione logico-retorica - non si è ancora pensato seriamente a quanto gioverebbe alle nostre giovani menti la reintroduzione della Logica e della Retorica nel curriculum scolastico?

Aristotele per le comunicazioni di massa
Filosofia antica. Rimeditare la «Retorica» col nuovo, ampio commento di Silvia Gastaldi per Carocci

Sivlia Gastaldi immette il let­tore nella grande trat­ta­zione ari­sto­te­lica, distesa su tre libri, per mezzo di un’introduzione essen­ziale. Qui viene messa in evi­den­zia anche l’ambiguità insita nella ricerca del filo­sofo: per metà manuale teo­rico «fun­zio­nale alla tra­smis­sione di un sapere sul discorso», e quindi aperto all’uso dell’insegnamento (di là pro­ven­gono in fondo i mate­riali che com­pon­gono il trat­tato); per metà anche metodo «per offrire ai cit­ta­dini la pos­si­bi­lità di com­porre discorsi» razio­nali e per­sua­sivi. Pro­prio la com­pre­senza di que­sti obiet­tivi con­duce Ari­sto­tele (a dif­fe­renza di quanto accade in Bar­thes, ad esem­pio) a inda­gare con molto det­ta­glio non solo gli aspetti tec­nici del discorso, ma anche la «psi­co­lo­gia» dell’emittente e del desti­na­ta­rio, i «carat­teri» (éthe) di chi parla, e le «pas­sioni» (páthe) di chi ascolta, e gli stru­menti logici ed espres­sivi adatti a con­se­guire la per­sua­sione: nume­rosi sono per­ciò i punti di con­tatto fra le rifles­sioni svolte nella Reto­rica, nelle grandi opere eti­che, ma anche nella Poe­tica (sui tipi di lin­guag­gio). Anche per que­sto, la Reto­rica appare spe­cial­mente com­plessa. Da un lato vi è l’analisi degli «stru­menti», sem­pre for­niti di pun­tua­lis­sime defi­ni­zioni pre­li­mi­nari e di ampia casi­stica; dall’altro vi è anche la rifles­sione filo­so­fica e prag­ma­tica sulla comu­ni­ca­zione. Lo si vede bene nella discus­sione a pro­po­sito dell’argomentazione: essa muove dalla con­sta­ta­zione, di imme­diata com­pren­sione a qua­lun­que ita­liano, che «di fronte alle masse, i par­lanti incolti sono più per­sua­sivi di quelli istruiti», e che in tale con­te­sto «la pre­ci­sione sem­bra essere super­flua e peg­gio­ra­tiva» (non così in tri­bu­nale).
Esi­ste poi un solido rap­porto, che non è sovrap­po­si­zione, fra reto­rica e poli­tica: da tutto il trat­tato tra­pela la cen­tra­lità della parola pub­blica nella vita della polis, che al tempo di Ari­sto­tele non era più l’Atene mitica (o mitiz­zata) della demo­cra­zia di Peri­cle, ma che con­ti­nuava a essere luogo di dibat­tito nelle assem­blee deli­be­ra­tive come nei tri­bu­nali, e che costruiva la pro­pria iden­tità anche attra­verso i discorsi «d’apparato» (quelli cele­bra­tivi, ad esem­pio). Ari­sto­tele, pur cri­ti­cando gli autori dei manuali reto­rici per l’eccessivo rilievo da loro dato alle «pas­sioni», supera però l’aristocratico disprezzo pla­to­nico per le masse, e si mostra ben con­sa­pe­vole del fatto che il discorso, che ha come unico scopo la per­sua­sione, deve neces­sa­ria­mente essere ade­guato ai livelli di com­pren­sione dei cit­ta­dini. Essi non costi­tui­scono un pub­blico «ideale», rifles­sivo e razio­nale, ma sono invece molto con­di­zio­nati dalla «per­si­stenza, nella città, dell’antagonismo e dei valori com­pe­ti­tivi». Chi parla può e deve per­tanto valu­tare l’effetto sull’uditorio della paura e della ver­go­gna, dell’entusiasmo e dell’ira, deve insomma domi­nare la «mozione degli affetti»: ma, osserva la Gastaldi, «la dif­fe­renza tra il metodo reto­rico e il puro e sem­plice ricorso all’elemento pas­sio­nale dell’uditorio con­si­ste nel fatto che è il discorso stesso a susci­tare o a pla­care le pas­sioni». Le osser­va­zioni di Ari­sto­tele in tema di psi­co­lo­gia dell’uditorio (ad esem­pio sugli atteg­gia­menti dei gio­vani, degli anziani e degli uomini maturi: pp. 206–13) aprono verso oriz­zonti che par­reb­bero pro­pri della socio­lo­gia, se non dell’antropologia. Sono idee tal­volta gene­ri­che, attente al carat­tere «medio» e ste­reo­ti­pato, ma pro­prio per que­sto par­ti­co­lar­mente adatte a strut­tu­rare un discorso «media­mente» indi­riz­zato a tali gruppi. Vi si ritro­vano nota­zioni atem­po­rali, come quella sui gio­vani che «vivono per la mag­gior parte del tempo nella spe­ranza: la spe­ranza riguarda il futuro, men­tre il ricordo riguarda il pas­sato, e per i gio­vani il futuro è lungo, men­tre il pas­sato è breve»; e altre osser­va­zioni, invece, che suo­nano molto fami­liari per un let­tore ita­liano: i ric­chi «sono inclini all’oltraggio e arro­ganti, essendo in qual­che modo influen­zati dall’acquisizione delle ric­chezze, volut­tuosi per la mol­lezza e per mostrare la loro pro­spe­rità, pre­ten­ziosi e gros­so­lani per­ché riten­gono che gli altri ago­gnino ciò che loro stessi ago­gnano», e per que­sto desi­de­rosi del potere poli­tico.
Il com­mento si estende per quasi tre­cento pagine: una dimen­sione note­vole, che si spiega con la scelta di cor­re­dare il testo di due per­corsi dif­fe­renti. Vi è, pri­ma­rio, l’impegno ad ana­liz­zare discor­si­va­mente le dif­fe­renti sezioni del trat­tato, dipa­nando la trat­ta­zione densa di Ari­sto­tele con ulte­riori svi­luppi e con rife­ri­menti al dibat­tito più recente: le note che ne risul­tano sono ampie al punto che ne sarebbe pos­si­bile anche una let­tura auto­noma. D’altra parte vi è la spe­ci­fi­ca­zione dei det­ta­gli, del tutto indi­spen­sa­bili al let­tore odierno, in quanto molti sono i testi o gli eventi a cui Ari­sto­tele accenna di sfug­gita, e ciò richiede di indi­vi­duare le cita­zioni di altri autori, spesso minori, e di chia­rire i rife­ri­menti sto­rici. La con­ci­lia­zione di que­ste due linee non è sem­pre age­vole, per­ché esse impli­cano un «passo» dif­fe­rente: ma il risul­tato è di indub­bio inte­resse, soprat­tutto se si rime­di­tano le parole di Bar­thes: dato che Ari­sto­tele for­ni­sce – nella Reto­rica e anche altrove – la gri­glia ana­li­tica com­pleta fun­zio­nale a com­pren­dere le «comu­ni­ca­zioni di massa», «in regime demo­cra­tico, l’aristotelismo sarebbe la migliore delle socio­lo­gie cul­tu­rali». Dun­que la Reto­rica va pro­prio medi­tata con cura.

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