giovedì 5 febbraio 2015

Il fantamajorana ritrovato e una Procura che sembra non avere granché di meglio da fare


Il nipote e la verità su Majorana: non si uccise, io credo a Sciascia
«Lui in Venezuela? Non escludiamo nulla, aveva capacità enormi». «Giocava a calcolare chi avrebbe vinto una guerra: un umorismo para-matematico»di Massimo Sideri Corriere 6.2.15

Parla la famiglia. Ettore Majorana in Venezuela? Una bufala
Marco Iacona siciliajournal 05/02/15
La procura di Roma chiede l'archiviazione dell'inchiesta sulla sua scomparsa avvenuta nel 1938: il fisico era vivo e in Venezuela nel 1955
Chiara Sarra - il Giornale Mer, 04/02/2015

“Ettore Majorana vivo tra il ’55 e il ’59, si trovava in Venezuela”La Procura di Roma sulla scomparsa del fisico catanese: “Un trasferimento volontario”
La Stampa 5.2.15
Majorana, la scomparsa finisce in VenezuelaLa Procura di Roma conferma “Nè omicidio né suicidio“Né omicidio né suicidio” Lo scienziato sparito improvvisamente nel 1938: ci sarebbe una fotografia che lo vede ritratto in Sudamerica nel 1955 con un meccanico d’origine italianadi Sandra Rizza il Fatto 5.2.15
Di sicuro c’è solo che è scomparso e che lo ha fatto volontariamente. Ettore Majorana, il fisico catanese che diede un fondamentale impulso agli studi sull’energia atomica e sparì nel nulla il 25 marzo del 1938, non sarebbe stato ucciso né si sarebbe tolto la vita, così come più volte è stato ipotizzato in una girandola di supposizioni, congetture e ricerche che spinsero persino Benito Mussolini a promettere la fiabesca ricompensa di 30mila lire a chi avesse fornito notizie dello scienziato. E neppure si sarebbe rifugiato in un monastero, come fantasticò nel 1975 lo scrittore Leonardo Sciascia che al grande mistero italiano della scomparsa di Majorana dedicò uno dei suoi capolavori, attribuendo la fuga del fisico alle sue intuizioni sullo sviluppo della bomba atomica e alle conseguenze disastrose che ne sarebbero scaturite. Quella sera di primavera, salendo sul piroscafo che da Napoli doveva portarlo a Palermo, lo scienziato allora trentunenne si dileguò volutamente con la prospettiva di abbandonare il paese facendo perdere le sue tracce.
A quasi ottant’anni di distanza, è questa la conclusione della Procura di Roma che oggi sembra aver risolto il caso: l’ex ragazzo dell’istituto di Fisica di via Panisperna che, con Emilio Segre, Bruno Pontecorvo ed Edoardo Amaldi, fu tra i protagonisti delle grandi scoperte sull’atomo, nel periodo tra il 1955 e il 1959 si trovava in Sudamerica, nella città venezuelana di Valencia, dove risiedeva con una donna facendosi chiamare “signor Bini”. E se la sua ultima lettera ai familiari ha contribuito per anni a rafforzare l’ipotesi del suicidio (“Ho un solo desiderio – scriveva Majorana – che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”), si trattava evidentemente di un escamotage per far perdere più rapidamente le sue tracce: lo scienziato non aveva alcuna intenzione di togliersi la vita, tanto è vero che vent’anni dopo una fotografia lo mostra sorridente in Sudamerica, mettendo fine, forse per sempre, a gran parte del suo mistero.
DOPO AVER APERTO quattro anni fa un’indagine sulla sparizione del fisico catanese, il pm di Roma Pierfilippo Laviani ora ha chiesto l’archiviazione del caso, confermando che quell’immagine scattata nel ’55, ed esibita nel 2008 dal meccanico Francesco Fasani davanti alle telecamere della trasmissione Chi l’ha visto, ritrae effettivamente l’emigrato italiano in compagnia del fisico che fu al centro del più grande caso di morte presunta del Novecento, con corredo di interrogativi a cavallo tra politica, scienza e religione. La conferma viene dal Ris dei carabinieri: “Il risultato della comparazione dell’uomo ritratto nell’istantanea – scrive il pm Laviani – ha portato alla perfetta sovrapponibilità dei particolari anatomici del fisico (‘fronte, naso, zigomi, mento e orecchie, queste ultime anche nell’inclinazione rispetto al cranio’) con quelli di un ritratto del padre Fabio quando aveva la stessa età di Ettore (cioè circa 50 anni) ”.
Nessuna condotta “delittuosa o autolesiva della vita o contro la libertà di determinazione e movimento” ha posto fine all’esistenza di Ettore Majorana, insomma, perché lo scienziato – si legge nel provvedimento – “si è trasferito volontariamente all’estero, permanendo in Venezuela almeno nel periodo tra il ’55 e il ’59”. Il meccanico con affari a Valencia che ha risolto il rebus, e poi è deceduto qualche anno fa, aveva raccontato agli inquirenti di aver conosciuto “il signor Bini” e di aver saputo anni dopo che si trattava di uno scienziato scomparso in Italia durante il Ventennio fascista. Fasani lo descriveva come “un uomo di mezza età”, estremamente riservato di cui non conobbe mai il nome di battesimo. E raccontò che si dedicava a ripulire la sua auto, una Studebaker di colore giallo, perché spesso era “ingombra di appunti”. Bini-Majorana “parlava con accento romano” e a causa di un problema economico chiese a Fasani un prestito. L’uomo, in cambio, ottenne la foto che li ritraeva insieme. Ma il dettaglio che ha chiuso definitivamente l’indagine è una cartolina risalente al 1920, a firma di Quirino Majorana, zio di Ettore, che Fasani trovò nell’auto del signor Bini. La cartolina era diretta a un certo W. G. Conklin negli Usa: sul retro, Quirino Majorana comunicava alcune esperienze di laboratorio sulla forza di gravità, facendo riferimento a “suggerimenti” che Conklin gli aveva esposto in precedenza. “Il reperimento di siffatta missiva – è la conclusione del pm Laviani – conferma la vera identità di costui come Ettore Majorana, stante il rapporto di parentela con lo zio Quirino, la medesima attività di docenti di fisica e il frequente rapporto epistolare già intrattenuto tra gli stessi, avente spesso contenuto scientifico”.
UNA DOMANDA è destinata a restare senza risposta: cosa faceva Majorana in Venezuela? Si era nascosto in Sudamerica dopo un soggiorno in Germania, così come aveva ipotizzato la cosiddetta pista tedesca che gli accreditava simpatie naziste e persino una collaborazione con gli scienziati del Terzo Reich? L’autorità giudiziaria non ha potuto svolgere accertamenti in loco, e ha denunciato “l’inerzia degli organi diplomatici venezuelani” che non hanno collaborato alle indagini. Il mistero del Ventennio, così, non può dirsi del tutto risolto. Anche se per il pm, la testimonianza di Fasani appare più che decisiva: gli inquirenti ipotizzano che lo scienziato fosse affetto dalla sindrome di Asperger e il meccanico, “pur essendo privo di conoscenze di natura psichiatrica”, avrebbe fornito una “descrizione caratteriale e comportamentale” che costituisce un’ulteriore prova dell’identità tra Bini e Majorana.


Quel mistero che affascinò anche Sciasciadi Paolo Giordano Corriere 5.2.15
Chissà perché non sappiamo darci pace quando una persona sceglie di scomparire. Forse è la pretesa all’immortalità implicita nel gesto a indignarci, l’impossibilità di mettere una data di decesso accanto al nome. Oppure, ciò che non ci lascia stare della storia di Ettore Majorana è che un uomo di tale genio potesse decidere che la realtà come l’aveva sperimentata fino a un momento prima non gli era davvero congeniale, e potesse sacrificare affetti e ambizioni per questa consapevolezza. Se uno ci si sofferma abbastanza a lungo, in effetti, si scopre messo in dubbio così profondamente da perdere il sonno. Allora, per non pensarci, abbiamo cercato e cercato. Sciascia ha scritto una delle sue cronache impettite più celebri, molti dopo di lui hanno riesaminato il caso, e noi abbiamo accumulato ipotesi per decenni: Majorana era diventato un collaboratore di Hitler?, vagava in cenci per la Sicilia aggrappato a un bastone?, ripudiava il mondo perché era troppo intelligente per venire a patti con le sue brutture?, oppure aveva scoperto il segreto dei viaggi nel tempo e scelto per sé un’epoca migliore?
La fisica moderna porta impresso ancora oggi il suo sigillo. Le particelle collegate al suo nome — i neutrini — sono tra le più difficili da rivelare, la loro presenza viene dedotta in quanto assenza in un processo: una somiglianza fra cammino scientifico e destino individuale che appare straordinaria. Non solo. Majorana ipotizzò l’esistenza di materia che coincideva con la propria antimateria: particelle che erano anche le perfette estranee di se stesse. Può darsi che fosse così anche per l’uomo e che, a un certo punto, l’estraneo in lui abbia prevalso, trascinandolo via. «Non mi prendere per una ragazza ibseniana», scrisse nella sua ultima lettera e magari si riferiva all’intemperante Nora di Casa di bambola , al momento in cui confessa al marito ciò che ha capito «in un attimo»: di essere vissuta troppo a lungo con uno sconosciuto. Ma è soltanto un’altra ipotesi. Sul conturbante affaire Majorana ho sempre avuto una certezza soltanto: che se per caso lo avessi incontrato, già anziano, su un’abbacinante spiaggia caraibica, mi avrebbe convinto con poche frasi a non tradire il suo segreto. E io avrei ubbidito, fino alla fine.
Su Majorana vince Sciascia
di Lorenzo Mondo La Stampa 8.2.15
Fra i ritrovamenti ottenuti da “Chi l’ha visto” ce ne sarebbe uno prodigioso, per la personalità dello scomparso e gli indizi avventurosi che conducono a lui. Si tratta di Ettore Majorana, il genio della fisica, di cui si persero le tracce nel 1938 mentre viaggiava in piroscafo da Palermo a Napoli. Varie furono le congetture, anche le più estreme, sulla sua sparizione. Ma nel 2008 un emigrato italiano, Francesco Fasani, telefonò al programma televisivo sostenendo di avere conosciuto Majorana, tra il 1955 e il 1959, in Venezuela, dove viveva sotto falso nome. Adduceva come prova una fotografia che li ritraeva entrambi davanti a una banca. Adesso la Procura di Roma ha riaperto le indagini, suffragate “scientificamente” dalla sovrapponibilità dei particolari anatomici di Majorana con quelli del padre. Il testimone, a quanto ne sappiamo, non ha spiegato perché fungesse da autista di Ettore, del quale ignoriamo i mezzi di sostentamento e che viene rappresentato come un asociale in bolletta.
Conta particolarmente il fatto che la famiglia si mostri scettica sulle presunte rivelazioni. Salvatore Majorana, un pronipote di Ettore, in un’intervista rilasciata al «Corriere della sera» oltre a contestare minori dettagli, non ravvisa i suoi tratti nella fotografia esibita dal Fasani. È possibile - sostiene- che il congiunto sia emigrato clandestinamente ma, anche «ipotizzando che possa avere avuto una vita difficile», quel volto non presenta nessun legame con l’immagine vulgata e accertata del giovane Majorana. La semplice guardata di un familiare mette in forse le conclusioni del Ris. Si ha comunque l’impressione che l’inopinato ritrovamento, questo sì, di un testimone, a tanti anni di distanza e venuto a mancare recentemente, non risolverà il mistero. E ne uscirà avvalorata l’inchiesta di Leonardo Sciascia. Si era appassionato al caso, non soltanto per i suoi risvolti pirandelliani, e sulla «Scomparsa di Majorana» ha scritto un affascinante libriccino. Dove esprime la convinzione che Ettore si sia recluso dal mondo nella certosa di Serra San Bruno, in Calabria. Avrebbe deciso di sprofondare nell’oblio perché oppresso dall’angoscia e dallo spavento, perché aveva intravisto in «una manciata di atomi» una minaccia terribile per le sorti dell’umanità. Teniamoci buona l’intuizione di Sciascia. La sua ragionata inchiesta sul campo non ha ottenuto una indiscussa verità fattuale, alla quale sopperisce tuttavia una poetica verità. Che, in assenza di irrecusabili alternative, resiste, non soltanto come possibile ricostruzione dell’accaduto, ma come limpida affermazione di valori morali e civili.


Il mistero del fisico scomparso Graphic Novel. Presentato e premiato al Comicon di Napoli "Il segreto di Majorana", romanzo illustrato che rende accessibili i concetti fisici investigati dal fisico catanese Virginia Tonfoni, 9.5.2015
Avvolta da un mistero intri­cato quanto le sue sco­perte scien­ti­fi­che, la figura di Ettore Majo­rana riaf­fiora perio­di­ca­mente nei tele­gior­nali. Ma aldilà delle con­get­ture, delle sup­po­si­zioni, di quel bru­sio som­messo ma costante rela­tivo alla scom­parsa dello scien­ziato e ai motivi che la deter­mi­na­rono, resta l’assenza. Un vuoto su cui Fran­ce­sca Ric­cioni (già sce­neg­gia­trice di Enigma, la strana vita di Alan Turing, accanto a Tuono Pet­ti­nato) e Sil­via Roc­chi (autrice delle bio­gra­fie a fumetti su Alda Merini e Tiziano Ter­zani) costrui­scono il gra­fic novel Il segreto di Majo­rana, pub­bli­cato da Riz­zoli Lizard e pre­sen­tato al Comi­con di Napoli, dove incon­triamo le autrici.
La pro­cura di Roma nel feb­braio di quest’anno ha dichia­rato chiusa un’inchiesta che con­ferma che Majo­rana visse in Vene­zuela negli anni ’50, ma l’idea del fumetto sullo scien­ziato nasce prima. Come prende vita que­sto pro­getto?
Risponde Fran­ce­sca Ric­cioni: «Mi è capi­tato di voler scom­pa­rire e mi sono resa conto che la mia vita vir­tuale, account sui social e tutto il resto, non mi avrebbe per­messo né di scom­pa­rire, né di rifarmi un’identità. Scon­tran­domi con que­sta cir­co­stanza, ho capito che se dav­vero avessi preso quella deci­sione, sarei rima­sta in realtà a gal­leg­giare in un limbo, una situa­zione di pre­senza in assenza. Più di recente, mi è suc­cesso che un amico mi rac­con­tasse di aver assi­stito a una con­fe­renza in Ger­ma­nia, dove il fisico Leo Kou­we­n­ho­ven pre­sen­tava il suo rile­va­mento del fer­mione di Majo­rana nelle nano­tec­no­lo­gie della mate­ria con­den­sata, tra l’altro con­qui­stan­dosi la coper­tina di Science di mag­gio del 2012. Ho messo insieme que­sti ele­menti ed ho pen­sato che Majo­rana fosse un buo­nis­simo can­di­dato per la mia seconda bio­gra­fia. Tutto que­sto acca­deva in con­tem­po­ra­nea con una bella mostra di Sil­via Roc­chi, che avevo visto e mi era pia­ciuta molto. Majo­rana me lo sono subito imma­gi­nato dise­gnato da lei».
Il fisico cata­nese scom­parve nel 1938 tra Napoli e Cata­nia, entrando per sem­pre nel mito e con­trav­ve­nendo così anche al dik­tat del Duce che annotò il fasci­colo d’inchiesta con un laco­nico e assor­dante «si deve tro­vare». Lungi dal voler ali­men­tare le teo­rie su que­sta spa­ri­zione, l’intento delle autrici è piut­to­sto quello di rac­con­tarne la per­sona nella dimen­sione di scien­ziato. Con un espe­diente nar­ra­tivo di cor­nice che rac­chiude la sto­ria cen­trale, tutto l’impianto si arti­cola su un dop­pio bina­rio: Leo è lo scien­ziato che pre­senta il lavoro di Majo­rana in un’università cali­for­niana set­tan­ta­cin­que anni dopo la sua scom­parsa. La con­fe­renza ripro­dotta nelle tavole è tanto reale quanto le sco­perte del fisico, e quanto le teo­rie di Majo­rana, che ven­gono pro­po­ste in forma sem­pli­fi­cata e acces­si­bile al let­tore. Nel fumetto la parte scien­ti­fica occupa uno spa­zio rila­vante nel libro. Come avete lavo­rato per pro­porre con­te­nuti così densi?
Fran­ce­sca Ric­cioni: «Avendo scelto di occu­parci di Majo­rana e non dei motivi o dell’inchiesta sulla sua scom­parsa, il libro parla sicu­ra­mente di scienza. Abbiamo approc­ciato la mate­ria rac­con­tan­dola in un con­te­sto con­tem­po­ra­neo, tenendo sem­pre ben pre­senti i con­cetti di mate­ria e di anti­ma­te­ria, che quando si incon­trano creano un vuoto, una meta­fora di quello lasciato da Majo­rana. Mi sono pro­po­sta a Sil­via con una sto­ria che è intrisa di scienza, ma di una scienza astratta. Mi inte­res­sava il suo tratto pro­prio per­ché rie­sce a ren­dere que­sto senso di rare­fa­zione che avvolge la vicenda».
Sil­via Roc­chi: «Credo che l’immagine imponga una frui­zione più lenta, e quindi un’attenzione più posata. Quando Fran­ce­sca mi spie­gava i con­cetti fisici, mi faceva notare che la fisica degli anni ’30 era in effetti molto più sem­plice rispetto a quella odierna, ma Majo­rana si occu­pava di fisica astratta, quindi i suoi studi sono in un certo senso attua­lis­simi. Il primo spunto è venuto quando Fran­ce­sca mi ha mostrato le camere a neb­bia– molto gra­fi­che– e ho accet­tato la sfida di ren­derle sulla pagina, risol­vendo con l’applicazione di fili di cotone sulla lastra. In fondo nes­suno ha mai visto le par­ti­celle, quindi dise­gnarle è un para­dosso inte­res­sante».
Diremmo quasi che si tratta di un fumetto a tec­nica mista. Attingi alle recenti espe­rienze di stampa auto­pro­dotta?
Sil­via Roc­chi: «Sì, oltre alle con­suete matite colo­rate e acri­lici ho intro­dotto, com’era già suc­cesso nel libro su Tiziano Ter­zani, degli inserti con tec­ni­che a stampa diverse. Lì si trat­tava di xilo­gra­fia, inci­sione su legno; in que­sto caso invece ho uti­liz­zato la mono­ti­pia cal­co­gra­fica, una stampa rea­liz­zata con un inchio­stro oleoso e molto denso, che ingran­dita può creare delle tex­ture molto adatte a ren­dere l’idea di ele­menti astratti».
Fran­ce­sca Ric­cioni: «A ben vedere uti­liz­ziamo que­sta tec­nica nelle pagine dove si parla di scienza: sono pagine di rac­cordo sospese nel tempo della sto­ria, inte­grate in entrambi i livelli della nar­ra­zione, ma che ne creano al tempo stesso un terzo, quello del discorso scien­ti­fico di Majo­rana valido allora come oggi: lavo­riamo ancora oggi sulle sue teo­rie, per come sono state scritte».
Nelle pagine nar­ra­tive invece l’organizzazione del testo alterna la splash page (tavola a pagina intera) a tavole divise in due grandi vignette oriz­zon­tali. Due modi per pre­sen­tare la vicenda per imma­gini, di nuovo il gioco del dop­pio?
Sil­via Roc­chi: «È una scelta di linea­rità. Ci ser­viva uno schema che desse spa­zio al mio dise­gno: ho un tratto cao­tico, imme­diato, dif­fi­cile da inca­sel­lare nella clas­sica gri­glia a otto».
L’organizzazione rigo­rosa della nar­ra­zione lascia comun­que spa­zio a delle incur­sioni «esterne» come quando nella sto­ria di cor­nice c’è un momento di dis­senso nel ricordo dei moti di Seat­tle nel 2000, rela­tivi alla libera ricerca scien­ti­fica e alla lotta con­tro i bre­vetti. Un attrito che si riflette-di nuovo il gioco del dop­pio nar­ra­tivo– nella sto­ria di allora, quando le ricer­che e la per­so­na­lità di Ettore Majo­rana si scon­tra­vano con un pen­siero scien­ti­fico domi­nante, tanto da non farlo sen­tire mai del tutto inte­grato al gruppo dei ragazzi di Via Pani­sperna o da com­pli­care i rap­porti con lo stesso Enrico Fermi, che diri­geva l’Istituto di Fisica a Roma.
Fran­ce­sca Ric­cioni: «Fermi e Majo­rana erano due per­sone diverse. Fermi era un fisico di mestiere, la ricerca era il suo lavoro, un’attività che poi sfo­ciò in quel com­pro­messo tri­ste­mente noto che è la vicenda di Los Ala­mos. Majo­rana era un ari­sto­cra­tico cata­nese ed un genio, a detta dello stesso Fermi, e aveva una visione e un approc­cio diver­sis­simo alla scienza e alla ricerca, quasi este­tico. Abbiamo cer­cato di ren­dere que­sta sua mera­vi­glia di fronte alla natura sici­liana, nel momento in cui dopo il periodo romano, torna a Cata­nia. Cre­diamo che avesse o sen­tisse una sorta di com­pren­sione totale della natura».
Lo stesso Leo­nardo Scia­scia, nel suo bel libro La scom­parsa di Majo­rana, insi­ste molto su que­sta duplice ten­sione: l’emozione e la feb­bri­lità della sco­perta che ani­ma­vano il gio­vane scien­ziato, con­tro il suo sot­trarsi alla divul­ga­zione pub­blica, tanto da arri­vare ad elu­dere la pater­nità di certe teo­rie e in qual­che modo a non «con­ce­dersi» quasi mai in forma scritta o attra­verso l’insegnamento.
C’è un unico grande ritratto di Ettore nel libro, a parte quello di coper­tina, nel quale inse­rite una lapi­da­ria bat­tuta «io non so nulla, io non ho mai saputo nulla». Si tratta di una nota carat­te­riale rela­tiva alla riser­va­tezza che Scia­scia defi­ni­sce pro­pria di «tutti i sici­liani ‘buoni’, dei sici­liani migliori» o di quella pro­ver­biale mode­stia die­tro la quale si asser­ra­gliava per non con­ce­dersi allo scien­ti­fic system?
Fran­ce­sca Ric­cioni: «Libera inter­pre­ta­zione, ma la frase è nostra. Nella pagina è rias­sunto il «segreto» cui fa rife­ri­mento il titolo, il mistero sulle ricer­che svolte, dovuto al fatto che Majo­rana pub­bli­cava pochis­simo. Alcuni dicono che non fosse mai sicuro di quello che scri­veva e tro­vava, ma vero è anche che le teo­rie sono vere appena pub­bli­cate e che poi pos­sono essere con­fu­tate: fa parte del gioco della scienza. Un gioco al quale Majo­rana non si piega».
Un libro che mostra una scelta auto­riale corag­giosa che avvalla le infi­nite pos­si­bi­lità del fumetto nella comu­ni­ca­zione scientifico-divulgativa. A che pub­blico avete pen­sato men­tre scri­ve­vate?
Fran­ce­sca Ric­cioni: «Quando si scrive di scienza si pensa sem­pre alla comu­nità scien­ti­fica e al rigore di ciò che si scrive: tutti sono attenti a come viene uti­liz­zata la pro­pria pro­du­zione quando rivolta a un pub­blico non spe­cia­liz­zato, ma in gene­rale è un libro rivolto a tutti».
Sil­via Roc­chi: «È molto sem­plice. Io di fisica non so niente, così quando Fran­ce­sca mi spie­gava le teo­rie di Majo­rana mi chie­devo se il let­tore le avrebbe capite; man a mano che defi­ni­vamo la strut­tura della sto­ria però, mi sono accorta che sor­ge­vamo simi­li­tu­dini inte­res­santi come quella dello spec­chio. Attra­verso la meta­fora abbiamo cer­cato un’apertura este­tica che potesse tra­smet­tere o quan­to­meno allu­dere ad un con­te­nuto scien­ti­fico».
Il Mistero di Majo­rana si gusta come un atteso frutto edi­to­riale che regala un sapore nuovo alla nar­ra­zione illu­strata della scienza e della sto­ria della scienza. Ric­cioni e Roc­chi lo offrono al let­tore con una spinta di auto­de­ter­mi­na­zione lode­vole, la prima con una scrit­tura che rende acces­si­bili i con­cetti fisici inve­sti­gati dallo stu­dioso cata­nese, e la seconda affi­dan­dosi al suo tratto impul­sivo e denso, alla varietà delle sue matite e alla fre­schezza delle com­po­si­zioni (che a que­sto Comi­con 2015 gli sono valse il pre­mio Nuove Strade, asse­gnato dal Cen­tro del fumetto Andrea Pazienza). Un approc­cio com­ple­men­tare ad uno stesso argo­mento, fon­dato sull’assioma del rispetto per la figura e per la fami­glia del genio cata­nese. Il risul­tato è una sto­ria nella quale si respira quel sof­fio eterno delle brezze del sud, quell’aria sospesa delle terre che furono testi­moni dell’ultimo anno della vita (cono­sciuta) del genio cata­nese. La domanda che sog­giace nel silen­zio della scom­parsa è quella imper­ti­nente, appro­fon­dita in chiave tec­no­lo­gica nel diver­tente epi­logo di Tiziano Bonini, che le autrici rivol­gono al let­tore nello spa­zio bianco: e voi, avete mai pen­sato di sparire?

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