
Il nipote e la verità su Majorana: non si uccise, io credo a Sciascia
«Lui in Venezuela? Non escludiamo nulla, aveva capacità enormi». «Giocava a calcolare chi avrebbe vinto una guerra: un umorismo para-matematico»di Massimo Sideri Corriere 6.2.15
Parla la famiglia. Ettore Majorana in Venezuela? Una bufala
Marco Iacona siciliajournal 05/02/15
Chiara Sarra - il Giornale Mer, 04/02/2015
“Ettore Majorana vivo tra il ’55 e il ’59, si trovava in Venezuela”La Procura di Roma sulla scomparsa del fisico catanese: “Un trasferimento volontario”
Di sicuro c’è solo che è scomparso e che lo ha fatto volontariamente. Ettore Majorana, il fisico catanese che diede un fondamentale impulso agli studi sull’energia atomica e sparì nel nulla il 25 marzo del 1938, non sarebbe stato ucciso né si sarebbe tolto la vita, così come più volte è stato ipotizzato in una girandola di supposizioni, congetture e ricerche che spinsero persino Benito Mussolini a promettere la fiabesca ricompensa di 30mila lire a chi avesse fornito notizie dello scienziato. E neppure si sarebbe rifugiato in un monastero, come fantasticò nel 1975 lo scrittore Leonardo Sciascia che al grande mistero italiano della scomparsa di Majorana dedicò uno dei suoi capolavori, attribuendo la fuga del fisico alle sue intuizioni sullo sviluppo della bomba atomica e alle conseguenze disastrose che ne sarebbero scaturite. Quella sera di primavera, salendo sul piroscafo che da Napoli doveva portarlo a Palermo, lo scienziato allora trentunenne si dileguò volutamente con la prospettiva di abbandonare il paese facendo perdere le sue tracce.
A quasi ottant’anni di distanza, è questa la conclusione della Procura di Roma che oggi sembra aver risolto il caso: l’ex ragazzo dell’istituto di Fisica di via Panisperna che, con Emilio Segre, Bruno Pontecorvo ed Edoardo Amaldi, fu tra i protagonisti delle grandi scoperte sull’atomo, nel periodo tra il 1955 e il 1959 si trovava in Sudamerica, nella città venezuelana di Valencia, dove risiedeva con una donna facendosi chiamare “signor Bini”. E se la sua ultima lettera ai familiari ha contribuito per anni a rafforzare l’ipotesi del suicidio (“Ho un solo desiderio – scriveva Majorana – che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”), si trattava evidentemente di un escamotage per far perdere più rapidamente le sue tracce: lo scienziato non aveva alcuna intenzione di togliersi la vita, tanto è vero che vent’anni dopo una fotografia lo mostra sorridente in Sudamerica, mettendo fine, forse per sempre, a gran parte del suo mistero.
DOPO AVER APERTO quattro anni fa un’indagine sulla sparizione del fisico catanese, il pm di Roma Pierfilippo Laviani ora ha chiesto l’archiviazione del caso, confermando che quell’immagine scattata nel ’55, ed esibita nel 2008 dal meccanico Francesco Fasani davanti alle telecamere della trasmissione Chi l’ha visto, ritrae effettivamente l’emigrato italiano in compagnia del fisico che fu al centro del più grande caso di morte presunta del Novecento, con corredo di interrogativi a cavallo tra politica, scienza e religione. La conferma viene dal Ris dei carabinieri: “Il risultato della comparazione dell’uomo ritratto nell’istantanea – scrive il pm Laviani – ha portato alla perfetta sovrapponibilità dei particolari anatomici del fisico (‘fronte, naso, zigomi, mento e orecchie, queste ultime anche nell’inclinazione rispetto al cranio’) con quelli di un ritratto del padre Fabio quando aveva la stessa età di Ettore (cioè circa 50 anni) ”.
Nessuna condotta “delittuosa o autolesiva della vita o contro la libertà di determinazione e movimento” ha posto fine all’esistenza di Ettore Majorana, insomma, perché lo scienziato – si legge nel provvedimento – “si è trasferito volontariamente all’estero, permanendo in Venezuela almeno nel periodo tra il ’55 e il ’59”. Il meccanico con affari a Valencia che ha risolto il rebus, e poi è deceduto qualche anno fa, aveva raccontato agli inquirenti di aver conosciuto “il signor Bini” e di aver saputo anni dopo che si trattava di uno scienziato scomparso in Italia durante il Ventennio fascista. Fasani lo descriveva come “un uomo di mezza età”, estremamente riservato di cui non conobbe mai il nome di battesimo. E raccontò che si dedicava a ripulire la sua auto, una Studebaker di colore giallo, perché spesso era “ingombra di appunti”. Bini-Majorana “parlava con accento romano” e a causa di un problema economico chiese a Fasani un prestito. L’uomo, in cambio, ottenne la foto che li ritraeva insieme. Ma il dettaglio che ha chiuso definitivamente l’indagine è una cartolina risalente al 1920, a firma di Quirino Majorana, zio di Ettore, che Fasani trovò nell’auto del signor Bini. La cartolina era diretta a un certo W. G. Conklin negli Usa: sul retro, Quirino Majorana comunicava alcune esperienze di laboratorio sulla forza di gravità, facendo riferimento a “suggerimenti” che Conklin gli aveva esposto in precedenza. “Il reperimento di siffatta missiva – è la conclusione del pm Laviani – conferma la vera identità di costui come Ettore Majorana, stante il rapporto di parentela con lo zio Quirino, la medesima attività di docenti di fisica e il frequente rapporto epistolare già intrattenuto tra gli stessi, avente spesso contenuto scientifico”.
UNA DOMANDA è destinata a restare senza risposta: cosa faceva Majorana in Venezuela? Si era nascosto in Sudamerica dopo un soggiorno in Germania, così come aveva ipotizzato la cosiddetta pista tedesca che gli accreditava simpatie naziste e persino una collaborazione con gli scienziati del Terzo Reich? L’autorità giudiziaria non ha potuto svolgere accertamenti in loco, e ha denunciato “l’inerzia degli organi diplomatici venezuelani” che non hanno collaborato alle indagini. Il mistero del Ventennio, così, non può dirsi del tutto risolto. Anche se per il pm, la testimonianza di Fasani appare più che decisiva: gli inquirenti ipotizzano che lo scienziato fosse affetto dalla sindrome di Asperger e il meccanico, “pur essendo privo di conoscenze di natura psichiatrica”, avrebbe fornito una “descrizione caratteriale e comportamentale” che costituisce un’ulteriore prova dell’identità tra Bini e Majorana.
Quel mistero che affascinò anche Sciasciadi Paolo Giordano Corriere 5.2.15
Chissà perché non sappiamo darci pace quando una persona sceglie di scomparire. Forse è la pretesa all’immortalità implicita nel gesto a indignarci, l’impossibilità di mettere una data di decesso accanto al nome. Oppure, ciò che non ci lascia stare della storia di Ettore Majorana è che un uomo di tale genio potesse decidere che la realtà come l’aveva sperimentata fino a un momento prima non gli era davvero congeniale, e potesse sacrificare affetti e ambizioni per questa consapevolezza. Se uno ci si sofferma abbastanza a lungo, in effetti, si scopre messo in dubbio così profondamente da perdere il sonno. Allora, per non pensarci, abbiamo cercato e cercato. Sciascia ha scritto una delle sue cronache impettite più celebri, molti dopo di lui hanno riesaminato il caso, e noi abbiamo accumulato ipotesi per decenni: Majorana era diventato un collaboratore di Hitler?, vagava in cenci per la Sicilia aggrappato a un bastone?, ripudiava il mondo perché era troppo intelligente per venire a patti con le sue brutture?, oppure aveva scoperto il segreto dei viaggi nel tempo e scelto per sé un’epoca migliore?
La fisica moderna porta impresso ancora oggi il suo sigillo. Le particelle collegate al suo nome — i neutrini — sono tra le più difficili da rivelare, la loro presenza viene dedotta in quanto assenza in un processo: una somiglianza fra cammino scientifico e destino individuale che appare straordinaria. Non solo. Majorana ipotizzò l’esistenza di materia che coincideva con la propria antimateria: particelle che erano anche le perfette estranee di se stesse. Può darsi che fosse così anche per l’uomo e che, a un certo punto, l’estraneo in lui abbia prevalso, trascinandolo via. «Non mi prendere per una ragazza ibseniana», scrisse nella sua ultima lettera e magari si riferiva all’intemperante Nora di Casa di bambola , al momento in cui confessa al marito ciò che ha capito «in un attimo»: di essere vissuta troppo a lungo con uno sconosciuto. Ma è soltanto un’altra ipotesi. Sul conturbante affaire Majorana ho sempre avuto una certezza soltanto: che se per caso lo avessi incontrato, già anziano, su un’abbacinante spiaggia caraibica, mi avrebbe convinto con poche frasi a non tradire il suo segreto. E io avrei ubbidito, fino alla fine.Su Majorana vince Sciascia
di Lorenzo Mondo La Stampa 8.2.15
Fra i ritrovamenti ottenuti da “Chi l’ha visto” ce ne sarebbe uno prodigioso, per la personalità dello scomparso e gli indizi avventurosi che conducono a lui. Si tratta di Ettore Majorana, il genio della fisica, di cui si persero le tracce nel 1938 mentre viaggiava in piroscafo da Palermo a Napoli. Varie furono le congetture, anche le più estreme, sulla sua sparizione. Ma nel 2008 un emigrato italiano, Francesco Fasani, telefonò al programma televisivo sostenendo di avere conosciuto Majorana, tra il 1955 e il 1959, in Venezuela, dove viveva sotto falso nome. Adduceva come prova una fotografia che li ritraeva entrambi davanti a una banca. Adesso la Procura di Roma ha riaperto le indagini, suffragate “scientificamente” dalla sovrapponibilità dei particolari anatomici di Majorana con quelli del padre. Il testimone, a quanto ne sappiamo, non ha spiegato perché fungesse da autista di Ettore, del quale ignoriamo i mezzi di sostentamento e che viene rappresentato come un asociale in bolletta.
Conta particolarmente il fatto che la famiglia si mostri scettica sulle presunte rivelazioni. Salvatore Majorana, un pronipote di Ettore, in un’intervista rilasciata al «Corriere della sera» oltre a contestare minori dettagli, non ravvisa i suoi tratti nella fotografia esibita dal Fasani. È possibile - sostiene- che il congiunto sia emigrato clandestinamente ma, anche «ipotizzando che possa avere avuto una vita difficile», quel volto non presenta nessun legame con l’immagine vulgata e accertata del giovane Majorana. La semplice guardata di un familiare mette in forse le conclusioni del Ris. Si ha comunque l’impressione che l’inopinato ritrovamento, questo sì, di un testimone, a tanti anni di distanza e venuto a mancare recentemente, non risolverà il mistero. E ne uscirà avvalorata l’inchiesta di Leonardo Sciascia. Si era appassionato al caso, non soltanto per i suoi risvolti pirandelliani, e sulla «Scomparsa di Majorana» ha scritto un affascinante libriccino. Dove esprime la convinzione che Ettore si sia recluso dal mondo nella certosa di Serra San Bruno, in Calabria. Avrebbe deciso di sprofondare nell’oblio perché oppresso dall’angoscia e dallo spavento, perché aveva intravisto in «una manciata di atomi» una minaccia terribile per le sorti dell’umanità. Teniamoci buona l’intuizione di Sciascia. La sua ragionata inchiesta sul campo non ha ottenuto una indiscussa verità fattuale, alla quale sopperisce tuttavia una poetica verità. Che, in assenza di irrecusabili alternative, resiste, non soltanto come possibile ricostruzione dell’accaduto, ma come limpida affermazione di valori morali e civili.
Il mistero del fisico scomparso Graphic Novel. Presentato e premiato al Comicon di Napoli "Il segreto di Majorana", romanzo illustrato che rende accessibili i concetti fisici investigati dal fisico catanese Virginia Tonfoni, 9.5.2015
Avvolta da un mistero intricato quanto le sue scoperte scientifiche, la figura di Ettore Majorana riaffiora periodicamente nei telegiornali. Ma aldilà delle congetture, delle supposizioni, di quel brusio sommesso ma costante relativo alla scomparsa dello scienziato e ai motivi che la determinarono, resta l’assenza. Un vuoto su cui Francesca Riccioni (già sceneggiatrice di Enigma, la strana vita di Alan Turing, accanto a Tuono Pettinato) e Silvia Rocchi (autrice delle biografie a fumetti su Alda Merini e Tiziano Terzani) costruiscono il grafic novel Il segreto di Majorana, pubblicato da Rizzoli Lizard e presentato al Comicon di Napoli, dove incontriamo le autrici.
La procura di Roma nel febbraio di quest’anno ha dichiarato chiusa un’inchiesta che conferma che Majorana visse in Venezuela negli anni ’50, ma l’idea del fumetto sullo scienziato nasce prima. Come prende vita questo progetto?
Risponde Francesca Riccioni: «Mi è capitato di voler scomparire e mi sono resa conto che la mia vita virtuale, account sui social e tutto il resto, non mi avrebbe permesso né di scomparire, né di rifarmi un’identità. Scontrandomi con questa circostanza, ho capito che se davvero avessi preso quella decisione, sarei rimasta in realtà a galleggiare in un limbo, una situazione di presenza in assenza. Più di recente, mi è successo che un amico mi raccontasse di aver assistito a una conferenza in Germania, dove il fisico Leo Kouwenhoven presentava il suo rilevamento del fermione di Majorana nelle nanotecnologie della materia condensata, tra l’altro conquistandosi la copertina di Science di maggio del 2012. Ho messo insieme questi elementi ed ho pensato che Majorana fosse un buonissimo candidato per la mia seconda biografia. Tutto questo accadeva in contemporanea con una bella mostra di Silvia Rocchi, che avevo visto e mi era piaciuta molto. Majorana me lo sono subito immaginato disegnato da lei».
Il fisico catanese scomparve nel 1938 tra Napoli e Catania, entrando per sempre nel mito e contravvenendo così anche al diktat del Duce che annotò il fascicolo d’inchiesta con un laconico e assordante «si deve trovare». Lungi dal voler alimentare le teorie su questa sparizione, l’intento delle autrici è piuttosto quello di raccontarne la persona nella dimensione di scienziato. Con un espediente narrativo di cornice che racchiude la storia centrale, tutto l’impianto si articola su un doppio binario: Leo è lo scienziato che presenta il lavoro di Majorana in un’università californiana settantacinque anni dopo la sua scomparsa. La conferenza riprodotta nelle tavole è tanto reale quanto le scoperte del fisico, e quanto le teorie di Majorana, che vengono proposte in forma semplificata e accessibile al lettore. Nel fumetto la parte scientifica occupa uno spazio rilavante nel libro. Come avete lavorato per proporre contenuti così densi?
Francesca Riccioni: «Avendo scelto di occuparci di Majorana e non dei motivi o dell’inchiesta sulla sua scomparsa, il libro parla sicuramente di scienza. Abbiamo approcciato la materia raccontandola in un contesto contemporaneo, tenendo sempre ben presenti i concetti di materia e di antimateria, che quando si incontrano creano un vuoto, una metafora di quello lasciato da Majorana. Mi sono proposta a Silvia con una storia che è intrisa di scienza, ma di una scienza astratta. Mi interessava il suo tratto proprio perché riesce a rendere questo senso di rarefazione che avvolge la vicenda».
Silvia Rocchi: «Credo che l’immagine imponga una fruizione più lenta, e quindi un’attenzione più posata. Quando Francesca mi spiegava i concetti fisici, mi faceva notare che la fisica degli anni ’30 era in effetti molto più semplice rispetto a quella odierna, ma Majorana si occupava di fisica astratta, quindi i suoi studi sono in un certo senso attualissimi. Il primo spunto è venuto quando Francesca mi ha mostrato le camere a nebbia– molto grafiche– e ho accettato la sfida di renderle sulla pagina, risolvendo con l’applicazione di fili di cotone sulla lastra. In fondo nessuno ha mai visto le particelle, quindi disegnarle è un paradosso interessante».
Diremmo quasi che si tratta di un fumetto a tecnica mista. Attingi alle recenti esperienze di stampa autoprodotta?
Silvia Rocchi: «Sì, oltre alle consuete matite colorate e acrilici ho introdotto, com’era già successo nel libro su Tiziano Terzani, degli inserti con tecniche a stampa diverse. Lì si trattava di xilografia, incisione su legno; in questo caso invece ho utilizzato la monotipia calcografica, una stampa realizzata con un inchiostro oleoso e molto denso, che ingrandita può creare delle texture molto adatte a rendere l’idea di elementi astratti».
Francesca Riccioni: «A ben vedere utilizziamo questa tecnica nelle pagine dove si parla di scienza: sono pagine di raccordo sospese nel tempo della storia, integrate in entrambi i livelli della narrazione, ma che ne creano al tempo stesso un terzo, quello del discorso scientifico di Majorana valido allora come oggi: lavoriamo ancora oggi sulle sue teorie, per come sono state scritte».
Nelle pagine narrative invece l’organizzazione del testo alterna la splash page (tavola a pagina intera) a tavole divise in due grandi vignette orizzontali. Due modi per presentare la vicenda per immagini, di nuovo il gioco del doppio?
Silvia Rocchi: «È una scelta di linearità. Ci serviva uno schema che desse spazio al mio disegno: ho un tratto caotico, immediato, difficile da incasellare nella classica griglia a otto».
L’organizzazione rigorosa della narrazione lascia comunque spazio a delle incursioni «esterne» come quando nella storia di cornice c’è un momento di dissenso nel ricordo dei moti di Seattle nel 2000, relativi alla libera ricerca scientifica e alla lotta contro i brevetti. Un attrito che si riflette-di nuovo il gioco del doppio narrativo– nella storia di allora, quando le ricerche e la personalità di Ettore Majorana si scontravano con un pensiero scientifico dominante, tanto da non farlo sentire mai del tutto integrato al gruppo dei ragazzi di Via Panisperna o da complicare i rapporti con lo stesso Enrico Fermi, che dirigeva l’Istituto di Fisica a Roma.
Francesca Riccioni: «Fermi e Majorana erano due persone diverse. Fermi era un fisico di mestiere, la ricerca era il suo lavoro, un’attività che poi sfociò in quel compromesso tristemente noto che è la vicenda di Los Alamos. Majorana era un aristocratico catanese ed un genio, a detta dello stesso Fermi, e aveva una visione e un approccio diversissimo alla scienza e alla ricerca, quasi estetico. Abbiamo cercato di rendere questa sua meraviglia di fronte alla natura siciliana, nel momento in cui dopo il periodo romano, torna a Catania. Crediamo che avesse o sentisse una sorta di comprensione totale della natura».
Lo stesso Leonardo Sciascia, nel suo bel libro La scomparsa di Majorana, insiste molto su questa duplice tensione: l’emozione e la febbrilità della scoperta che animavano il giovane scienziato, contro il suo sottrarsi alla divulgazione pubblica, tanto da arrivare ad eludere la paternità di certe teorie e in qualche modo a non «concedersi» quasi mai in forma scritta o attraverso l’insegnamento.
C’è un unico grande ritratto di Ettore nel libro, a parte quello di copertina, nel quale inserite una lapidaria battuta «io non so nulla, io non ho mai saputo nulla». Si tratta di una nota caratteriale relativa alla riservatezza che Sciascia definisce propria di «tutti i siciliani ‘buoni’, dei siciliani migliori» o di quella proverbiale modestia dietro la quale si asserragliava per non concedersi allo scientific system?
Francesca Riccioni: «Libera interpretazione, ma la frase è nostra. Nella pagina è riassunto il «segreto» cui fa riferimento il titolo, il mistero sulle ricerche svolte, dovuto al fatto che Majorana pubblicava pochissimo. Alcuni dicono che non fosse mai sicuro di quello che scriveva e trovava, ma vero è anche che le teorie sono vere appena pubblicate e che poi possono essere confutate: fa parte del gioco della scienza. Un gioco al quale Majorana non si piega».
Un libro che mostra una scelta autoriale coraggiosa che avvalla le infinite possibilità del fumetto nella comunicazione scientifico-divulgativa. A che pubblico avete pensato mentre scrivevate?
Francesca Riccioni: «Quando si scrive di scienza si pensa sempre alla comunità scientifica e al rigore di ciò che si scrive: tutti sono attenti a come viene utilizzata la propria produzione quando rivolta a un pubblico non specializzato, ma in generale è un libro rivolto a tutti».
Silvia Rocchi: «È molto semplice. Io di fisica non so niente, così quando Francesca mi spiegava le teorie di Majorana mi chiedevo se il lettore le avrebbe capite; man a mano che definivamo la struttura della storia però, mi sono accorta che sorgevamo similitudini interessanti come quella dello specchio. Attraverso la metafora abbiamo cercato un’apertura estetica che potesse trasmettere o quantomeno alludere ad un contenuto scientifico».
Il Mistero di Majorana si gusta come un atteso frutto editoriale che regala un sapore nuovo alla narrazione illustrata della scienza e della storia della scienza. Riccioni e Rocchi lo offrono al lettore con una spinta di autodeterminazione lodevole, la prima con una scrittura che rende accessibili i concetti fisici investigati dallo studioso catanese, e la seconda affidandosi al suo tratto impulsivo e denso, alla varietà delle sue matite e alla freschezza delle composizioni (che a questo Comicon 2015 gli sono valse il premio Nuove Strade, assegnato dal Centro del fumetto Andrea Pazienza). Un approccio complementare ad uno stesso argomento, fondato sull’assioma del rispetto per la figura e per la famiglia del genio catanese. Il risultato è una storia nella quale si respira quel soffio eterno delle brezze del sud, quell’aria sospesa delle terre che furono testimoni dell’ultimo anno della vita (conosciuta) del genio catanese. La domanda che soggiace nel silenzio della scomparsa è quella impertinente, approfondita in chiave tecnologica nel divertente epilogo di Tiziano Bonini, che le autrici rivolgono al lettore nello spazio bianco: e voi, avete mai pensato di sparire?
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