mercoledì 4 febbraio 2015

Invecchiare nella società postmoderna

C'è una vita prima della morte?
Miguel Benasayag e Riccardo Mazzeo: C’è una vita prima della morte?, Erikson

Risvolto

Questo libro parla di come è cambiato, nell’Occidente contemporaneo, il modo di vivere l’età anziana. In passato, un «vecchio» era l’immagine autorevole a cui i giovani guardavano con rispetto e da cui cercavano esempio e ispirazione. 
Oggi, invece, l’età dei legami fluidi e dei rapporti virtuali genera persone che invecchiano senza diventare anziane, e le costringe a scegliere tra le opzioni — egualmente svalutanti — di abdicare al proprio ruolo di guida pagando il prezzo dell’esclusione sociale o imitare i ragazzi in una deriva di ridicolo giovanilismo.
D’altro canto, alla negazione dell’età anziana corrisponde in modo speculare lo smarrimento di quella giovanile, sempre meno in grado di riconoscere il proprio desiderio, formattata dalla società dei consumi e incapace di assumere le reali possibilità della propria giovinezza.
Dalla riflessione sui cicli di vita snaturati e sulle modalità di restituire un senso al presente prende le mosse il dialogo tra Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista di fama internazionale, autore del best-seller L’epoca delle passioni tristi e Riccardo Mazzeo, editor delle Edizioni Erickson e autore con Zygmunt Bauman di Conversazioni sull’educazione.


I forzati di un eterno presente 
Saggi. «C’è una vita prima della morte?» di Miguel Benasayag e Riccardo Mazzeo per Erikson editore. Giovani e anziani. Due condizioni biologiche negate da un esasperato giovanilismo

Benedetto Vecchi, il Manifesto 3.2.2015 

Un dia­logo sull’anzianità, sul rap­porto tra le gene­ra­zioni. E dun­que anche una rico­gni­zione sull’adolescenza. Sono que­sti i temi affron­tati nel volume fir­mato da Miguel Bena­sa­yad e Ric­cardo Maz­zeo (C’è una vita prima della morte?, Erick­son edi­zioni, pp. 134, euro 15). Due autori diver­sis­simi tra loro, ma acco­mu­nati da una stessa ten­sione, l’irriducibilità a una con­ce­zione domi­nante che can­cella la pos­si­bi­lità di un dia­logo tra diverse gene­ra­zioni e un’alterità verso chi ritiene che i pro­blemi delle società con­tem­po­ra­nee deri­vino dalla man­cata «rot­ta­ma­zione» di chi siede da decenni sugli scranni del potere senza avere nes­suna inten­zione di lasciare il passo ai «giovani». 
Miguel Bena­sa­yag è uno psi­coa­na­li­sta con una solida pre­pa­ra­zione filo­so­fica (la prima lau­rea l’ha avuto pro­prio in que­sta disci­plina). Diri­gente poli­tico della sini­stra rivo­lu­zio­na­ria in Argen­tina, ha fatto la scelta della lotta armata per con­tra­stare il potere mili­tare. Arre­stato ha cono­sciuto il car­cere e la tor­tura. Ripa­rato for­tu­no­sa­mente in Fran­cia, ha appro­fon­dito gli studi della psi­coa­na­lisi e da alcuni decenni si occupa di devianza, mar­gi­na­lità e disagi psi­chico nelle isti­tu­zioni psi­chia­tri­che fran­cesi. Spi­no­ziano con­vinto ha scritto un for­tu­nato sag­gio sulle Pas­sioni tri­sti del tar­do­ca­pi­ta­li­smo (Fel­tri­nelli). Ric­cardo Maz­zeo, invece, è un edi­tor della casa edi­trice Erick­son, ma da alcuni anni ha incon­trato più volte alcuni «grandi vec­chi» della cul­tura euro­pea (Edgar Morin e Zyg­munt Bau­man), traen­done mate­riali per impor­tanti libri sull’educazione, su Marx e ristam­pando sem­pre per Erick­son, con una nuova tra­du­zione e intro­du­zione, il sag­gio di Edgar Morin su L’uomo e la morte . Il dia­logo pre­sen­tato in que­sto libro segue due diret­trici paral­lele, anzi inter­di­pen­denti. L’anzianità è una con­di­zione umana negata. Chi ha dop­piato la boa della matu­rità dif­fi­cil­mente accetta di entrare in una fase della pro­pria vita che ha una sua spe­ci­fi­cità (l’esperienza accu­mu­lata, un certo deca­di­mento fisico) che nel pas­sato erano sino­nimo se non di sag­gezza, almeno di mag­giore capa­cità di affron­tare una vita sociale non sem­pre gene­rosa. Gli anziani, afferma Bena­sa­yag inse­guono il sogno di una eterna gio­vi­nezza. La chi­mica, il fit­ness sor­reg­gono que­sto esa­spe­rato e tri­ste gio­va­ni­li­smo. Ma quello che lo stu­dioso argen­tino rifiuta è l’irrilevanza che tanto gli anziani che gli ado­le­scenti asse­gnano alla «tra­smis­sione» dell’esperienza accu­mu­lata. Se per i gio­vani ciò è com­pren­si­bile, la rinun­cia a que­sta fun­zione degli anziani è cata­stro­fica per l’insieme della società.
Né Bena­sa­yag, né Maz­zeo fanno pro­pria la cam­pa­gna con­tro i gio­vani che in molti paesi euro­pei e negli Stati Uniti vede pro­ta­go­ni­sti espo­nenti poli­tici, comi­tati di geni­tori o «esperti» nel trat­teg­giare i gio­vani siano come una «classe peri­co­losa» da repri­mere per­ché attenta all’ordine sociale Sono tut­ta­via con­sa­pe­voli che la man­cata tra­smis­sione dell’esperienza tra gene­ra­zioni accen­tua com­por­ta­menti «devianti» tra gli ado­le­scenti. E che se qual­che respon­sa­bi­lità di que­sta situa­zione va cer­cata è da tro­vare pro­prio nel «gio­va­ni­li­smo» esa­spe­rato degli anziani. A ognuno il suo ruolo, sosten­gono i due autori. Gli anziani sono forti della loro espe­rienza. Hanno una per­ce­zione del tempo e del dive­nire della realtà meno rap­so­dica, sin­co­pata di quanto può invece per­ce­pire un gio­vane. Due moda­lità dif­fe­renti del vivere in società entrambi legit­timi. Entrambi sono però con­dan­nati a vivere in un eterno presente. 
Ci sono pas­saggi molti belli in que­sto ser­rato dia­logo. Come quando Bena­sa­yag segnala le dif­fi­coltà dei gio­vani a tro­vare il loro posto in società a causa del «gio­va­ni­li­smo» degli anziani. Oppure quando Maz­zeo segnala la sof­fe­renza pro­vo­cata da una società che ammicca all’esasperato con­sumo dei gio­vani, met­tendo con­tem­po­ra­nea­mente in campo poli­ti­che sociali che con­si­de­rano una quota della popo­la­zioni degli «scarti umani» da get­tare nelle disca­ri­che sociali che costel­lano le metro­poli contemporanee. 
Bena­sa­yag lam­bi­sce anche il tema di come le tec­no­lo­gie modi­fi­cano la capa­cità comu­ni­ca­tiva e l’apprendimento tanto nei gio­vani che nei «vec­chi». La mani­fe­sta­zione di alcuni disturbi — il defi­cit di atten­zione, la per­dita di memo­ria, la dif­fi­coltà di appren­dere com­pe­tenze scien­ti­fi­che — deri­vanti dalla per­va­si­vità delle tec­no­lo­gie –com­pu­ter smart­phone, ma anche la tv — sono affron­tati da schiere di esperti che scen­dono in campo solo per «medi­ca­liz­zare» la realtà sociale.
Le due con­di­zioni bio­lo­gi­che, l’anzianità e il suo con­tral­tare, l’adolescenza, sono affron­tati da come espres­sione del rigetto, meglio della rimo­zione della morte, anch’essa mani­fe­sta­zione di un ine­lu­di­bile approdo bio­lo­gico. Ma che nel fare que­sto, quella stessa società che ha paura della morte ali­menta un per­va­sivo e distrut­tivo sen­ti­mento mor­ti­fero nelle rela­zioni sociali.

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