mercoledì 4 febbraio 2015

Hansen e l'Atene neoclassica: una mostra



Lo sfondo neoclassico di Syriza
Architettura. In mostra ad Atene i disegni del danese Theophil Hansen, l'inventore della città moderna e colui che purificherà i monumenti dell'AcropoliGiovanni Garroni, il Manifesto ATENE, 4.2.2015


Nei giorni eufo­rici di Syriza decine di cor­ri­spon­denti ci hanno par­lato da Atene con alle spalle il pro­nao neo­clas­sico della sala stampa: lo Zap­peion; e al comi­zio della vit­to­ria, Tsi­pras esi­biva la sce­no­gra­fia del por­tico ionico dell’Università. Asso­ciamo quasi ovvia­mente il neo­clas­si­ci­smo alla Gre­cia, ma que­sto con­nu­bio ha ori­gini rela­ti­va­mente recenti: risal­gono alla crea­zione del nuovo stato indi­pen­dente che, con la scelta di Atene come capi­tale nel 1834, mette in moto una impo­nente atti­vità edi­li­zia. L’Atene moderna è una città di fon­da­zione intorno al far­dello, ingom­brante sto­ri­ca­mente, dell’Acropoli.
Fino al 16 feb­braio pros­simo, c’è l’eccezionale occa­sione di poter vedere alla Theo­cha­ra­kis Foun­da­tion i pro­getti ori­gi­nali di que­ste strut­ture urbane, attra­verso l’esposizione di circa due­cento dise­gni dell’architetto danese Theo­phil Han­sen (1813–1891). 
A lui si devono molti edi­fici dell’Atene neo­clas­sica come l’Osservatorio (1846), il palazzo Deme­trios all’angolo di Syn­tagma (1842), la cat­te­drale cat­to­lica (1842–62), la cele­bre Tri­lo­gia — Biblio­teca, Uni­ver­sità (que­sta pro­get­tata dal fra­tello Chri­stian nel 1842) e Acca­de­mia (1855–59) — lo Zap­peion (1880–1888) e nume­rosi altri pro­getti sem­pre ad Atene, Ber­lino, Vienna, Copenhagen. 
Han­sen ebbe una for­ma­zione Beaux-Arts, con uno sguardo diretto verso il teso clas­si­ci­smo di Schin­kel; nel 1838, dopo un breve viag­gio in Ger­ma­nia e nel Veneto, rag­giunse ad Atene, capi­tale del neo­nato Regno, il fra­tello Chri­stian: qui, tra l’altro, si occu­perà della «puri­fi­ca­zione» dei monu­menti dell’Acropoli. 
La mostra espone i dise­gni cro­no­lo­gi­ca­mente e per pro­getto; con un’appendice di qual­che mobile, a ricordo della sua più ampia for­ma­zione, di dise­gni di fram­menti dei marmi dell’Acropoli, rapidi appunti a matita e un note­vole foglio con i ritratti dei com­pa­gni di viag­gio. Mate­riale che ci resti­tui­sce la sua grande perizia. 


Non ci sono foto­gra­fie degli edi­fici ad aiu­tarci, ma que­sta scelta ha il pre­gio di tenere il dise­gno al cen­tro della nostra atten­zione, così come lo era nel dibat­tito di que­gli anni sulla natura dell’architettura clas­sica. E la mania­cale minu­zia dei det­ta­gli dei dise­gni di Han­sen — muni­tevi di una lente per guar­darli — va molto al di là della neces­sità di illu­strare dei pro­ce­di­menti ese­cu­tivi. Il dise­gno, oltre a una certa esi­bi­zione della tec­nica gra­fica, dispiega davanti a noi un vero e pro­prio uni­verso auto­nomo e con­clu­sivo nell’interpretazione dell’architettura. Piante, pro­spetti, sezioni con i colori degli interni det­ta­gliati fino ai temi degli affre­schi ci pre­sen­tano il dise­gno come una lin­gua spe­ciale con cui si parla dell’architettura, e in parte indif­fe­rente agli esiti realizzativi. 
Dopo la mostra sarà più age­vole capire per­ché il neo­clas­sico ate­niese appare così «tagliente», dove ogni spi­golo, ogni linea, separa e non accom­pa­gna il tra­passo. La luce abba­gliante della Gre­cia illu­mina allo spet­ta­tore un’idea che, immersa nelle luci più mor­bide del nord, restava sullo quasi sfondo e forse si incu­piva più delle inten­zioni degli architetti.


Anche la com­plessa rela­zione tra archi­tet­tura e poli­cro­mia, di cui il por­tico dell’Altes Museum di Schin­kel a Ber­lino è un rife­ri­mento obbli­gato, è inda­gata in tutte le sue varianti nel pro­getto della cosid­detta «Tri­lo­gia ate­niese», con la modu­la­zione del colore tra il primo piano, por­tici e interni. 
I pro­getti per il museo (1888) tra il tea­tro di Dio­niso e quello di Erode Attico, un inte­res­sante sin­cre­ti­smo tra l’architettura adria­nea e Ledoux, e quello per l’Osservatorio sulla col­lina delle Ninfe (1844–46), dove si incro­cia con Pal­la­dio, si con­fron­tano diret­ta­mente con le archi­tet­ture dell’Acropoli. In un’Atene ancora rada, le archi­tet­ture di Han­sen pun­teg­giano gli spazi in un dia­logo tra oggetti vicini e lon­tani secondo una con­ce­zione estra­nea all’idea di con­te­sto urbano. Que­sti edi­fici, posati come oggetti nella grande pia­nura di Atene, saranno una delle fonti di quel les­sico — anche minuto — che «inventa» l’architettura delle Gre­cia moderna almeno fino alla seconda guerra mon­diale, e di cui il pro­li­fico Ernst Zil­ler (1837–1923) ne rap­pre­senta forse il lato più professionale. 
Tra i molti dise­gni in mostra sono di note­vole inte­resse, allon­ta­nan­dosi da Atene, i pro­getti per l’Isola dei musei a Ber­lino che, nel qua­dro del dia­logo tra monu­menti anti­chi e moderni ela­bo­rato ad Atene, ren­dono più com­pren­si­bile il senso della com­po­si­zione clas­sica per ele­menti giu­stap­po­sti. Una sorta di Acro­poli oriz­zon­tale dove la lumi­nosa rudezza dello spe­rone di pie­tra è sosti­tuita dalla malin­co­nica isola.

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