lunedì 2 febbraio 2015

L'imbroglione giovane, i suoi chierici devoti, i suoi presidenti



Il Sole 2.2.15


Un premier liquido per tempi liquidi

di Ilvo Diamanti Repubblica 2.2.15

SERGIO Mattarella e Matteo Renzi. I due Presidenti. Formano una strana coppia, tanto sono diversi e lontani. Anche se, fra i due, c’è un filo politico e culturale comune.
MATTARELLA è stato e resta un democristiano — di sinistra. Uno di quelli che si definiscono — e vengono definiti — cattolici democratici. Renzi, invece, è post-democristiano. Interpreta un modello di (post) democrazia personalizzata e mediatizzata. Dove i partiti contano meno perché, in fondo, si sono liquefatti. Per questo l’elezione di Mattarella permette di precisare il tipo di leadership e di democrazia interpretati da Renzi. Leader dei tempi liquidi, al tempo della democrazia liquida. Secondo la nota formula di Zygmunt Bauman. Cioè: senza appigli stabili e senza riferimenti coerenti. In continua evoluzione e ri-definizione. Renzi ne ha fatto un ambiente amico. Dove agisce e decide, perlopiù, da solo.
Il confronto con la precedente elezione presidenziale, nell’aprile 2013, risulta, al proposito, esemplare. Allora, le elezioni politiche avevano fatto emergere un Parlamento diviso in tre grandi minoranze politiche. In-comunicanti e divise anche al loro interno. Pd, Pdl e M5s. L’elezione del Presidente ne ha fornito una prova decisiva. Ha, infatti, dimostrato che si era alla fine di una stagione in-finita. Il Berlusconismo. Una storia chiusa, ancora nel 2011. Senza che ancora se ne fosse preso atto. Riproponendo gli stessi riti e le stesse procedure. Come se il mondo fosse lo stesso di prima. Diviso in due. Pro oppure contro. Berlusconi. Come non fosse avvenuta l’irruzione del M5s. Veicolo della frattura fra società, politica e istituzioni. Così è stata bruciata la candidatura di Franco Marini, ex leader della Cisl e della Sinistra Dc. Ma, soprattutto, si è consumata la candidatura di Romano Prodi. Padre dell’Ulivo e del Pd. In aula. Per mano dei franchi tiratori del Pd. Molti più dei 101 di cui si è parlato. In questo modo è finita la finzione. Che si potesse continuare come prima. Con le stesse logiche di “partito”. Quando i partiti erano finiti, insieme ai loro riferimenti. Crollati, insieme al muro di Arcore. La “proroga” di Napolitano al Colle segna questo passaggio in-compiuto. Perché è una nondecisione . In attesa di tempi diversi. Leader diversi.
Due anni dopo, quei tempi sono maturati. Tempi liquidi. Segnati da partiti liquidi. Le tre grandi minoranze, uscite dal voto del 2013 non esistono più. Non sono più grandi come prima. Due di loro, almeno. Il Popolo delle Libertà, si è diviso in diversi popoli. Forza Italia, guidata da Berlusconi. Il Nuovo Centro Destra guidato da Alfano. Entrambi, peraltro, proprio in questa fase si sono scomposti ulteriormente. Mentre il M5s si è, a sua volta, frazionato, in Parlamento. Ormai non è chiaro quanti siano i “fedeli” a Grillo e Casaleggio. E quanti parlamentari abbiano defezionato. Quel che resta del Centro, infine, si è riunito in un’altra sigla: Alleanza Popolare. Ma, in effetti, appare una periferia del PdR. Il Pd di Renzi. Il principale, se non unico, vero “partito” di governo. Sfidato, solamente, da partiti anti-europei e anti-politici. M5s e la Lega di Salvini, per primi. Tuttavia, lo stesso Pd non si presenta unito. È “geneticamente” diviso. Negli ultimi mesi, minacciato dalla tentazione della sinistra interna di integrarsi con Sel. Per formare una sorta di Tsipras all’italiana.
Ripercorro fatti e avvenimenti noti. In modo disordinato e superficiale. Ma in grado, anche così, di rendere più evidente il segno di questa Repubblica. Di questa democrazia. Liquida. Senza schemi né riferimenti stabili. in questo ambiente immateriale e frammentario Matteo Renzi ha affermato la propria leadership. In Parlamento e fra gli elettori. Renzi, come si è detto fin dal suo esordio, è “veloce”. Mimetico. Spregiudicato. Spietato, se necessario. Ha stabilito, da subito, un dialogo con il Nemico. Berlusconi. Un Patto, si è detto, intorno alle riforme istituzionali e alla riforma elettorale. Ma poi ha proceduto diritto al “suo” scopo. Scegliendosi di volta in volta i nemici prima ancora degli amici. A Destra e a Sinistra. Il Centro l’ha assorbito subito.
Così, ha avviato e impostato le riforme con alleati diversi. Il Jobs act e l’abolizione del Senato elettivo. Fino alla riforma elettorale. L’Italicum. Di cui è difficile delineare i contorni, dopo tante mediazioni e riscritture. Modellando, di volta in volta, maggioranze à la carte. Di volta in volta diverse, a seconda dei casi e degli obiettivi. Primo alleato: Berlusconi. Formalmente all’opposizione ma, puntualmente, a sostegno delle maggioranza, nelle occasioni che contano. Fino a ieri. Cioè, fino all’elezione del Presidente della Repubblica. Sergio Mattarella. Che non piace a Silvio Berlusconi. Per ragioni “storiche”, trattandosi di un “cattocomunista”. A suo tempo, ostile alla legge Mammì. Ma anche per ragioni “politiche” legate al presente. Anzi, al “momento”. Perché Renzi l’ha scelto senza consultarlo. Senza accordarsi con lui. E, in fondo, senza consultare nessuno. Così ha “liquefatto” ulteriormente Fi, Ncd e M5S. Ma ha riunito — e solidificato — il Pd. E la Sinistra, con cui il Pd si era alleato alle elezioni politiche del 2013.
Da ciò la differenza rispetto al 2013, quando l’elezione del Presidente aveva sancito l’impotenza del Pd e della sua leadership. Avviandone la crisi. La scelta di Mattarella, invece, oltre che al Paese, è utile a Renzi. Perché lo rafforza. Lo àncora alla storia politica del Centrosinistra, mentre lo dis-àncora da ogni alleanza stabile. Fuori e dentro il partito.
Renzi: è il premier dei tempi liquidi. Un “premier liquido”. Capace di cambiare forma. E di adattarsi a un sistema politico liquefatto. Renzi. Solo e veloce. Senza veri amici (politici). Questa è la sua forza. Ma anche il suo problema. Perché non ha vincoli. Ma neppure appigli e approdi stabili. Non ha neppure futuro. In questi tempi liquidi: esiste solo il presente. Ogni giorno: un porto nuovo. Un equipaggio diverso. E nuove insidie, nuovi nemici. Il viaggio potrebbe diventare faticoso. E rischioso. Anche per un navigatore liquido.


Le illusioni degli avversari del premier
di Giovanni Orsina  La Stampa 1.2.15

Che ci fosse un uomo solo al comando, lo sapevamo da mesi. Ma che quell’uomo solo al comando sia a tal punto solo che a tutti gli altri converrebbe smontar dalle biciclette, spiegare una bella tovaglia su un prato assolato, tirar fuori i fiaschi di rosso e farsi una bella mangiata – questo lo scopriamo solo adesso.
Renzi ha compiuto un capolavoro, dando prova ancora una volta d’avere un talento politico eccezionale, quale in Italia non si vedeva dai tempi di Craxi. È vero che Sergio Mattarella non era la sua prima scelta – avrebbe preferito qualcuno di molto più vicino a lui, e da lui più controllabile. Ma la sua intelligenza politica è consistita proprio nell’aver capito che la sua prima scelta non sarebbe mai passata, e nel ripiegare subito su quella fra le opzioni possibili che gli era meno sgradita. Così facendo, può intestarsi oggi una vittoria rotonda.
In questo capolavoro, certo, c’è tanto di molto fastidioso: cinismo, spregiudicatezza, dissimulazione. Questa è la politica, però – «sempre uno spettacolo sgradevole», come scriveva più di mezzo secolo fa il grande filosofo inglese Michael Oakeshott: «l’oscurità, la confusione, l’eccesso, il compromesso, il senso indelebile di disonestà, la pietà bugiarda, il moralismo e l’immoralità, la corruzione, l’intrigo, la negligenza, l’invadenza, la vanità, l’autoinganno, e infine la futilità». Né è impossibile sostenere per altro, magari reprimendo un po’ di nausea, che l’Italia oggi abbia bisogno proprio di iniziative politiche spregiudicate. O qualcuno ancora si illude che una situazione incancrenita come la nostra la si possa sbloccare senza alcuna forzatura?
Come sempre accade, la sapienza politica di Renzi si specchia nell’insipienza dei suoi avversari. Un’insipienza tale da lasciar pensare che non sia fortuita – che tutti gli altri siano strutturalmente inabili perché appartengono a una stagione politica ormai superata. L’ala antirenziana del Pd, così, ha regalato al presidente del Consiglio un trionfo nel nome dell’unità del partito e dell’antiberlusconismo: questo un riflesso vecchio al tal punto da apparire maramaldesco; quello un principio che, avendo Renzi modificato in profondità il rapporto fra leader e partito, andrebbe per lo meno ripensato.
La sinistra democratica festeggia l’elezione di Mattarella come un proprio successo. Nell’immediato, non c’è dubbio che lo sia. Pregusta poi un mutamento di linea – lo suggeriva ieri Bersani in un’intervista – per il quale Renzi romperebbe infine il patto del Nazareno per ricollocarsi saldamente e definitivamente a sinistra. E questa invece, sbaglierò, mi sembra una pia illusione. Rinforzato da questo successo, ancor di più che nel passato il presidente del Consiglio proporrà se stesso come misura di tutte le cose, appoggiandosi ora da una parte ora dall’altra a seconda della propria personale convenienza politica. Se oggi è il tempo del #silviostaisereno, insomma, possiamo esser sicuri che ben presto tornerà il momento del #pierluigistaisereno.
Le illusioni che nutrono gli antirenziani del Pd, a ogni modo, sono nulla di fronte alla Caporetto del centro destra. Intento a perseguire obiettivi non politici, ondivago e poco lucido, Berlusconi ha commesso un errore elementare concedendo a Renzi il voto sulla legge elettorale prima dell’elezione del Capo dello Stato. Poi, quando il Partito democratico ha indicato un solo nome, sia a lui sia ad Alfano è mancato l’acume politico che, come si diceva sopra, ha invece avuto il presidente del Consiglio: se non sei forte abbastanza da impedire una soluzione che non gradisci, può convenirti far subito buon viso a cattivo gioco, e fingere di non aver mai desiderato altro. Infine il Nuovo centro destra ha ceduto alle pressioni e fatto dietrofront.
I due partiti, Ncd e FI, ne escono non soltanto del tutto divaricati l’uno dall’altro, ma profondamente e forse irrimediabilmente lacerati al proprio interno. Ora minacciano entrambi – almeno attraverso alcuni loro esponenti – di vendicarsi della sberla che Renzi ha dato loro. Sbaglierò ancora una volta, ma non mi pare che ne abbiano la forza: non cadrà il governo, non si andrà al voto, non si fermeranno le riforme. A meno che non sia il presidente del Consiglio a volerlo, e alle proprie condizioni.
Dei grillini, che si sono consegnati una volta di più alla completa irrilevanza politica, non val la pena parlare. Meritano una menzione invece, in conclusione, gli altri che pure ne escono con una vittoria, seppure incomparabile con quella di Renzi: la Lega e Fratelli d’Italia. È presumibile che – per la sua biografia, ma anche per come è stato eletto – il nuovo Capo dello Stato non entusiasmi quell’elettorato di destra e centro destra che, ere politiche fa, costituiva la base del berlusconismo. Questi elettori non troveranno uno sfogo alla propria insoddisfazione né in Ncd né in FI. E non mi sorprenderebbe perciò se già dai prossimi sondaggi Salvini facesse un altro balzo in avanti. Ma quanta forza abbiano costoro nell’opporsi a Renzi lo dicono i numeri, brutali come soltanto i numeri sanno essere: Mattarella 665 voti, Feltri 46.


Bersani: “Uniti si vince, archiviati i 101”
intervista di G. C. Repubblica 1.2.15

ROMA Nell’aula di Montecitorio al momento del quorum, i Dem si abbracciano e si stringono la mano l’uno con l’altro: sembra che si scambiano il segno della pace. Il partito è compatto. E Renzi può commentare: «Il Pd ha dato una risposta all’altezza ed è bello anche per gli iscritti e i militanti». La ferita del 2013 quando 101 “franchi tiratori” impallinarono la candidatura di Prodi al Quirinale è superata. Il vice segretario Lorenzo Guerini dice che è «suturata, grazie alla ritrovata unità». La soddisfazione per l’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica mette d’accordo tutti. Non trova voci di dissenso nel partito. Il segretario della “ditta”, Pier Luigi Bersani ne è stato uno dei convinti sostenitori e sulla riuscita dell’operazione non ha dubbi: «È la dimostrazione che quando il Pd è unito e coeso trova buone soluzioni. Rispetto al 2013 è diverso il clima, oggi la chiudiamo quella storia...». S’intende, il tradimento.
Si commuove Roberto Speranza, il capogruppo. Le parole che vanno per la maggiore nei commenti dei Democratici sono “orgoglio” e “capolavoro”. Orgoglio per l’unità raggiunta dal Pd. Dalla delegazione dem che ha tessuto il risultato arriva ai Grandi Elettori, mentre lo spoglio è in corso, l’sms: «Grazie per la serietà. Siamo orgogliosi del Pd e di ciascuno di voi». Firmato: Renzi, Orfini, Speranza, Zanda, Serracchiani e Guerini. «Capolavoro» è l’operazione politica compiuta da Renzi nei tweet di Stefano Bonaccini e Andrea Marcucci.
L’ex premier Enrico Letta, che Renzi defenestrò da Palazzo Chigi, sottolinea con soddisfazione: «L’elezione di Mattarella con un così ampio consenso è un fatto che aiuta le riforme e allunga la legislatura». Ma gli preme anche rimarcare che «Bersani avrebbe potuto giocare una partita personale e invece come sempre ha ragionato in estrema lealtà». E la Sinistradem, corrente di Gianni Cuperlo detta una nota: «Auguri Presidente, è una bella giornata. Siamo contenti di avere contribuito all’elezione di un capo dello Stato garante della Costituzione, dell’equilibrio dei poteri, con un’attenzione vera all’etica pubblica e al contrasto di ogni illegalità ». Dalla minoranza dem non ci si avventura però a prevedere rapporti diversi ora nel partito. «Vedremo», è la risposta di Cuperlo. Stefano Fassina apprezza: «Mattarella è un servitore dello Stato», e ricorda che la Dc non fu tutta uguale, «c’è un giudizio storico e articolato, da cui emergono figure come Mattarella, che appunto votiamo».


La Sinistra “porta a casa la pelle” quasi felice di morire democristiana
Rangeri: certo, lo spazio politico resta quello che era Castellina: ma non possiamo sperare in un nostro Renzidi Jacopo Iacoboni La Stampa 1.2.15

Parlare di «vittoria della sinistra» per l’elezione di Mattarella è velleitario. Ma è anche vero che, con Mattarella, forse la sinistra italiana incassa il massimo che potesse incassare oggi: un democristiano di sinistra. E, forse, rientra in una qualche agibilità politica, dopo esser stata spazzata via da Renzi nella vicenda della legge elettorale e delle riforme.
«La sinistra porta a casa la pelle», sorride Norma Rangeri poco prima di iniziare la riunione del manifesto. «Se non fosse stato per i sondaggi in calo, le divisioni interne al Pd, l’ira della minoranza, Renzi non avrebbe certo scelto Mattarella. Cioè un uomo con una cultura un po’ più vicina alla sinistra». Naturalmente, ragioniamo con Rangeri, «lo spazio per un’ipotetica forza a sinistra di Renzi resta quello che era: non si riduce né si accresce. Anzi, da un certo punto di vista le cose si complicano: anche la fiammata Cofferati, avvenuta dopo le primarie Pd con i brogli in Liguria, «è ora più difficile, e molto più improbabile un’uscita della minoranza Pd».
Nondimeno, proprio nel giornale del grande Luigi Pintor, che scrisse il memorabile «Non moriremo democristiani» (28 giugno 1983, dopo la mediocre vittoria di misura della Dc di De Mita sul Pci), sanno - parole di Rangeri - che «spesso è meglio per la sinistra italiana un democristiano di sinistra che un comunista migliorista». Non è necessario dare i nomi a questi due eloquenti profili.
Vedremo. Certo di Pintor si ricorda sempre il «non moriremo democristiani», e poco l’ultimo editoriale, «La sinistra italiana che conosciamo è morta» corrosa dalla voglia di governare costi-quel-che-costi. La triste profezia del vincere-per-vincere. Meglio, riteneva Pintor, pensare il futuro tra movimenti, forze sociali, giovani. Un soggetto nuovo, non una somma di uscite dai partiti.
È la tesi di Stefano Rodotà su Micromega: «Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, ex Rifondazione e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società. Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre».
Con l’elezione di Mattarella, poco cambia. Anzi, la prospettiva guadagna sulla carta un sicuro difensore della Costituzione. Già, la Costituzione. Gustavo Zagrebelsky faceva notare che «questa è la prima elezione di un presidente della Repubblica gestita da un presidente del Consiglio. Nella Costituzione l’elezione è una vicenda indipendente, gestita dai gruppi parlamentari, cioè i partiti. Qui è diventata una vicenda interamente governativa». Rilevantissima critica; da sinistra ci si aspetta che Mattarella sia molto meno lord protettore del governo, e molto più della Carta. Anche qui, sarà il tempo a giudicare.
Luciana Castelina è contenta. Le parliamo alla fine di un seminario a Roma sulla sinistra dopo la vittoria di Tsipras, «siccome la sinistra è divisa - scherza la signora - c’è un seminario al giorno». Castellina è certa che «Mattarella sia una persona affidabile, difende la Costituzione, è stato uno dei pochi dc a schierarsi contro la Mammì. Da questo punto di vista io parlerei anche di una vittoria della sinistra Pd. Renzi ha capito che stava tirando troppo la corda. Naturalmente Mattarella è un democristiano, ma sappiamo che il presidente dev’essere una figura di mediazione». Paradossalmente, incassare un democristiano di sinistra sbollisce la rabbia della sinistra Pd, e allontana altre prospettive a sinistra? «Non sono mai stata per il tanto peggio tanto meglio. Non credo che dobbiamo sperare che Renzi faccia il peggio. Certo io Renzi continuerò a combatterlo fino in fondo per le sue politiche». Con chance, a breve, di rivedere una forza a Sinistra? Manca una personalità, anche; ma la signora la vede non come noi, «io non ho mai amato la politica delle personalità, preferisco la costruzione dei soggetti».



M5S, strategia fallita. Ora crescono i malumori

Il movimento esce con le ossa rotte e guarda a Podemos e Syrizadi Francesco Maesano La Stampa 1.2.15

Immobili, quasi ipnotizzati dal battimani ritmico di due terzi dell’emiciclo. Nessun gesto plateale è consentito, neanche l’abbandono del posto: la fotografia dello stallo in cui versa il M5S è tutta lì. Sergio Mattarella è presidente della Repubblica e il Movimento non sa come spiegare, e come spiegarsi, il fatto di non essere mai sceso in campo nel corso di una partita che ha prodotto un ridimensionamento del patto del Nazareno.
«Merito nostro, abbiamo innalzato la qualità della politica», provano a declinare un po’ tutti, rispondendo agli input che arrivano da Milano. Ma la realtà dei due tentativi tattici, delle due incursioni nel campo avverso nel giro di pochi giorni, prima con la sinistra Pd e poi con i renziani, resta agli atti.
Strateghi della domenica
Un minuto dopo l’elezione il blog di Grillo tenta una clamorosa strambata. Il giorno prima Mattarella sembrava responsabile delle morti legate all’uranio impoverito, il giorno dopo diventa «una persona rispettabilissima e, per certi versi, migliore anche di Prodi». Carlo Sibilia segue tutto lo scrutinio in piedi come Alessandro Di Battista. L’idea di giocare di sponda col Pd passava soprattutto da loro. Quando l’aula si svuota il commento più gentile dei colleghi è «strateghi della domenica».
E gli ex gongolano
Alla fine, quando Laura Boldrini proclama eletto Mattarella, gli applausi arrivano anche da qualche Cinquestelle. Abbastanza pochi da poterli contare: Di Maio, Sibilia, Grande, Taverna, Ciprini, Grande, Cioffi, Baroni. Cecconi non s’arrende e in Transatlantico intona il grido dell’ultimo dei Mohicani: «Non moriremo democristiani». Intanto gli ex-M5S gongolano. «Nel Movimento sono arrivati alla sindrome bipolare - attacca Rizzetto - ieri crocefiggevano Mattarella, oggi lo esaltano».
La vittoria di Fico
Roberto Fico esce dall’aula con l’aria di chi aveva ragione dall’inizio. Nega divisioni all’interno del direttorio: «È normale che si discuta ma le decisione vanno prese insieme». Poi offre il benvenuto del Movimento al nuovo presidente: «Le parole ci piacciono, vediamo i fatti, a partire dalla legge elettorale». Dall’inizio contrario all’idea di cercare sponde, nell’elezione di Mattarella vede il riconoscimento di una ragione che sentiva di avere dall’inizio. Luigi Di Maio, che va ad abbracciare Imposimato nel suo appartamento all’Eur e si dice «fiero di non aver votato Prodi».
I modelli Podemos e Syriza
Ora le voci di dentro parlano di una fase di riorganizzazione imminente. I senatori chiedono di essere inclusi nei meccanismi decisionali e anche sull’idea di ricorrere a delle «strategie» molti chiedono che si passi dallo spontaneismo di questi giorni a una maggiore articolazione. Il blog sembra confermare: «D’ora in poi sarà bene adattarsi all’idea di un M5S meno prevedibile del passato». Un po’ meno schizzinosi, un po’ più aperti, sul modello di quanto succede con gli altri movimenti europei: se prima formazioni come i greci di Syriza e gli spagnoli di Podemos erano viste con sospetto, ora la linea sta cambiando, e il Movimento a corto di carburante potrebbe cercarne un po’ anche da loro.
Che cosa cambia nella nuova èra del post Nazareno

La destra è un cumulo di macerie. Ma la legislatura durerà a lungo anche se forse non fino al 2018di Stefano Folli Repubblica 1.2.15

FINO a che punto l’elezione di Sergio Mattarella («l’operazione politica perfetta », come dice la sua vecchia amica Maria Pia Garavaglia) cambierà il governo, la legislatura e i rapporti politici? Abbastanza, a condizione di non fermarsi a ragionare in forme ossessive intorno al destino del “patto del Nazareno”. C’è dell’altro, al di là del portone di Palazzo Grazioli.
In fondo il patto con Forza Italia non era una camicia di forza, bensì un accordo pragmatico per fare alcune riforme. Una di queste, la legge elettorale, dovrà al momento opportuno essere valutata anche dal nuovo presidente della Repubblica, l’uomo che come giudice costituzionale ha contribuito a bocciare il cosiddetto “Porcellum”, un testo che qualcuno — magari esagerando — vede come il progenitore dell’attuale Italicum. In ogni caso le maglie del Nazareno erano piuttosto larghe, senza le clausole super-segrete immaginate da osservatori fantasiosi.
Al dunque, Renzi lo ha stracciato per mille ragioni, ma anche per dimostrare al mondo che l’accordo con Berlusconi non era né poteva essere una diarchia politica, una sorta di condominio. Era invece, e può essere ancora, un’intesa parlamentare in cui il centrodestra offre un contributo istituzionale e ne riceve in cambio il riconoscimento come interlocutore privilegiato. Se c’era una zona grigia, oggi potrebbe essersi rischiarata: forse nel cambio di passo del premier, che ha voluto scrollarsi di dosso i condizionamenti, hanno influito le polemiche sul decreto fiscale poi accantonato e rinviato. Da quel mezzo infortunio è cominciata un’altra storia. E oggi, dopo il Quirinale, Renzi appare un politico senza dubbio spregiudicato, ma anche maturato nella sua capacità di leadership. In grado di resistere alle pressioni e di non perdere di vista i suoi obiettivi.
Forse è maturato anche il Partito Democratico che è riuscito ad accantonare le divisioni interne: non è poco. La minoranza di Bersani ha salvato la sua dignità e oggi può riconoscersi in Mattarella, personalità della sinistra cattolica. È noto l’argomento polemico: si dice, fra il serio e il faceto, che sta rinascendo la Dc. Ma non è vero. È stato eletto un presidente della Repubblica, non un capo politico. Mattarella, come ieri Napolitano e l’altro ieri Ciampi, appartiene a uno dei filoni della cultura politica nazionale, ma il suo compito è garantire il rispetto delle regole costituzionali. Quanto a Renzi, il suo “partito della Nazione” si fonda sul bipolarismo, quindi tutt’altra storia rispetto alla Dc; al punto che Arturo Parisi osservava tempo fa che per l’equilibrio del sistema occorre averne due, di partiti “nazionali”.
Ma il caso vuole — a tale proposito — che a destra non ci sia un cantiere aperto, bensì un cumulo di macerie. Berlusconi, attirando a sé Alfano, ha tentato di farsi protagonista della scelta del capo dello Stato, ma ha fallito. Renzi si è divincolato dall’abbraccio e ha gettato lo scompiglio nel campo di Arcore. Nel 2013 fu il Pd a lacerarsi intorno al Quirinale, stavolta tutte le contraddizioni sono state esportate nel centrodestra. Ma è facile prevedere che Berlusconi resterà fedele a quel che resta del Nazareno perché non ha un altro gioco da tentare. Del resto, la legislatura durerà ancora a lungo, anche se forse non fino al 2018. E il frettoloso ritorno a casa dei centristi si spiega con il desiderio di sfruttare fino in fondo le posizioni di rendita ministeriale, essendo saltate le alternative. Non c’è all’orizzonte alcuna rinascita del centrodestra sotto la guida diretta o indiretta di Berlusconi. E infatti chi ricava il maggior vantaggio da questo anno zero è il solito Salvini, con la sua linea populista radicale e anti- europea.
Quanto al governo, le difficoltà di Renzi sono le stesse di una settimana fa, alleviate solo da alcuni segnali economici più incoraggianti. Certo, la “verifica” chiesta dal Ncd per nobilitare il rientro in maggioranza non va presa troppo sul serio. Ha il sapore, essa sì, di un vecchio rito democristiano. E poi gli alfaniani devono fare attenzione a non perdere un ministero o un paio di sottosegretari.

La rivincita degli allievi di Aldo Moro
di A. R. La Stampa 2.2.15
Come mai nessun ex comunista strilla «non vogliamo morire democristiani», com’é che anzi la componente che ebbe casa a Botteghe Oscure gioisce, e proprio mentre perde il Colle, e con Napolitano che anzi ha esercitato un ruolo maieutico nel portarvi il democristianissimo Sergio Mattarella? La risposta è nella cultura politica. Si realizzano d’improvviso lo Statuto del Pd e prima ancora dell’Ulivo, perché l’elezione di Mattarella con i voti degli ex comunisti mischia d’improvviso la cultura dei cattolici impegnati in politica con quella dei post-comunisti: le basi, per conto degli ex Dc, furono gettate da Piero Scoppola, da Leopoldo Elia, e da un giovane Mattarella. Dagli allievi di Aldo Moro. Dunque, può sembrare un paradosso, ma la linea della continuità tra Napolitano e Mattarella sarà proprio sul crinale della cultura politica: comunisti e democristiani nella storia repubblicana si sono battuti a lungo, ma sempre confrontandosi, sempre gestendo su uno stesso asse il Paese, nelle mille forme che erano consentite dall’impossibilità istituzionale e politica dell’alternanza, fino al momento cruciale, quello della solidarietà nazionale, del compromesso storico. Che Napolitano ha sempre considerato «un’esperienza troppo presto interrotta», individuando in questo il grande errore di Enrico Berlinguer. Adesso, con il nuovo presidente arriva al Colle una tradizione politica che avrebbe dovuto insediarvisi già trent’anni fa, quella morotea. Lo specialissimo è che l’operazione sia stata il capolavoro politico di un premier che viene valutato come l’erede di Fanfani, come l’erede proprio del grande antagonista di Moro. Matteo Renzi. Tra il morire democristiani e il vivere mattarelliani, però, la minoranza Pd ha votato entusiasta annusando, nell’aria di compromesso storico, la possibilità di trovare al Colle una sponda. Anti-fanfaniana, diciamo così.
“Mattarella per gli Usa è un amico affidabile”
Nel più esclusivo club americano si parla del Belpaese “Un fronte sicuro contro la Russia e il terrorismo” di Paolo Mastrolilli La Stampa 2.2.15

Il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia, seduto davanti ad un piatto di linguine all’astice, ammicca soddisfatto: «È siciliano come me, giudice costituzionale come me, cattolico come me, e ha combattuto la mafia che gli ha ucciso un fratello: un profilo perfetto. Non potevo chiedere di meglio». Poi aggiunge: «In estate sarò a Roma per un programma di insegnamento: spero di incontrarlo, o magari vederlo anche prima a Washington».
L’Italia al tavolo che conta
L’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica irrompe tra i tavoli di Alfalfa, il club più esclusivo degli Stati Uniti. Fondato oltre un secolo fa per celebrare il compleanno del generale sudista Lee, è diventato il luogo di incontro bipartisan di chi conta a Washington. Sabato il suo appuntamento annuale ha avuto tre momenti: un pranzo a casa di Vernon Jordan, super avvocato della famiglia Clinton, a cui ha partecipato il presidente Obama; la cena all’Hilton, dove c’erano dal capo della Cia Brennan al senatore McCain, passando per Warren Buffett, l’ex candidato repubblicano alla Casa Bianca Romney, e i compagni di partito che sperano di prendere il suo posto, come il governatore del Wisconsin Scott Walker; quindi il party conclusivo al Cafe Milano, dove Franco Nuschese ha ospitato il «who is who» della capitale, dal governatore della Virginia e amico dei Clinton McAuliffe, al generale Petraeus, e poi giornalisti come Mike Allen di Politico, e imprenditori come Jeff Bezos di Amazon.
L’argomento dominante sono le presidenziali americane: «Hillary - dice Allen - aveva già preparato l’annuncio della candidatura per aprile, ma vista la totale assenza di rivali, sta pensando di rimandarlo all’estate». Bret Baier della Fox aggiunge che «fra i repubblicani la nomina di Jeb Bush è tutt’altro che garantita. Occhio ai governatori, tipo Walker, che è in grande ascesa».
Alleanze atlantiche
Anche le presidenziali italiane, però, diventano argomento di conversazione: «La scelta di un uomo che è stato ministro della Difesa e provato amico degli Stati Uniti è molto positiva», dice il generale Jim Jones, già comandante della Nato e consigliere per la sicurezza nazionale di Obama. «L’importante - aggiunge - è ricordare la minaccia della Russia all’Alleanza. È un serio pericolo, non ammette debolezze». Poco lontano da lui il collega Petraeus, già capo della Cia e comandante delle forze Usa in Iraq e Afghanistan, si preoccupa dell’Isis: «Noi fermammo i terroristi con l’Anbar awakening, coinvolgendo le tribù sunnite. Voi europei avete bisogno di alzare la guardia sugli ingressi».
«Un amico affidabile»
La scelta di Mattarella, nonostante i vari identikit circolati alla vigilia del voto, ha soddisfatto chi in America segue le vicende italiane per almeno due motivi: lo ricordano come un amico affidabile, quando guidò il ministero della Difesa subito dopo l’intervento in Kosovo, e pensano che favorirà la stabilità e lo sforzo riformatore del governo Renzi, ritenuto indispensabile per liberare le potenzialità del paese, favorire la crescita, ed evitare che l’Italia torni ad essere un pericolo per l’economia globale. Il profilo internazionale era meno importante di quanto invece il nuovo presidente potrà fare sul piano interno, per ancorare l’esecutivo e disinnescare le mine politiche. Infatti mentre Obama andava al pranzo di Alfalfa, la Casa Bianca ha detto che è «ansioso di lavorare con il presidente Mattarella per affrontare le sfide transatlantiche e globali, e sfruttare nuove opportunità di stretta cooperazione».
E l’ambasciatore a Roma Phillips ha aggiunto che «la sua leadership assicurerà al paese stabilità e continuità, proseguendo sulla strada delle riforme e della crescita». Una lunga disputa sul Quirinale, o peggio ancora una crisi di governo, venivano viste come le prospettive più minacciose. Ora che questo ostacolo è stato superato, a Washington si torna a ragionare sulla visita alla Casa Bianca che Renzi non ha ancora fatto, e potrebbe avvenire in primavera. Sul tavolo della discussione si vede già la spinta ad andare oltre l’austerity europea, la collaborazione contro il terrorismo, ma anche un richiamo alla compattezza davanti alla Russia.


Guglielmo Epifani “Il premier cerchi l’unità sulla legge elettorale, la sinistra non trama con Fi”
intervista di Giovanna Casadio Repubblica 2.2.15

ROMA . «Prendiamoci una tregua nel Pd, dopo il successo sul Quirinale. Sulla riforma elettorale ci sono le frizioni più forti, ma riflettiamo senza fretta, perché il tempo c’è. Renzi utilizzi sempre il “metodo Mattarella”». Gugliemo Epifani, ex capo della Cgil, ex segretario dem e leader della minoranza, mette in guardia anche da un altro rischio: che Forza Italia usi strumentalmente il dissenso della sinistra del Pd per sgambettare il premier: «Noi non ci faremo strumentalizzare, i forzisti lo sappiano...».
Epifani, la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi chiede una moratoria delle polemiche nel partito di almeno una settimana. La minoranza dem ci sta?
«Se possibile anche più di una settimana. Proporrei che una settimana serva a tutti per riflettere su come, abbandonando un po’ di pregiudiziali, si continui con lo stesso “metodo Mattarella”. È il secondo grande momento di unità politica del Pd degli ultimi tempi: il primo fu il risultato eccezionale alle europee, l’altro è stato sabato con l’elezione di Mattarella al Colle».
Merito di Matteo Renzi?
«In entrambi i casi, fatto salvo il ruolo e la capacità di Matteo che sono fuori discussione e insieme l’alto profilo del presidente della Repubblica, è stata decisiva l’unità del partito. Quindi prendiamoci questa settimana per vedere come sia possibile evitare i punti di frizione nel Pd».
Però sulle riforme elettorale e costituzionale farete valere le vostre ragioni, ricomincerà lo scontro?
«Il punto più delicato che vedo davanti a noi è quello della legge elettorale. Però abbiamo un po’ di tempo per ragionarci sopra e vedere se riusciamo a trovare una via d‘uscita che eviti di nuovo polemiche e contrapposizioni. Nessuno oggi potrebbe capirle. Anche perché nessuno oggi sa quale sarà l’atteggiamento di Forza Italia sul cammino delle riforme».
Se viene meno il Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, la sinistra dem avrà più voce in capitolo?
«Era evidente che del Patto del Nazareno c’erano due letture. Renzi ha sempre detto che si trattava di un accordo per allargare il fronte delle riforme. Mentre Berlusconi e FI, l’altro contraente del Patto, forzavano in termini più politici. Fino a qualche giorno fa, il centrodestra lasciava filtrare la possibilità di un governo con ministri forzisti. Ora si è visto cos’è davvero il Patto del Nazareno. Noi minoranza al Senato abbiamo rimproverato Renzi sulla legge elettorale, ma non uniremmo mai i nostri voti a quelli dei forzisti per fare trabocchetti. Così come bisogna che la maggioranza di governo resti quella definita».
È scoppiata la pace nel Pd?
«L’indicazione di Mattarella per il Quirinale ha avuto quasi i due terzi dei voti, malgrado le prese di posizione dell’opposizione. E ha avuto la sostanziale unanimità dei Grandi Elettori del Pd. Un fatto mai accaduto perché erano 444 e credo che non sia mancato un voto a Mattarella. Anche le reazioni dei nostri circoli, della base sono di soddisfazione e contentezza. L’Ita- lia aveva gli occhi della comunità internazionale addosso. Questa prova di maturità il paese l’ha vinta».
Quale è il dividendo che incassa la sinistra del Pd?
«Direi piuttosto che quanto è accaduto con l’elezione del presidente della Repubblica è la conferma che in un grande partito il pluralismo è insopprimibile. È la ricchezza del Pd. Quando ci si ascolta davvero, il Pd è più forte e il paese, in una fase come questa, è rassicurato».
Anche lei insomma è diventato renziano?
«Le qualità e le capacità di Renzi sono fuori discussione. Il problema è che il Pd deve sapere interpretare, oltre la spinta al rinnovamento, anche le ragioni e i valori della sinistra riformista ».
Ma quali sono i problemi sul tavolo, su cui la sinistra dem batterà un colpo?
«Ora si deve rilanciare l’azione di governo sulle questioni sociali e economiche aperte. Penso alla situazione dell’Ilva, delle tante crisi aziendali, ai contraccolpi della vicenda greca sui mercati finanziari, alla capacità di far davvero ripartire in Italia e in Europa un ciclo di investimenti. Infine la crisi ha allargato la fascia di povertà e di esclusione sociale e questo tema deve diventare centrale nell’azione del Pd».



La maggioranza degli italiani resta scettica sulle chance di uno Tsipras in casa nostra
di Nando Pagnoncelli Corriere 2.2.15

La vittoria di Tsipras alle elezioni greche di domenica scorsa ha suscitato reazioni molto diversificate nell’opinione pubblica italiana a seconda della prospettiva con cui si guarda al risultato. In una prospettiva europea l’affermazione della sinistra radicale di Syriza è considerata in termini positivi da oltre la metà degli italiani (per il 24% un’ottima notizia e per il 30% una buona notizia) perché indurrà l’Europa a ridiscutere le proprie regole, così che, insieme ai provvedimenti recentemente adottati (piano di investimenti) e alle scelte della Banca centrale (Quantitative easing), si pongano le basi per una ripresa; un italiano su tre è di parere opposto e ritiene che i Paesi indebitati non debbano allentare la politica del rigore e siano tenuti a mettere in ordine nei conti pubblici.
La possibilità di ridiscutere il debito greco potrebbe mettere in difficoltà anche l’Italia che ha prestato alla Grecia 40 miliardi di euro e questa eventualità suscita, comprensibilmente, più dissenso (59%) che consenso (30%) tra tutti i cittadini, anche tra coloro che hanno giudicato positivamente la prospettiva di un cambiamento europeo. Come a dire: è bene che l’Europa cambi le regole ma non vogliamo che l’Italia ci rimetta. Insomma, è l’eterno effetto NIMBY (non nel mio cortile). Piuttosto desta sorpresa il fatto che quasi un italiano su tre sia favorevole alla ridiscussione del debito greco anche se l’Italia, che non versa certamente in buone condizioni di salute, ci rimetterà. È molto probabile che costoro si attendano una sorta di effetto domino e, dopo quello greco, auspichino la ridiscussione anche del debito italiano nei confronti degli altri Paesi, incuranti del fatto che qualcuno rimarrà con il cerino acceso in mano.
Quali ripercussioni potrebbe avere il risultato ellenico sulla politica italiana e in particolare sul Pd, nel quale è sempre più evidente il dissenso della minoranza nei confronti di Renzi dopo la discussione sulla nuova legge elettorale e quella sulla politica del lavoro con l’approvazione del Jobs act? Solo il 15% ritiene che l’effetto Tsipras possa galvanizzare la minoranza favorendo una scissione del Pd che dia vita ad una forza di sinistra; il 31% ritiene probabile l’uscita dal partito di qualche esponente che sostanzialmente non indebolirà il Pd, mentre la maggioranza relativa dei rispondenti (41%) prevede che le divergenze verranno ricomposte e il partito rimarrà unito. Sono di questo parere soprattutto gli elettori del centrosinistra (51%). Solamente i giovanissimi e gli studenti sono maggiormente convinti della possibile scissione.
La possibilità che in Italia nasca una forza politica simile a Syriza che unisca le forze di sinistra come Sel e Rifondazione comunista insieme ad eventuali esponenti usciti da Pd e possa contare sul sostegno delle aree sindacali di Cgil e Fiom viene vista con un certo scetticismo: il 37% pensa che sarà un flop (in diminuzione del 3% rispetto al novembre scorso), il 27% ritiene che otterrebbe poco più del consenso attuale delle forze di sinistra (alle Europee la lista L’altra Europa con Tsipras ha ottenuto il 4% e 3 parlamentari) mentre il 22% prefigura un risultato positivo (+2% su novembre).
Da ultimo, sull’onda del successo greco e dell’insoddisfazione per la situazione italiana, l’interesse per questa nuova forza politica appare in crescita rispetto a novembre: il 12% guarderebbe ad essa con molta simpatia, il 31% con qualche simpatia mentre il 42% non avrebbe alcuna simpatia. Va ricordato che non si deve confondere la simpatia con il comportamento di voto. Cionondimeno il consenso convinto o almeno tiepido sale dal 32% al 43% in poco meno di tre mesi. A differenza di quel che accadeva in novembre, quando la simpatia risultava più elevata tra i certi più esposti alla crisi (disoccupati, casalinghe, anziani), oggi i picchi di attenzione per questa nuova formazione si registrano tra i giovanissimi, i ceti medi, gli studenti, cioè tra i ceti storicamente più propensi al voto a sinistra.
Il voto greco ci restituisce un’opinione pubblica fiduciosa rispetto alla ridefinizione delle politiche comunitarie, al futuro rapporto tra Stati membri e alla possibilità di attenuare l’austerità per favorire la crescita. Ma è un’opinione pubblica ambivalente sulla possibile scorciatoia della ridefinizione dei debiti tra gli Stati, soprattutto se a rimetterci sarà l’Italia.
Pur aumentando l’attenzione e la simpatia per una forza di sinistra italiana che si ispiri a Syriza, lo scenario politico non sembra destinato a modificarsi: il Pd, sebbene in flessione rispetto ai risultati delle europee, rimane in testa nelle preferenze degli italiani. Sarà interessante capire quali saranno le conseguenze dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica in termini di orientamenti di voto e di fiducia nei leader politici, a partire da Matteo Renzi.

Nessun commento: