giovedì 19 febbraio 2015

Said in Italia

Bruno Brunetti, Roberto Derobertis (a cura di): Identità, migrazioni e postcolonialismo in Italia. A partire da Edward Said, Progedit

Risvolto
Edward Said concludeva uno dei suoi più celebri e discussi saggi, Travelling Theory (Teoria in viaggio, 1983), sostenendo che la «coscienza critica» è fondamentalmente la «ricerca incessante di alternative»: alla staticità delle idee, all’arroganza del pensiero dominante, al lavoro degli intellettuali che non mettono in dubbio dogmi e autorità. E chiedeva di praticare un “umanesimo” democratico, aperto a tutte le istanze politiche, sociali e culturali: un processo ininterrotto di (auto)critica e di liberazione.
Sulla scia di questo pensiero i saggi di questo volume propongono una revisione critica del canone letterario italiano (da Marinetti a Calvino), delle pratiche “orientaliste” della letteratura che ha contribuito alla costruzione della inferiorità dei Sud, del discorso razzista istituzionale e intellettuale sulle migrazioni, che ha reso possibili, in particolare, la disumanizzazione dei migranti, l’islamofobia e le politiche di governo delle migrazioni. Ma anche saggi che guidano all’esplorazione di “narrazioni alternative” come quelle prodotte dalla letteratura migrante e postcoloniale italiana (da Shirin R. Fazel a Jadelin M. Gangbo).


Saggi di: Bruno Brunetti, Giuseppe Domenico Basile, Daniele Comberiati, Roberto Derobertis, Fulvio Pezzarossa, Paola Rotolo, Franca Sinopoli.

Edward Said e l’invenzione dell’esotico meridionale 
Saggi. «Identità, migrazioni e postcolonialismo in Italia», un volume collettivo per Progedit. Una riflessione sul ruolo della letteratura a partire dagli studi sul passato coloniale italiano che si rifanno alle tesi di Edward Said 

Marco Gatto, 18.2.2015 
Il lavoro di deco­stru­zione dell’immaginario colo­niale ita­liano è intra­preso oggi, in Ita­lia, da una sem­pre più nume­rosa schiera di stu­diosi. La pro­li­fe­ra­zione di con­ve­gni e di occa­sioni pub­bli­che sul tema della let­te­ra­tura post­co­lo­niale ita­liana ne è una con­ferma (in que­sti giorni si tiene a Padova un ricco sim­po­sio inti­to­lato Archivi del futuro). Così pure il ten­ta­tivo di ela­bo­ra­zione teo­rica messo in campo da non pochi ricer­ca­tori ha dato vita ad appro­fon­di­menti, inda­gini, rifles­sioni che descri­vono, ormai, un con­te­ni­tore ricco di sol­le­ci­ta­zioni e stimoli. 

Nono­stante la rice­zione del suo lavoro nel nostro paese sia par­ziale e, sovente, viziata da para­dos­sali sem­pli­fi­ca­zioni, la figura di Edward Said, il cri­tico e intel­let­tuale pale­sti­nese scom­parso nel 2003, e autore di quel punto di rife­ri­mento impre­scin­di­bile che è Orien­ta­li­smo (1978), si impone come figura cen­trale nel dibat­tito sugli studi post­co­lo­niali. Ne è una testi­mo­nianza un recente volume a cura di Bruno Bru­netti e Roberto Dero­ber­tis, Iden­tità, migra­zioni e post­co­lo­nia­li­smo in Ita­lia. A par­tire da Edward Said (Pro­ge­dit, pp. 176, euro 20), che rac­co­glie saggi e inter­venti di Daniele Com­be­riati, Paola Rotolo, Giu­seppe Dome­nico Basile, Franca Sino­poli, Ful­vio Pez­za­rossa e dei due curatori. 
L’ambizione è quella di far rea­gire il con­tri­buto sai­diano con la neces­sità di tema­tiz­zare e deco­struire le strut­ture dell’immaginario colo­niale, ripor­tando alla luce la dimen­sione mate­riale e poli­tica delle rap­pre­sen­ta­zioni e di quelle for­ma­zioni di pen­siero ormai sedi­men­tate nella coscienza comune. Un ten­ta­tivo, insomma, di dar conto di quel pro­cesso di «orien­ta­liz­za­zione» di certi feno­meni – fra cui, come rileva ad esem­pio Basile, la rap­pre­sen­ta­zione del Meri­dione e dei meri­dio­nali nella let­te­ra­tura ita­liana post-unitaria – che ancora oggi sem­bra strut­tu­rare il punto di vista domi­nante, ali­men­tando – con la forza del pre­sup­po­sto e dell’impensato – raz­zi­smi, intol­le­ranze, feno­meni di fana­ti­smo, ed esclu­dendo, dal campo della ricerca e della con­sa­pe­vo­lezza poli­tica, l’alterità, l’eccentricità che nasce dall’incontro tra culture. 
Per dirla con Dero­ber­tis – che riper­corre con dovi­zia di par­ti­co­lari la pre­senza di Said in Ita­lia e ricon­se­gna al let­tore una map­pa­tura dello stato dell’arte degli studi post­co­lo­niali – il volume «prova a inter­ro­garsi su quale sia il ruolo della let­te­ra­tura nel Terzo mil­len­nio in un mondo pro­fon­da­mente tra­sfor­mato da nuovi poteri e nuove forme di comu­ni­ca­zione; su quale sia il ruolo degli intel­let­tuali e dell’umanesimo di fronte alle sfide delle vio­lenze discor­sive e mate­riali che la realtà «mon­dana» pro­duce sotto la spinta delle per­si­stenze dell’orientalismo». 
Pro­prio quest’ultimo aspetto appare inte­res­sante a chi scrive. La dimen­sione pra­tica del lavoro intel­let­tuale, il suo incar­di­narsi su un sistema di rela­zioni sociali e isti­tu­zio­nali, non può essere scissa dalla mera ela­bo­ra­zione teo­rica: è que­sta, forse, la lezione più poli­tica dell’esperienza sai­diana. I discorsi cul­tu­rali hanno una pie­nezza mate­riale e una moti­va­zione pratico-politica. 
Com­pito della cri­tica è quello di evi­den­ziare tale mate­ria­lità e le for­ma­zioni di com­pro­messo che la strut­tu­rano. In tal senso, i con­tri­buti pre­senti nel volume rivol­gono «le pro­prie atten­zioni al canone ita­liano moderno e con­tem­po­ra­neo, pro­vando a inda­garne quelle cri­stal­li­za­zioni – colo­niali e euro­cen­tri­che – fun­zio­nali ai rap­porti di potere cul­tu­rale, sociale e geo­gra­fico den­tro e fuori la peni­sola»: non senza tra­scu­rare la natura sem­pli­fi­ca­tiva e insi­sten­te­mente orien­ta­li­stica della comu­ni­ca­zione media­tica in mate­ria di Islam o di immi­gra­zione (il sag­gio di Paola Rotolo appro­fon­di­sce la que­stione).
Cosic­ché, l’analisi della costru­zione mate­riale dell’immaginario ricon­duce Franca Sino­poli a tema­tiz­zare il «raz­zi­smo epi­ste­mico della cul­tura ita­liana», deter­mi­nato da un carente dibat­tito sul pas­sato colo­niale e da un pro­gres­sivo pro­cesso di «deco­lo­niz­za­zione della memo­ria sto­rica» che ha ragioni poli­ti­che e che pro­duce, ormai quo­ti­dia­na­mente, le forme di raz­zi­smo nei con­fronti di sog­getti rite­nuti «diversi» o «altri». 
Che non sia dun­que que­sto uno dei modi per poter rilan­ciare quel nesso tra cri­tica e poli­tica che ormai lan­gue nella cosid­detta società let­te­ra­ria italiana?

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