mercoledì 25 marzo 2015
Colin Crouch: uno studio comparato sulla crisi della democrazia moderna in Europa
Colin Crouch: Governing social risks in post-crisis Europe, Elgar
Risvolto
In this illuminating book Colin Crouch examines the diverse approaches
presented by advanced societies in their attempts to resolve a central
dilemma of a capitalist economy: the need to combine buoyant mass
consumption with insecure workers, subject to, and responsive to, the
fluctuations of an unregulated global economy. He demonstrates that the
approaches of different national economies have varying degrees of
success, and diverse implications for social inequality. Through the
study of European societies, and comparisons with experience from the
rest of the world, Crouch scrutinizes this diversity, and looks at how
the 2008 global financial crisis has impacted it.
How can a capitalist system reconcile its need to combine workers on
uncertain incomes and conditions with consumers confident that they can
spend? The approaches of different national economies to this conundrum
have had varying degrees of success, as well as diverse implications for
social inequality. Through the study of European societies, and
comparisons with experience from the rest of the world, Colin Crouch
scrutinizes this diversity, and looks at how the 2008 global financial
crisis has impacted it.
Crouch identifies three broad
approaches that countries adopt in response to this central dilemma of a
capitalist economy, and examines these across three different contexts:
time, place, and the role of inclusion and exclusion. This primarily
statistical study embraces all except the smallest European countries,
with comparative material on Japan, Russia and the United States.
Countries are grouped according to differences found in them in the
roles of governance by market, state, and community.
Andrea Galli Avvenire 25 marzo 2015
Il paradosso democratico di Colin Crouch
Intervista . Un’intervista con lo studioso inglese, ospite della «Biennale Democrazia» di Torino. La necessità di una puntuale critica al potere dei giganti e di una complementare capacità innovativa della sinistra europea
Benedetto Vecchi, 26.3.2015
Colin Crouch appartiene alla esigua, ma autorevole schiera di economisti, filosofi, sociologi «riformisti» che, rimanendo fedeli alle loro convinzioni, sono ormai indicati, dai media mainstream, come teorici radicali. Ne fanno parte studiosi come Richard Sennett, Zygmunt Bauman, Alessandro Pizzorno e Luciano Gallino. Negli anni tutti loro si sono applicati ad indagare le trasformazioni del mondo del lavoro o il venir meno di quelle identità collettive che hanno caratterizzato il Novecento. Si sono applicati al loro specifico campo disciplinare, registrando le continuità e le discontinuità nello sviluppo capitalistico. Non hanno mai nascosto la convinzione che l’economia di mercato potesse continuare a prosperare solo in presenza di robusti, seppur flessibili diritti sociali di cittadinanza che garantissero una «ragionevole» redistribuzione della ricchezza.
Crouch è inoltre lo studioso che ha, come gli altri, individuato nel welfare state il punto più avanzato raggiunto durante «il secolo socialdemocratico», per usare un’espressione coniata da Ralph Darendhorf, altra figura chiave di questa cultura politica democratica europea. Non un «radicale» dunque, anche se i suoi ultimi studi — Il potere dei giganti e Postdemocrazia, entrambi pubblicati da Laterza — sono stati considerati una corrosiva critica del neoliberismo. Colin Crouch sarà ospite della «Biennale Democrazia».
Sono anni che la discussione sulla democrazia occupa un posto rilevante nella riflessione di filosofi, economisti, sociologi. Lei ha scritto diffusamente di regimi politici postdemocratici, caratterizzati da un paradosso: in essi sono vigenti tutti i diritti civili e politici acquisita dalla modernità, ma i centri decisionali sono caratterizzati da logiche che difficilmente possono essere sottoposte al controllo dei cittadini. Stiamo cioè assistendo a una cambiamento della forma-stato. Può spiegare cosa intende per postdemocrazia?
Si, viviamo una situazione paradossale, come lei suggerisce. Oltre che un paradosso, i regimi politici europei e statunitense sono una forma di atrofia della democrazia. La globalizzazione lo rende evidente, così come rende manifesto il fatto che la democrazia (che rimane principalmente nazionale) cessa di esistere sulla soglia dei posti dove si prendono le decisioni più importanti sull’economia. Il declino delle identità di classe e della religione, elementi fondamentale nella definizione delle identità politiche nei primi decenni dei processi di democratizzazione, priva gli elettori di legami con il mondo politico. Ma anche i partiti politici ormai si sentono lontani dalla popolazione e usano i metodi del «marketing» come surrogato dei legami venuti meno con chi dovrebbero rappresentare.
La cattura dell’attenzione creata dal marketing politico crea però legami artificiali, contingenti; e dunque non convincenti. La crescita della diseguaglianza rende infine molto più facile che le élite e le grandi imprese controllino la politica. Questo comporta una trasformazione della forma dello stato. Ciò che stiamo assistendo è la formazione di uno stato post-feudale saldamente nelle mani della nuova aristocrazia delle grandi imprese. Uno stato, tuttavia, che ha una legittimazione democratica. Alle élite non serve quindi più una dittatura per esercitare il potere.
Parallelamente alla discussione della democrazia, c’è quella sul «deperimento» dello stato-nazione, vista la cessione di sovranità ad organismi sovranazionali, come l’Unione europea, il Fondo Monetario Internazionale, il Wto o la Banca mondiale. Eppure assistiamo a una superfetazione dell’intervento statale in termini di norme amministrative che regolano la vita dei singoli. In Inghilterra, ciò è stato qualificato come «politica della vita». Da una parte dunque, perdita della sovranità, dall’altra aumento delle sfere di intervento dello Stato. Come vede lei questa situazione?
Il «deperimento» dello stato-nazione è sotto gli occhi di tutti. Per me, però, le cose sono complesse. Alla luce della globalizzazione, un fenomeno che ritengo positivo, abbiamo bisogno di trascendere lo stato-nazione, perché è un modo di organizzare e gestire la vita pubblica inadeguato rispetto i compiti politici che abbiamo di fronte. Abbiamo bisogno di queste istituzioni sovranazionali. Più che abolirle dobbiamo però lavorare a una loro democratizzazione. Questo vale anche per l’Unione Europea. Per quanto riguarda l’Europa siamo di fronte a un caso di reculer pour mieux sauter, come dicono i francesi, cioè di arretrare un po’ per meglio compiere un balzo in avanti. È infine vero che la politica nazionale ormai si interessa, forse troppo, delle piccole cose, in una miscela di superfetazione degli interventi sulla vita dei singoli e incapacità di fronteggiare i problemi derivanti dalla globalizzazione.
L’Europa politica e sociale è l’oggetto del desiderio del riformismo socialdemocratico europeo. Tuttavia, l’Europa sembra essere un laboratorio sociale e politico di un neoliberismo in crisi, certo, ma ancora abbastanza forte da definire draconiane politiche di austerità. Cosa nel pensa della situazione europea?
C’è stata sempre una tensione nella politica europea tra il neoliberalismo e una politica sociale, con una egemonia del primo aspetto. D’altronde non possiamo dimenticare che il progetto iniziale era di fare un mercato comune. Ma la «mercatizzazione», benché porta alcuni vantaggi, produce danni sociali. Da questo punto di vista la definizione di politiche sociali è indispensabile per riparare i «danni» prodotti dalle politiche neoliberali.
Per sintetizzare: più si diffonde la «mercatizzazione», più deve crescere l’impegno per sviluppare interventi politico-sociali per stabilirne limiti e argini. Questo è accaduto, seppur parzialmente, durante i lavori delle commissioni europee presiedute da Delors e da Prodi. Quel che manca oggi è invece l’opera di «bilanciamento» che può essere esercito da parte della politica. È questo un aspetto del trionfo della postdemocrazia. Affinché si sviluppi un’Europa sociale servono proteste e mobilitazioni dei cittadini. Solo in questo modo i governi, le banche e le altre istituzioni (sia nazionali, che europee che internazionali) potranno cambiare la loro agenda.
In tutto il mondo sono cresciute le diseguaglianze sociali. Anche questo rimette in discussione la democrazia. È come se nei gloriosi, meglio sarebbe dire infausti trenta anni di neoliberismo ci sia stato uno spostamento rilevante di potere nella società. Poche centinaia di migliaia di persone hanno redditi e poteri di gran lunga superiore a quelli della maggioranza della popolazione. Lei ha scritto un saggio su questo elemento («Il potere dei giganti»). A che punto siamo di questa tendenza alla crescita delle crescita delle disuguaglianze sociali?
Questo è il tema al centro delle analisi non solo di studiosi autorevoli come Joseph Stiglitz e Thomas Piketty, ma anche di organismi come l’Ocse e il Fondo Monetario Internazionale. Dalle loro analisi emerge nelle loro analisi un elemento comune: il negativo impatto economico dovuto alla crescita delle disuguaglianze. Concordo però con Stiglitz quando afferma che ci sono anche aspetti politici scaturiti dalle disuguaglianze sociali. Il principale è che la ricchezza economica può trasformarsi in potere politico; il quale, a sua volta, può essere usato per acquisire ulteriori vantaggi economici. Ma sta a noi interrompere questa spirale alimentata dalla «crescita incardinata sulla crescita delle disuguaglianze sociali».
Uno dei suoi primi libri, scritto e curato assieme con Alessandro Pizzorno, è pervaso dalla convinzione che il conflitto di classe avesse portato a compimento la definizione dei diritti sociali di cittadinanza. Uscì quando era cominciato a spirare il vento neoliberista. Da allora i diritti sociali di cittadinanza sono stato il bersaglio preferito di molte politiche in Europa, mentre la precarietà ha fatto crescere a dismisura l’esercito dei «working poor», che hanno bassi salari e pochissimi diritti. Come vede la situazione dei rapporti di lavoro nel capitalismo?
Il declino dei sindacati — causato principalmente dal declino della gran industria e la crescita dei settori postindustriali non organizzati — ha reso più facile un attacco contro i diritti sociali di cittadinanza. Ora però è importante capire i cambiamenti nel lavoro. Le conquiste operaie e sindacali degli anni Settanta hanno come sfondo un’economia industriale, che non è ovviamente scomparsa, ma è tuttavia segnata da una sistematica condizione «congiunturale» dovuta ai continui e repentini mutamenti nell’economia .
Prendiamo, ad esempio, l’articolo 18 del vostro Statuto dei lavoratori. È una norma pensata e valida in un preciso contesto storico-produttivo tesa a garantire alcuni diritti dei lavoratori, come ad esempio il licenziamento ingiustificato. L’esito delle profonde e drammatiche trasformazioni economiche è la «sparizione» di interi settori produttivi in alcuni paesi europei. Da qui la necessità di elaborare nuove tipologie di diritti a difesa del lavoro. Se i lavoratori sono costretti a vivere periodi più o meno lunghi di disoccupazione, hanno bisogno di un compenso generoso per continuare a vivere. Allo stesso tempo devono accedere a corsi di formazione professionale finalizzati a trovare un nuovo lavoro. Politiche di questo tipo sono particolarmente deboli in Italia. I sindacati, più che attestarsi nella sola difesa dell’articolo 18, dovrebbero attivarsi anche per lo sviluppo di politiche del lavoro. Allo stesso tempo, però, il governo non può limitarsi a volere l’abolizione dell’articolo 18: dovrebbe sviluppare nuovi diritti adeguati per l’economia attuale.
Nel suo ultimo libro tradotto in Italia — «Quanto capitalismo può sopportare la società» — lei scrive diffusamente sulla «socialdemocrazia assertiva». Cosa intende con questa espressione?
In ogni paese europeo, i socialdemocratici sono attestati su una posizione difensiva. Credono che il trionfo del mercato e del neoliberalismo li abbiano ridotti a dinosauri in via di estinzione o a pezzi da museo. Ritengo che per i socialdemocratici si aprono nuove e inedite strade politiche da percorrere. Come ho già detto, il mercato crea problemi sociali; è proprio in questa situazione di potere del mercato che abbiamo bisogno delle politiche sociali della socialdemocrazia. Il potere del mercato, delle grandi e spesso globali imprese più mercato, la crescita delle disuguaglianze sociali prevedono la forte presenza della socialdemocrazia che può rappresentare gli interessi sociali, civili, culturali di chi è penalizzato dall’egemonia dell’economia di mercato. Certo, dovrebbe essere una socialdemocrazia innovativa, nel senso di una democrazia «femminilizzata» e verde. Il neoliberalismo non può infatti riuscire a risolvere i problemi sociali e di svuotamento della democrazia creati proprio del neoliberalismo.
Rubare il futuro la dura legge che incatena le generazioni
La dialettica giovani-anziani varia nelle diverse epoche Ma la storia antica dell’Isola di Pasqua svela che spesso sono i padri a divorare i figliGUSTAVO ZAGREBELSKY Repubblica 25 3 2015
LEsocietà vecchie sono quelle soffocate dal peso del passato. Le giovani sono quelle che, almeno in parte, se ne affrancano, per guardare liberamente se stesse e deliberare senza pregiudizi. Le età delle società si misurano in “generazioni”. Ma, che cosa sono le generazioni, una volta che, dalla cellula in cui sta il rapporto generativo genitori- figli, si passa alla dimensione sociale in cui migliaia o milioni d’individui si succedono sulla scena della vita, gli uni agli altri? Una volta che si voglia sostenere che una generazione giovane sostituisce una generazione vecchia? La questione ha una storia. Thomas Jefferson disse: «La terra appartiene a (alla generazione de) i viventi» («the earth belongs to the living»).
Quel motto stava a significare che, sebbene ogni costituzione porti in sé ed esprima l’esigenza di stabilità e continuità, non si doveva pensare a una fissità assoluta, a costituzioni perenni e immodificabili. Poiché ogni generazione è indipendente da quella che la precede, ognuna può utilizzare come meglio crede, durante il proprio “usufrutto”, i beni di questo mondo e, tra questi, le leggi e le costituzioni. Ma, qual è la “scadenza” di una generazione, cioè la sua durata in vita?
Parliamo della generazione del fascismo, della resistenza, del ‘68, di Internet, ecc. Da ultimo, si parla di “generazione perduta”, con riguardo a coloro che sono privi di lavoro e d’istruzio- ne. La nuova generazione tedesca ha chiesto conto alla generazione dei suoi padri, per la parte avuta nel nazismo. La caduta del muro di Berlino ha aperto la via alla generazione dell’89. Ciascuna di queste generazioni è tale non per ragioni d’età di coloro che ne hanno fatto e ne fanno parte, ma per l’epoca da essi segnata e da cui essi sono segnati. In altri termini, si tratta d’identità storiche, di caratteri spirituali collettivi che definiscono determinati periodi e determinano passaggi o conflitti con la generazione precedente.
E oggi, nelle nostre società, in nome di che cosa la generazione nuova pretende lo spazio che era della vecchia? Sempre più spesso i vecchi confessano il loro sentirsi “fuori luogo”. Con le parole di Norberto Bobbio: «Nelle società evolute il mutamento sempre più rapido sia dei costumi sia delle arti ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa. Il vecchio diventa sempre più colui che non sa rispetto ai giovani che sanno, anche perché hanno maggiore capacità di apprendimento ». Il luogo dei giovani nelle società odierne è il luogo della competitività, dell’innovazione, dell’efficienza e della velocità. L’identità dell’odierna generazione emergente è la produttività crescente finalizzata allo sviluppo.
A differenza di altre identità generazionali che fissavano, stabilizzavano e arrestavano il tempo e, dunque, in certo modo rassicuravano fino a quando non fossero sostituite da altre, la produttività crescente è la più implacabile delle leggi, perché richiede la mobilitazione di tutte le energie sociali disponibili e implica la marginalizzazione di coloro i quali non ne sono partecipi. Costoro, cioè coloro che non sanno, non possono o non vogliono stare al passo, cioè gli inidonei e i non integrati non possono giustificare la loro esistenza.
Noi viviamo in un’epoca che crediamo ancora dominata dall’idea o, forse, dall’ideologia dei diritti umani: un’epoca aperta dalle rivoluzioni liberali e trionfante nella seconda metà del Novecento, anche come reazione alle tragedie dei totalitarismi. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che inizia proclamando che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» può essere assunta come il simbolo riassuntivo di un’intera generazione. Ma è ancora così?
Nelle società gravate dalla penuria di risorse vitali — cioè, in pratica, tutte, salvo le società dell’utopia — gli individui nati o divenuti inutili erano soppressi fin dall’inizio o abbandonati a se stessi. Erano i non-produttivi, i deboli, gli affetti da malformazioni e malattie, i “malriusciti” (secondo la terminologia eugenetica del nazismo) o coloro che rappresentavano solo un peso per gli altri, come i vecchi irrecuperabili a una vita attiva. Herbert Spencer ne è stato il teorizzatore riconosciuto. I poveri, i marginali, gli handicappati, i deboli, in generale gli “inadatti”, non avrebbero dovuto essere sostenuti a spese della collettività. La spesa sociale sottrae risorse allo sviluppo della “parte sana” della società. Oggi, i diritti umani impediscono la riproposizione di simili teorie, ma la pratica, rivestita dalla forza della necessità, ne ripropone gli esiti. La cosiddetta crisi fiscale dello Stato e la conseguente riduzione della “spesa sociale” — pensioni e assistenza, sanità, lavoro — chi finisce per colpire? Proprio i più deboli. Tra questi, gli anziani, il cui numero percentuale rispetto agli individui produttivi, aumenta con la durata della vita. Forse, è alle viste una vera e pro- pria ribellione della generazione giovane, su cui grava l’onere del sostentamento degli anziani. Non li si elimina fisicamente e direttamente, ma li si abbandona progressivamente al loro destino, con effetti analoghi.
Sulle società della crescita per la crescita, incombe un’altra minaccia. Occorrerebbe sempre rammentare la lezione dell’Isola di Pasqua. Quest’isola polinesiana, scoperta dagli europei il giorno di Pasqua del 1722, è celebre per i 397 megaliti, uno dei quali raggiunge il peso di 270 tonnellate, che raffigurano giganteschi ed enigmatici tronchi umani, alcuni dei quali sovrastati da parallelepipedi colorati di rosso. Quando gli esseri umani vi posero piede alla fine del primo millennio, doveva essere una terra fiorente, coperta di foreste, ricca di cibo dalla terra, dal mare e dall’aria. Arrivò a ospitare diverse migliaia di persone, divise in dodici clan che convivevano pacificamente. Quando vi giunsero i primi navigatori europei, trovarono una terra desolata, come ancora oggi ci appare: completamente deforestata, dal terreno disastrato e infecondo, dove sopravvivevano poche centinaia di persone. Nel 1864, quando mercanti europei vi sbarcarono per i loro affari, il numero era ridotto a 111 individui, denutriti, geneticamente degradati. Che cosa e come era avvenuto questo disastro? C’è un rapporto tra le grandi e inquietanti teste di pietra e l’estrema desolazione di ciò che le circonda? L’enigma di Pasqua, per com’è stato sciolto dagli studiosi, è un grandioso e minaccioso apologo su come le società possono distruggere da sé il proprio futuro per gigantismo e imprevidenza. La causa prima del collasso sarebbe stata la deforestazione, cioè la dissipazione della principale risorsa naturale. La foresta ospitava uccelli stanziali e attirava uccelli di passo; forniva il legname alle canoe usate per la pesca; difendeva l’integrità del territorio coltivato a orto dalle tempeste tropicali. A poco a poco, le risorse alimentari vennero a mancare e la dieta si ridusse, prima, a polli e piccoli molluschi e, poi, a topi e sterpaglia. La penuria dei fattori primi della vita, come sempre accade, alimentò le rivalità e la guerra tra i clan. Nella generale carenza di cibo, si finì all’ultimo stadio, l’antropofagia. E le teste di pietra? Sembra che abbiano avuto una parte di rilievo. Col passar del tempo e in concomitanza con le lotte tra i clan, da piccole che erano all’inizio, diventarono progressivamente sempre più imponenti. La più alta, sei volte un uomo normale, è anche quella costruita per ultima, quando la catastrofe incombeva. Motus in fine velocior. Erano un simbolo di potenza tecnologica he poteva essere speso nella lotta per la supremazia politica. Ma per scalpellarle dalla cava, trasportarle e drizzarle — un lavoro, per quella società in quel luogo e in quel tempo, mostruoso — occorrevano tronchi d’albero d’alto fusto e fibre legnose per fabbricare funi. Alla fine, l’isola fu desertificata e, parallelamente, si eressero pietre sempre più alte; poi per la maggior parte furono abbattute e spezzate. Quando tutto fu compiuto, i sopravvissuti pensarono a una via di fuga dall’inferno ch’essi stessi avevano creato. Ma il legno per costruire le barche — la loro salvezza — era già stato usato e consumato per le teste di pietra.
Che cosa dunque avvenne a Pasqua? Come possiamo condensare in una sola frase la sua parabola? Per soddisfare manie di potenza e grandezza di oggi, non si è fatto caso alle necessità di domani. Ogni generazione s’è comportata come se fosse l’ultima, trattando le risorse di cui disponeva come sue proprietà esclusive, di cui usare e abusare. Il motto di quella gente dissennata avrebbe potuto essere quello del distinto signore, estensore della Dichiarazione d’indipendenza, Thomas Jefferson: «La terra appartiene alla generazione vivente». Ammesso che nuove generazioni viventi possano esserci sempre di nuovo. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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