mercoledì 25 marzo 2015

Colin Crouch: uno studio comparato sulla crisi della democrazia moderna in Europa

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Colin Crouch: Governing social risks in post-crisis Europe, Elgar

Risvolto
In this illuminating book Colin Crouch examines the diverse approaches presented by advanced societies in their attempts to resolve a central dilemma of a capitalist economy: the need to combine buoyant mass consumption with insecure workers, subject to, and responsive to, the fluctuations of an unregulated global economy. He demonstrates that the approaches of different national economies have varying degrees of success, and diverse implications for social inequality. Through the study of European societies, and comparisons with experience from the rest of the world, Crouch scrutinizes this diversity, and looks at how the 2008 global financial crisis has impacted it.

How can a capitalist system reconcile its need to combine workers on uncertain incomes and conditions with consumers confident that they can spend? The approaches of different national economies to this conundrum have had varying degrees of success, as well as diverse implications for social inequality. Through the study of European societies, and comparisons with experience from the rest of the world, Colin Crouch scrutinizes this diversity, and looks at how the 2008 global financial crisis has impacted it. 
Crouch identifies three broad approaches that countries adopt in response to this central dilemma of a capitalist economy, and examines these across three different contexts: time, place, and the role of inclusion and exclusion. This primarily statistical study embraces all except the smallest European countries, with comparative material on Japan, Russia and the United States. Countries are grouped according to differences found in them in the roles of governance by market, state, and community.   


Andrea Galli Avvenire 25 marzo 2015


Il paradosso democratico di Colin Crouch 
Intervista . Un’intervista con lo studioso inglese, ospite della «Biennale Democrazia» di Torino. La necessità di una puntuale critica al potere dei giganti e di una complementare capacità innovativa della sinistra europea 
Benedetto Vecchi, 26.3.2015 
Colin Crouch appar­tiene alla esi­gua, ma auto­re­vole schiera di eco­no­mi­sti, filo­sofi, socio­logi «rifor­mi­sti» che, rima­nendo fedeli alle loro con­vin­zioni, sono ormai indi­cati, dai media main­stream, come teo­rici radi­cali. Ne fanno parte stu­diosi come Richard Sen­nett, Zyg­munt Bau­man, Ales­san­dro Piz­zorno e Luciano Gal­lino. Negli anni tutti loro si sono appli­cati ad inda­gare le tra­sfor­ma­zioni del mondo del lavoro o il venir meno di quelle iden­tità col­let­tive che hanno carat­te­riz­zato il Nove­cento. Si sono appli­cati al loro spe­ci­fico campo disci­pli­nare, regi­strando le con­ti­nuità e le discon­ti­nuità nello svi­luppo capi­ta­li­stico. Non hanno mai nasco­sto la con­vin­zione che l’economia di mer­cato potesse con­ti­nuare a pro­spe­rare solo in pre­senza di robu­sti, sep­pur fles­si­bili diritti sociali di cit­ta­di­nanza che garan­tis­sero una «ragio­ne­vole» redi­stri­bu­zione della ricchezza. 

Crouch è inol­tre lo stu­dioso che ha, come gli altri, indi­vi­duato nel wel­fare state il punto più avan­zato rag­giunto durante «il secolo social­de­mo­cra­tico», per usare un’espressione coniata da Ralph Daren­d­horf, altra figura chiave di que­sta cul­tura poli­tica demo­cra­tica euro­pea. Non un «radi­cale» dun­que, anche se i suoi ultimi studi — Il potere dei giganti e Post­de­mo­cra­zia, entrambi pub­bli­cati da Laterza — sono stati con­si­de­rati una cor­ro­siva cri­tica del neo­li­be­ri­smo. Colin Crouch sarà ospite della «Bien­nale Democrazia». 

Sono anni che la discus­sione sulla demo­cra­zia occupa un posto rile­vante nella rifles­sione di filo­sofi, eco­no­mi­sti, socio­logi. Lei ha scritto dif­fu­sa­mente di regimi poli­tici post­de­mo­cra­tici, carat­te­riz­zati da un para­dosso: in essi sono vigenti tutti i diritti civili e poli­tici acqui­sita dalla moder­nità, ma i cen­tri deci­sio­nali sono carat­te­riz­zati da logi­che che dif­fi­cil­mente pos­sono essere sot­to­po­ste al con­trollo dei cit­ta­dini. Stiamo cioè assi­stendo a una cam­bia­mento della forma-stato. Può spie­gare cosa intende per postdemocrazia? 

Si, viviamo una situa­zione para­dos­sale, come lei sug­ge­ri­sce. Oltre che un para­dosso, i regimi poli­tici euro­pei e sta­tu­ni­tense sono una forma di atro­fia della demo­cra­zia. La glo­ba­liz­za­zione lo rende evi­dente, così come rende mani­fe­sto il fatto che la demo­cra­zia (che rimane prin­ci­pal­mente nazio­nale) cessa di esi­stere sulla soglia dei posti dove si pren­dono le deci­sioni più impor­tanti sull’economia. Il declino delle iden­tità di classe e della reli­gione, ele­menti fon­da­men­tale nella defi­ni­zione delle iden­tità poli­ti­che nei primi decenni dei pro­cessi di demo­cra­tiz­za­zione, priva gli elet­tori di legami con il mondo poli­tico. Ma anche i par­titi poli­tici ormai si sen­tono lon­tani dalla popo­la­zione e usano i metodi del «mar­ke­ting» come sur­ro­gato dei legami venuti meno con chi dovreb­bero rappresentare. 

La cat­tura dell’attenzione creata dal mar­ke­ting poli­tico crea però legami arti­fi­ciali, con­tin­genti; e dun­que non con­vin­centi. La cre­scita della dise­gua­glianza rende infine molto più facile che le élite e le grandi imprese con­trol­lino la poli­tica. Que­sto com­porta una tra­sfor­ma­zione della forma dello stato. Ciò che stiamo assi­stendo è la for­ma­zione di uno stato post-feudale sal­da­mente nelle mani della nuova ari­sto­cra­zia delle grandi imprese. Uno stato, tut­ta­via, che ha una legit­ti­ma­zione demo­cra­tica. Alle élite non serve quindi più una dit­ta­tura per eser­ci­tare il potere. 

Paral­le­la­mente alla discus­sione della demo­cra­zia, c’è quella sul «depe­ri­mento» dello stato-nazione, vista la ces­sione di sovra­nità ad orga­ni­smi sovra­na­zio­nali, come l’Unione euro­pea, il Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale, il Wto o la Banca mon­diale. Eppure assi­stiamo a una super­fe­ta­zione dell’intervento sta­tale in ter­mini di norme ammi­ni­stra­tive che rego­lano la vita dei sin­goli. In Inghil­terra, ciò è stato qua­li­fi­cato come «poli­tica della vita». Da una parte dun­que, per­dita della sovra­nità, dall’altra aumento delle sfere di inter­vento dello Stato. Come vede lei que­sta situazione? 

Il «depe­ri­mento» dello stato-nazione è sotto gli occhi di tutti. Per me, però, le cose sono com­plesse. Alla luce della glo­ba­liz­za­zione, un feno­meno che ritengo posi­tivo, abbiamo biso­gno di tra­scen­dere lo stato-nazione, per­ché è un modo di orga­niz­zare e gestire la vita pub­blica ina­de­guato rispetto i com­piti poli­tici che abbiamo di fronte. Abbiamo biso­gno di que­ste isti­tu­zioni sovra­na­zio­nali. Più che abo­lirle dob­biamo però lavo­rare a una loro demo­cra­tiz­za­zione. Que­sto vale anche per l’Unione Euro­pea. Per quanto riguarda l’Europa siamo di fronte a un caso di recu­ler pour mieux sau­ter, come dicono i fran­cesi, cioè di arre­trare un po’ per meglio com­piere un balzo in avanti. È infine vero che la poli­tica nazio­nale ormai si inte­ressa, forse troppo, delle pic­cole cose, in una miscela di super­fe­ta­zione degli inter­venti sulla vita dei sin­goli e inca­pa­cità di fron­teg­giare i pro­blemi deri­vanti dalla globalizzazione. 

L’Europa poli­tica e sociale è l’oggetto del desi­de­rio del rifor­mi­smo social­de­mo­cra­tico euro­peo. Tut­ta­via, l’Europa sem­bra essere un labo­ra­to­rio sociale e poli­tico di un neo­li­be­ri­smo in crisi, certo, ma ancora abba­stanza forte da defi­nire dra­co­niane poli­ti­che di auste­rità. Cosa nel pensa della situa­zione europea? 

C’è stata sem­pre una ten­sione nella poli­tica euro­pea tra il neo­li­be­ra­li­smo e una poli­tica sociale, con una ege­mo­nia del primo aspetto. D’altronde non pos­siamo dimen­ti­care che il pro­getto ini­ziale era di fare un mer­cato comune. Ma la «mer­ca­tiz­za­zione», ben­ché porta alcuni van­taggi, pro­duce danni sociali. Da que­sto punto di vista la defi­ni­zione di poli­ti­che sociali è indi­spen­sa­bile per ripa­rare i «danni» pro­dotti dalle poli­ti­che neo­li­be­rali.
Per sin­te­tiz­zare: più si dif­fonde la «mer­ca­tiz­za­zione», più deve cre­scere l’impegno per svi­lup­pare inter­venti politico-sociali per sta­bi­lirne limiti e argini. Que­sto è acca­duto, sep­pur par­zial­mente, durante i lavori delle com­mis­sioni euro­pee pre­sie­dute da Delors e da Prodi. Quel che manca oggi è invece l’opera di «bilan­cia­mento» che può essere eser­cito da parte della poli­tica. È que­sto un aspetto del trionfo della post­de­mo­cra­zia. Affin­ché si svi­luppi un’Europa sociale ser­vono pro­te­ste e mobi­li­ta­zioni dei cit­ta­dini. Solo in que­sto modo i governi, le ban­che e le altre isti­tu­zioni (sia nazio­nali, che euro­pee che inter­na­zio­nali) potranno cam­biare la loro agenda. 

In tutto il mondo sono cre­sciute le dise­gua­glianze sociali. Anche que­sto rimette in discus­sione la demo­cra­zia. È come se nei glo­riosi, meglio sarebbe dire infau­sti trenta anni di neo­li­be­ri­smo ci sia stato uno spo­sta­mento rile­vante di potere nella società. Poche cen­ti­naia di migliaia di per­sone hanno red­diti e poteri di gran lunga supe­riore a quelli della mag­gio­ranza della popo­la­zione. Lei ha scritto un sag­gio su que­sto ele­mento («Il potere dei giganti»). A che punto siamo di que­sta ten­denza alla cre­scita delle cre­scita delle disu­gua­glianze sociali?
 

Que­sto è il tema al cen­tro delle ana­lisi non solo di stu­diosi auto­re­voli come Joseph Sti­glitz e Tho­mas Piketty, ma anche di orga­ni­smi come l’Ocse e il Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale. Dalle loro ana­lisi emerge nelle loro ana­lisi un ele­mento comune: il nega­tivo impatto eco­no­mico dovuto alla cre­scita delle disu­gua­glianze. Con­cordo però con Sti­glitz quando afferma che ci sono anche aspetti poli­tici sca­tu­riti dalle disu­gua­glianze sociali. Il prin­ci­pale è che la ric­chezza eco­no­mica può tra­sfor­marsi in potere poli­tico; il quale, a sua volta, può essere usato per acqui­sire ulte­riori van­taggi eco­no­mici. Ma sta a noi inter­rom­pere que­sta spi­rale ali­men­tata dalla «cre­scita incar­di­nata sulla cre­scita delle disu­gua­glianze sociali». 

Uno dei suoi primi libri, scritto e curato assieme con Ales­san­dro Piz­zorno, è per­vaso dalla con­vin­zione che il con­flitto di classe avesse por­tato a com­pi­mento la defi­ni­zione dei diritti sociali di cit­ta­di­nanza. Uscì quando era comin­ciato a spi­rare il vento neo­li­be­ri­sta. Da allora i diritti sociali di cit­ta­di­nanza sono stato il ber­sa­glio pre­fe­rito di molte poli­ti­che in Europa, men­tre la pre­ca­rietà ha fatto cre­scere a dismi­sura l’esercito dei «wor­king poor», che hanno bassi salari e pochis­simi diritti. Come vede la situa­zione dei rap­porti di lavoro nel capitalismo? 

Il declino dei sin­da­cati — cau­sato prin­ci­pal­mente dal declino della gran indu­stria e la cre­scita dei set­tori postin­du­striali non orga­niz­zati — ha reso più facile un attacco con­tro i diritti sociali di cit­ta­di­nanza. Ora però è impor­tante capire i cam­bia­menti nel lavoro. Le con­qui­ste ope­raie e sin­da­cali degli anni Set­tanta hanno come sfondo un’economia indu­striale, che non è ovvia­mente scom­parsa, ma è tut­ta­via segnata da una siste­ma­tica con­di­zione «con­giun­tu­rale» dovuta ai con­ti­nui e repen­tini muta­menti nell’economia . 

Pren­diamo, ad esem­pio, l’articolo 18 del vostro Sta­tuto dei lavo­ra­tori. È una norma pen­sata e valida in un pre­ciso con­te­sto storico-produttivo tesa a garan­tire alcuni diritti dei lavo­ra­tori, come ad esem­pio il licen­zia­mento ingiu­sti­fi­cato. L’esito delle pro­fonde e dram­ma­ti­che tra­sfor­ma­zioni eco­no­mi­che è la «spa­ri­zione» di interi set­tori pro­dut­tivi in alcuni paesi euro­pei. Da qui la neces­sità di ela­bo­rare nuove tipo­lo­gie di diritti a difesa del lavoro. Se i lavo­ra­tori sono costretti a vivere periodi più o meno lun­ghi di disoc­cu­pa­zione, hanno biso­gno di un com­penso gene­roso per con­ti­nuare a vivere. Allo stesso tempo devono acce­dere a corsi di for­ma­zione pro­fes­sio­nale fina­liz­zati a tro­vare un nuovo lavoro. Poli­ti­che di que­sto tipo sono par­ti­co­lar­mente deboli in Ita­lia. I sin­da­cati, più che atte­starsi nella sola difesa dell’articolo 18, dovreb­bero atti­varsi anche per lo svi­luppo di poli­ti­che del lavoro. Allo stesso tempo, però, il governo non può limi­tarsi a volere l’abolizione dell’articolo 18: dovrebbe svi­lup­pare nuovi diritti ade­guati per l’economia attuale. 

Nel suo ultimo libro tra­dotto in Ita­lia — «Quanto capi­ta­li­smo può sop­por­tare la società» — lei scrive dif­fu­sa­mente sulla «social­de­mo­cra­zia asser­tiva». Cosa intende con que­sta espressione? 

In ogni paese euro­peo, i social­de­mo­cra­tici sono atte­stati su una posi­zione difen­siva. Cre­dono che il trionfo del mer­cato e del neo­li­be­ra­li­smo li abbiano ridotti a dino­sauri in via di estin­zione o a pezzi da museo. Ritengo che per i social­de­mo­cra­tici si aprono nuove e ine­dite strade poli­ti­che da per­cor­rere. Come ho già detto, il mer­cato crea pro­blemi sociali; è pro­prio in que­sta situa­zione di potere del mer­cato che abbiamo biso­gno delle poli­ti­che sociali della social­de­mo­cra­zia. Il potere del mer­cato, delle grandi e spesso glo­bali imprese più mer­cato, la cre­scita delle disu­gua­glianze sociali pre­ve­dono la forte pre­senza della social­de­mo­cra­zia che può rap­pre­sen­tare gli inte­ressi sociali, civili, cul­tu­rali di chi è pena­liz­zato dall’egemonia dell’economia di mer­cato. Certo, dovrebbe essere una social­de­mo­cra­zia inno­va­tiva, nel senso di una demo­cra­zia «fem­mi­ni­liz­zata» e verde. Il neo­li­be­ra­li­smo non può infatti riu­scire a risol­vere i pro­blemi sociali e di svuo­ta­mento della demo­cra­zia creati pro­prio del neoliberalismo.


Rubare il futuro la dura legge che incatena le generazioni
La dialettica giovani-anziani varia nelle diverse epoche Ma la storia antica dell’Isola di Pasqua svela che spesso sono i padri a divorare i figliGUSTAVO ZAGREBELSKY Repubblica 25 3 2015


LEsocietà vecchie sono quelle soffocate dal peso del passato. Le giovani sono quelle che, almeno in parte, se ne affrancano, per guardare liberamente se stesse e deliberare senza pregiudizi. Le età delle società si misurano in “generazioni”. Ma, che cosa sono le generazioni, una volta che, dalla cellula in cui sta il rapporto generativo genitori- figli, si passa alla dimensione sociale in cui migliaia o milioni d’individui si succedono sulla scena della vita, gli uni agli altri? Una volta che si voglia sostenere che una generazione giovane sostituisce una generazione vecchia? La questione ha una storia. Thomas Jefferson disse: «La terra appartiene a (alla generazione de) i viventi» («the earth belongs to the living»).
Quel motto stava a significare che, sebbene ogni costituzione porti in sé ed esprima l’esigenza di stabilità e continuità, non si doveva pensare a una fissità assoluta, a costituzioni perenni e immodificabili. Poiché ogni generazione è indipendente da quella che la precede, ognuna può utilizzare come meglio crede, durante il proprio “usufrutto”, i beni di questo mondo e, tra questi, le leggi e le costituzioni. Ma, qual è la “scadenza” di una generazione, cioè la sua durata in vita?
Parliamo della generazione del fascismo, della resistenza, del ‘68, di Internet, ecc. Da ultimo, si parla di “generazione perduta”, con riguardo a coloro che sono privi di lavoro e d’istruzio- ne. La nuova generazione tedesca ha chiesto conto alla generazione dei suoi padri, per la parte avuta nel nazismo. La caduta del muro di Berlino ha aperto la via alla generazione dell’89. Ciascuna di queste generazioni è tale non per ragioni d’età di coloro che ne hanno fatto e ne fanno parte, ma per l’epoca da essi segnata e da cui essi sono segnati. In altri termini, si tratta d’identità storiche, di caratteri spirituali collettivi che definiscono determinati periodi e determinano passaggi o conflitti con la generazione precedente.
E oggi, nelle nostre società, in nome di che cosa la generazione nuova pretende lo spazio che era della vecchia? Sempre più spesso i vecchi confessano il loro sentirsi “fuori luogo”. Con le parole di Norberto Bobbio: «Nelle società evolute il mutamento sempre più rapido sia dei costumi sia delle arti ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa. Il vecchio diventa sempre più colui che non sa rispetto ai giovani che sanno, anche perché hanno maggiore capacità di apprendimento ». Il luogo dei giovani nelle società odierne è il luogo della competitività, dell’innovazione, dell’efficienza e della velocità. L’identità dell’odierna generazione emergente è la produttività crescente finalizzata allo sviluppo.
A differenza di altre identità generazionali che fissavano, stabilizzavano e arrestavano il tempo e, dunque, in certo modo rassicuravano fino a quando non fossero sostituite da altre, la produttività crescente è la più implacabile delle leggi, perché richiede la mobilitazione di tutte le energie sociali disponibili e implica la marginalizzazione di coloro i quali non ne sono partecipi. Costoro, cioè coloro che non sanno, non possono o non vogliono stare al passo, cioè gli inidonei e i non integrati non possono giustificare la loro esistenza.
Noi viviamo in un’epoca che crediamo ancora dominata dall’idea o, forse, dall’ideologia dei diritti umani: un’epoca aperta dalle rivoluzioni liberali e trionfante nella seconda metà del Novecento, anche come reazione alle tragedie dei totalitarismi. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che inizia proclamando che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» può essere assunta come il simbolo riassuntivo di un’intera generazione. Ma è ancora così?
Nelle società gravate dalla penuria di risorse vitali — cioè, in pratica, tutte, salvo le società dell’utopia — gli individui nati o divenuti inutili erano soppressi fin dall’inizio o abbandonati a se stessi. Erano i non-produttivi, i deboli, gli affetti da malformazioni e malattie, i “malriusciti” (secondo la terminologia eugenetica del nazismo) o coloro che rappresentavano solo un peso per gli altri, come i vecchi irrecuperabili a una vita attiva. Herbert Spencer ne è stato il teorizzatore riconosciuto. I poveri, i marginali, gli handicappati, i deboli, in generale gli “inadatti”, non avrebbero dovuto essere sostenuti a spese della collettività. La spesa sociale sottrae risorse allo sviluppo della “parte sana” della società. Oggi, i diritti umani impediscono la riproposizione di simili teorie, ma la pratica, rivestita dalla forza della necessità, ne ripropone gli esiti. La cosiddetta crisi fiscale dello Stato e la conseguente riduzione della “spesa sociale” — pensioni e assistenza, sanità, lavoro — chi finisce per colpire? Proprio i più deboli. Tra questi, gli anziani, il cui numero percentuale rispetto agli individui produttivi, aumenta con la durata della vita. Forse, è alle viste una vera e pro- pria ribellione della generazione giovane, su cui grava l’onere del sostentamento degli anziani. Non li si elimina fisicamente e direttamente, ma li si abbandona progressivamente al loro destino, con effetti analoghi.
Sulle società della crescita per la crescita, incombe un’altra minaccia. Occorrerebbe sempre rammentare la lezione dell’Isola di Pasqua. Quest’isola polinesiana, scoperta dagli europei il giorno di Pasqua del 1722, è celebre per i 397 megaliti, uno dei quali raggiunge il peso di 270 tonnellate, che raffigurano giganteschi ed enigmatici tronchi umani, alcuni dei quali sovrastati da parallelepipedi colorati di rosso. Quando gli esseri umani vi posero piede alla fine del primo millennio, doveva essere una terra fiorente, coperta di foreste, ricca di cibo dalla terra, dal mare e dall’aria. Arrivò a ospitare diverse migliaia di persone, divise in dodici clan che convivevano pacificamente. Quando vi giunsero i primi navigatori europei, trovarono una terra desolata, come ancora oggi ci appare: completamente deforestata, dal terreno disastrato e infecondo, dove sopravvivevano poche centinaia di persone. Nel 1864, quando mercanti europei vi sbarcarono per i loro affari, il numero era ridotto a 111 individui, denutriti, geneticamente degradati. Che cosa e come era avvenuto questo disastro? C’è un rapporto tra le grandi e inquietanti teste di pietra e l’estrema desolazione di ciò che le circonda? L’enigma di Pasqua, per com’è stato sciolto dagli studiosi, è un grandioso e minaccioso apologo su come le società possono distruggere da sé il proprio futuro per gigantismo e imprevidenza. La causa prima del collasso sarebbe stata la deforestazione, cioè la dissipazione della principale risorsa naturale. La foresta ospitava uccelli stanziali e attirava uccelli di passo; forniva il legname alle canoe usate per la pesca; difendeva l’integrità del territorio coltivato a orto dalle tempeste tropicali. A poco a poco, le risorse alimentari vennero a mancare e la dieta si ridusse, prima, a polli e piccoli molluschi e, poi, a topi e sterpaglia. La penuria dei fattori primi della vita, come sempre accade, alimentò le rivalità e la guerra tra i clan. Nella generale carenza di cibo, si finì all’ultimo stadio, l’antropofagia. E le teste di pietra? Sembra che abbiano avuto una parte di rilievo. Col passar del tempo e in concomitanza con le lotte tra i clan, da piccole che erano all’inizio, diventarono progressivamente sempre più imponenti. La più alta, sei volte un uomo normale, è anche quella costruita per ultima, quando la catastrofe incombeva. Motus in fine velocior. Erano un simbolo di potenza tecnologica he poteva essere speso nella lotta per la supremazia politica. Ma per scalpellarle dalla cava, trasportarle e drizzarle — un lavoro, per quella società in quel luogo e in quel tempo, mostruoso — occorrevano tronchi d’albero d’alto fusto e fibre legnose per fabbricare funi. Alla fine, l’isola fu desertificata e, parallelamente, si eressero pietre sempre più alte; poi per la maggior parte furono abbattute e spezzate. Quando tutto fu compiuto, i sopravvissuti pensarono a una via di fuga dall’inferno ch’essi stessi avevano creato. Ma il legno per costruire le barche — la loro salvezza — era già stato usato e consumato per le teste di pietra.
Che cosa dunque avvenne a Pasqua? Come possiamo condensare in una sola frase la sua parabola? Per soddisfare manie di potenza e grandezza di oggi, non si è fatto caso alle necessità di domani. Ogni generazione s’è comportata come se fosse l’ultima, trattando le risorse di cui disponeva come sue proprietà esclusive, di cui usare e abusare. Il motto di quella gente dissennata avrebbe potuto essere quello del distinto signore, estensore della Dichiarazione d’indipendenza, Thomas Jefferson: «La terra appartiene alla generazione vivente». Ammesso che nuove generazioni viventi possano esserci sempre di nuovo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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