Risvolto
Questo libro completa l’opera in sei volumi Storia dell’IRI.
Integra i volumi analitici che l’hanno preceduto con una trattazione
incentrata sulle reciproche interazioni fra le vicende dell’Istituto e
quelle attraversate dall’economia italiana: la crisi degli anni Trenta
del Novecento, dalla quale l’IRI scaturì e al cui superamento, sotto la
guida di Alberto Beneduce e di Donato Menichella, recò un apporto
decisivo; la guerra e la ricostruzione postbellica; il ‘miracolo
economico’, del quale l’IRI fu protagonista; la stagflation degli anni
Settanta e le difficoltà degli anni Ottanta che, nonostante l’impegno
profuso dall’IRI, sfociarono nella scelta politica della privatizzazione
delle imprese pubbliche negli anni Novanta, sino alla liquidazione
dell’Istituto.
Il ristagno dell’economia lungo il ventennio seguito al crollo della
lira nell’estate del 1992 ha coinciso con lo smantellamento del gruppo
pubblico ma ha altresì riproposto le carenze del capitale privato. I
limiti delle poche grandi imprese industriali rimaste e della miriade di
piccole aziende nell’esprimere produttività attraverso la ricerca,
l’innovazione, il progresso tecnico suscitano un duplice quesito: se la
rinuncia all’IRI è stata davvero inevitabile e saggia e se è ancora
necessaria, seppure in forme diverse, la funzione di supplenza del
capitale privato che l’IRI, con alterna fortuna, ha svolto.
L’Iri, un pezzo di dopoguerra che ci insegna ancora qualcosa
Con il sesto volume, Laterza conclude la monumentale Storiadell’ente Un’epoca segnata dal tentativo di conciliare profitto e obiettivi sociali
Mario Deaglio La Stampa 25 3 2015
Il 3 marzo il neo-Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il cosiddetto «decreto salva-Ilva» e qualcosa è uscito dalla soffitta della storia. Fondata 110 anni fa, fortemente indebitata ai tempi della crisi dei primi Anni Trenta, l’Ilva fu acquisita dall’Iri, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale creato nel 1933 per gestire l’emergenza economica di allora. Nel dopoguerra l’Iri divenne una struttura portante del «modello italiano» di intervento pubblico e fu dissolto soltanto nel 2002, dopo la cessione, molto spesso la privatizzazione, delle molte aziende che controllava.
Non è il solo esempio di neo-interventismo. Lo Stato, che è entrato nel capitale del Monte Paschi di Siena poche settimane prima della firma del «decreto salva-Ilva», dispone, direttamente o indirettamente, di strumenti quali il nuovissimo Fondo Strategico Italiano (istituito nel 2011) e l’antichissima Cassa Depositi e Prestiti, che data dal 1850 Manca però, una strategia dell’intervento pubblico. Una riflessione sull’Iri non è, quindi, un «amarcord» per pochi intellettuali ma una premessa necessaria per una politica industriale adatta alle nostre difficoltà.
Per questo motivo è particolarmente benvenuto il recente saggio di Pierluigi Ciocca, a lungo a capo dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia (L’Iri nell’economia italiana pubblicato dall’editore Laterza) che corona un’imponente Storia dell’Iri in sei volumi. I primi cinque sono apparsi negli ultimi quattro anni, coordinati da studiosi ben noti: Valerio Castronovo per il volume dalle origini al dopoguerra, Francesco Amatori, Francesco Silva e Roberto Artoni rispettivamente per quelli relativi al «miracolo economico», ai tormentati anni 70-80, alla crisi dell’Iri e alla sua liquidazione, ossia dal 1990 al 2002, mentre Franco Russolillo ha esaminato i settori e i bilanci.
Da quest’opera viene la conferma che l’Iri fece assai più che «gestire» le partecipazioni pubbliche in alcuni settori chiave dell’economia italiana: negli anni della ricostruzione e del miracolo economico le rimodellò trasformandole nello strumento base della crescita (autostrade, cantieri, trasporti marittimi e la stessa siderurgia, tra l’altro con il grande stabilimento di Taranto dell’Ilva, ribattezzata Italsider).
Il tutto fu opera di un gruppo di dirigenti con a capo Giuseppe Petrilli, matematico di formazione, passato alla politica e presidente dell’Istituto negli anni sessanta e settanta. A Petrilli si deve il concetto dello «stato imprenditore» secondo il quale alcuni obiettivi di lungo periodo non possono essere realizzati dal solo mercato, che ricerca utili immediati o quasi. E’ necessario, invece, un intervento dello stato, sia pure rispettoso delle regole del mercato (al punto da far quotare in Borsa molte delle società controllate, sottoposte alle norme sui bilanci delle società private, delle quali si scambiavano solo quote di minoranza) ma non teso a massimizzare profitti bensì a realizzare efficientemente progetti di lungo termine. Di qui al concetto di «programmazione», naturalmente flessibile per distinguerla dalla «pianificazione» sovietica, il passo è breve.
Lo «stato imprenditore» di Petrilli si avvale della «formula Iri», il cui perno è l’indipendenza dall’amministrazione pubblica delle imprese controllate: con tale formula lo stato «pagava» per la realizzazione delle finalità sociali rinunciando a una quota dei profitti teoricamente possibili. Queste finalità venivano isolate – almeno in linee di principio - dagli obiettivi economici che dovevano comprendere la realizzazione di un profitto «normale». Tutto ciò poneva spesso l’Iri in potenziale conflitto con la burocrazia e la politica per rivendicare la propria indipendenza. Il conflitto divenne più acuto con la crisi petrolifera della metà degli anni settanta che portò a richieste sempre più perentorie di governi, partiti e sindacati per interventi di puro salvataggio. Di qui iniziò il tramonto conclusosi, appunto, nel 2002.
C’è qualcosa da recuperare da quest’esperienza nell’Italia incerta e stordita di questi tempi? Probabilmente sì, anche se la storia non si ripete mai. L’attenzione va subito alle imprese pubbliche locali, municipalizzate e simili che Carlo Cottarelli, commissario alla revisione della spesa nominato dal governo Letta, voleva ridurre da 8 mila a mille mediante accorpamenti, recuperandone la dimensione economica e la redditività. Per esse sarebbe forse consigliabile una cura a base di «formula Iri». Il fatto che Cottarelli non sia stato riconfermato mostra com’è difficile la strada del cambiamento; mostra anche, si potrebbe sommessamente aggiungere, quanto bravi e motivati fossero gli imprenditori pubblici di cinquant’anni fa.
mario.deaglio@libero.it
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