domenica 22 marzo 2015
Filosofia della storia & rutto libero: un must del Corriere
Fine della violenza? No, il sogno di un’era pacifica è un’illusione
di Antonio Carioti Corriere La Lettura 22.5.15
I video con gli ostaggi sgozzati e gli attentati a persone inermi non
impressionano tipi come lo psicologo evoluzionista Steven Pinker, autore
del libro Il declino della violenza (Mondadori), il politologo John
Mueller o il filosofo Peter Singer, che sta per pubblicare il saggio The
Most Good You Can Do («Il meglio che puoi fare»). A parer loro, viviamo
nell’era meno bellicosa della storia e il futuro vedrà la prevalenza
della mansuetudine e dell’altruismo. Ma il filosofo inglese John Gray,
sul «Guardian» del 13 marzo, ha bocciato questa tesi come frutto di un
falso mito del progresso, che non ha riscontri attendibili nella realtà.
A chi bisogna credere? Il sociologo Luciano Pellicani sostiene che «la
tendenza alla civilizzazione è un dato irrefutabile, anche se nulla
garantisce che sia irreversibile». Il vero mito, a suo avviso, è la
nostalgia del passato: «Nelle guerre tribali periva circa il 25 per
cento della popolazione. E la conquista mongola della Cina, nel XIII
secolo, provocò 60 milioni di morti, la metà degli abitanti, che non
furono del tutto sterminati solo perché gli invasori decisero che era
più conveniente sfruttarli. Ma anche in Occidente, secoli addietro, la
tortura era considerata normale, mentre oggi viene usata solo di
nascosto, perché la coscienza pubblica non l’accetta più. Un tempo
invece i supplizi capitali più spaventosi, magari con il condannato
segato vivo, erano pubblici: vi assistevano anche i bambini, perché si
riteneva avessero una funzione pedagogica».
L’idea dell’incivilimento non persuade invece il filosofo Felice
Cimatti: «Se la diffusione della razionalità e del sapere fosse un
antidoto efficace alla violenza, non sarebbe avvenuta la Shoah, attuata
da un popolo istruito e avanzato come quello tedesco. E anche il Gulag
sovietico venne creato da eredi di una grande tradizione filosofica. Per
venire ai giorni nostri, sono diminuite le guerre tra gli Stati, ma in
compenso assistiamo a conflitti endemici, molto cruenti, in cui si è
persa la distinzione tra civili e militari».
Su questo insiste anche Alessandro Colombo, studioso delle relazioni
internazionali: «Senza dubbio oggi il numero e l’intensità dei conflitti
sono diminuiti, rispetto agli immensi massacri del Novecento. Ma non so
se ciò sia dovuto al rigetto della guerra da parte delle opinioni
pubbliche. Temo che derivi piuttosto da un indebolimento degli Stati:
cala la loro capacità di mobilitazione dell’intensità politica, quindi
si diradano i conflitti interstatali e convenzionali, ma si sviluppa
come alternativa una violenza senza forma, guerre civili gestite da
soggetti non statali».
Tutto ciò, secondo Cimatti, smentisce i facili ottimismi: «Autori come
Pinker pretendono di esporre argomenti scientifici, ma in realtà sono
seguaci di un’ideologia per cui viviamo nel migliore dei mondi
possibili. Pensano che il capitalismo liberale, con il minimo
d’intervento dello Stato nell’economia, sia un regime ideale, che
favorisca la diffusione dell’autocontrollo e dell’empatia, riducendo la
violenza. Ma la psicoanalisi ci dice che il grado di autocontrollo degli
esseri umani è limitato. E anche l’empatia può essere messa facilmente
tra parentesi. Quanto all’idea che il mercato produca il massimo della
razionalità possibile, è nettamente smentita da crisi economiche come
quella attuale».
Pellicani invece difende il capitalismo: «Friedrich Nietzsche aveva
ragione nel dire che l’uomo è una belva solo parzialmente addomesticata,
ma bisogna essere ciechi per negare gli enormi vantaggi determinati
dallo sviluppo delle forze produttive, la riduzione delle carestie,
delle epidemie, della miseria. Milioni e milioni di persone sono di
recente uscite dalla povertà in Cina e in India. Non penso che il
mercato si possa governare da solo, però lo stesso Karl Marx definiva il
capitalismo come il più grande sviluppo di civiltà mai visto».
Ma si può sperare che l’avanzata del libero scambio e della democrazia
porti al superamento della violenza bellica? Colombo invita alla
cautela: «È una tesi antica, che riemerge periodicamente dalla seconda
metà del Settecento. Molti autori, per esempio Norman Angell alla
vigilia del primo conflitto mondiale, hanno sostenuto che la guerra era
destinata a sparire, perché era diventata un anacronismo sotto il
profilo culturale e un cattivo affare in campo economico. Più di recente
si è detto che è stata resa obsoleta dalla diffusione della democrazia.
Ma queste suggestioni ottimistiche, almeno finora, sono sempre state
smentite dalla storia».
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