domenica 22 marzo 2015
"Antisemita": contro l'ambasciatore Romano torna l'accusa più infamante. No al ricatto teologico-politico-morale di chi criminalizza ogni critica verso Israele
Percezione dell’antisemitismo Nelle indagini demoscopiche
risponde Sergio Romano Corriere 22.3.15
Ho letto il suo intervento del 13 marzo
«Gli ebrei in Europa e lo Stato d’Israele», e devo dire che da lei mi
aspettavo ben diverso livello di approfondimento. Le mando un paio di
documenti che la potranno interessare. Posso assicurare, per ampia
esperienza di lavoro di raccolta di dati sul campo, che testi come
questo suo ultimo aiutano ad alimentare quel senso di sconcerto fra le
persone vicine al mondo ebraico, di cui i due rapporti di ricerca qui
allegati danno chiara testimonianza.
Sergio Della Pergola, Gerusalemme
Caro Della Pergola,
Grazie per le due indagini demoscopiche, entrambe molto utili e
interessanti. Ai lettori segnalo che la prima, pubblicata nel 2013, è il
rapporto di una istituzione dell’Unione Europea (l’Agenzia per i
diritti fondamentali) su esperienze e percezioni dell’antisemitismo in
Europa; mentre la seconda, pubblicata da un istituto londinese
(Institute for Jewish Policy Research), concerne l’Italia, è firmata da
lei insieme a L. D. Staesky ed è apparsa nel febbraio di quest’anno.
Come quasi tutte le indagini di questo tipo, rispecchiano
scrupolosamente i sentimenti di un largo campione delle comunità
ebraiche in Europa e in Italia segnalando timori e preoccupazioni. Ma
anche quando riassumono ricerche fatte sull’arco di un decennio o
cercano di stabilire una relazione tra antisemitismo e avvenimenti
mediorientali, non ci dicono molto sulle ragioni per cui il fenomeno
sarebbe andato progressivamente crescendo. Ogni indagine riflette
inevitabilmente le circostanze del momento. Se l’Agenzia per i diritti
fondamentali dell’Ue avesse fatto una stessa indagine sulla percezione
della islamofobia nelle comunità musulmane, avrebbe probabilmente
constatato che il disagio e le paure hanno toccato in questi ultimi anni
picchi particolarmente elevati. E se avesse fatto domande analoghe ai
tedeschi, molti avrebbero risposto che da qualche anno a questa parte
hanno la sensazione, quando visitano altri Paesi europei, di essere
malvisti o addirittura detestati.
Una indagine demoscopica, quindi, non esclude una riflessione storica e
politica sulla evoluzione di un fenomeno. Se non cercassi di capire
perché certi sentimenti di ostilità verso l’ebraismo sono più visibili
oggi di quanto fossero, per esempio, dieci o vent’anni fa, dovrei
giungere alla conclusione che l’antisemitismo è un incancellabile
peccato originale del cristianesimo. E dovrei smetterla di occuparmi di
storia, una disciplina che serve a capire i mutamenti, non a sostenere
banalmente che non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole.
In una nota apparsa sul Corriere del 17 marzo, il consigliere
dell’Ambasciata d’Israele sembra pensare che ogni tentativo di
comprendere storicamente l’antisemitismo equivalga a una giustificazione
del fenomeno. A me sembra invece che niente nuoccia a una persona o a
un popolo quanto la rinuncia a comprendere le ragioni delle critiche di
cui è oggetto. Ripeto, caro Della Pergola, quello che ho già scritto
nella mia nota del 13 marzo. Israele ha un forte interesse a chiedersi
perché abbia perduto in questi anni una parte non piccola del capitale
di simpatia che aveva accumulato nei primi decenni della sua storia.
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