giovedì 12 marzo 2015

Il nodo è politico: Tachipirinas cerchi alleanze alternative per uscire dal vicolo cieco nel quale si è cacciato

La Grecia va alla rissa con la Germania “Allora pagateci i danni di guerra”
Atene, isolata, tenta di far passare Berlino come unico vero nemico

di Tonia Mastrobuoni La Stampa 12.3.15

Le provocazioni mirate, negli ultimi giorni, stanno aumentando. E non è un caso. Nel tentativo di uscire dall’isolamento totale in cui è piombata dopo settimane di negoziato in Europa, che si è svolto con punte di teatro dell’assurdo (si pensi alla proposta della scorsa settimana di ingaggiare casalinghe e turisti come esattori fiscali), la Grecia sta provando chiaramente a inscenare una «singolar tenzone», un duello a due con la Germania. Costretto a ingoiare un allungamento del negoziato con i creditori, una rinuncia, per ora, alla ristrutturazione del debito, il ritorno della troika e una trattativa per un’agenda seria di riforme, smentiti insomma i punti principali della sua campagna elettorale, Tsipras sta cominciando a subire le pressioni della minoranza interna di Syriza.
Così, mentre ad Atene si moltiplicano anche le voci che l’outsider, il plenipotenziario delle Finanze Yanis Varoufakis, possa essere sacrificato sull’altare di un bilancio amaro del primo mese di governo, l’esecutivo rosso-nero di Tsipras cerca di divincolarsi dall’angolo in cui è finito tra i partner dell’eurozona, cercando l’incidente con Berlino, uno scontro e una reazione forte da parte del governo Merkel, per nascondere il fatto che esistono Paesi ormai esasperati dallo zigzagare di Atene e molto più irritati della Germania come la Spagna, il Portogallo, i Paesi Bassi o la Finlandia. Tuttavia, di questo passo anche per la Cancelliera sarà sempre più difficile tenere insieme il suo partito, quando si tratterà di votare l’eventuale terzo pacchetto greco nel Bundestag.
L’ultima prova di questa strategia piuttosto miope della Grecia è arrivata ieri. Dopo l’infiammato discorso di Alexis Tsipras in Parlamento, che ha definito martedì sera un «dovere morale» per la Germania pagare le riparazioni di guerra, il ministro della Giustizia Nikos Paraskevopoulos ha minacciato addirittura di confiscare il Goethe Institut e altri beni immobiliari di proprietà dello Stato tedesco e vuole che Berlino restituisca migliaia di reperti archeologici. In realtà l’Alta corte greca, nonostante una sentenza della Corte di Giustizia europea abbia rigettato la richiesta di risarcimenti avanzata ad esempio dalle famiglie delle vittime dell’eccidio di Distomo, sta valutando se le richieste siano legittime. E c’è uno studio riservato delle autorità greche, pubblicato nei giorni scorsi dal quotidiano To Vima, che stima il totale delle riparazioni tra 269 e 332 miliardi di euro. Un’enormità.
Nel frattempo, nella stessa sera del discorso di Tsipras sulle riparazioni, il ministro di Stato (una sorta di ministro dei ministri) Nikos Pappas ha sostenuto che Wolfgang Schaeuble è «incompatibile» con un’Europa «democratica e unita». E nei giorni scorsi, il ministro della Difesa Panos Kammenos ha cercato di strappare margini di manovra sul negoziato economico minacciando di spedire i rifugiati che approdano in Grecia direttamente a Berlino. Per ora, a Berlino, le reazioni restano misurate. Ma rischia di essere una calma apparente.



Danni di guerra, Atene sfida Berlino
La minaccia di sequestrare beni tedeschi mentre a Bruxelles iniziano i colloqui con l’ex troika Il portavoce della Merkel: questione risolta legalmente e politicamente, distrae dai problemi reali

di Danilo Taino Corriere 12.3.15

Berlino Se l’obiettivo è ricostruire un clima di fiducia tra Atene e il resto dell’eurozona, soprattutto tra Atene e Berlino, la strada che stanno prendendo le discussioni va dalla parte sbagliata. Ieri, a Bruxelles, sono iniziati i colloqui tecnici tra i rappresentanti ellenici e i funzionari di quelle che ora vengono chiamate «istituzioni» e non più troika, cioè Ue, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale. Passaggio importante, anche se per arrivare a una conclusione servirà del tempo. La riunione, però, è stata sovrastata dall’escalation della questione delle riparazioni di guerra alla Grecia da parte della Germania.
La vicenda, non nuova, aveva ripreso quota nelle settimane scorse, ma su un piano solo polemico. Ieri il ministro ellenico della Giustizia, Nicos Paraskevopoulos, ha fatto un passo in più e ha minacciato di sequestrare beni tedeschi in Grecia. La sera prima, martedì, il primo ministro Alexis Tsipras aveva di nuovo sollevato il caso e il Parlamento greco aveva votato di istituire una commissione speciale per esaminarlo.
Berlino ha più volte risposto che la vicenda è chiusa sulla base di riparazioni effettuate in passato, di accordi bilaterali e multilaterali e delle sentenze di tribunali internazionali. Ma Atene sostiene in particolare che i parenti delle vittime di un massacro della Wermacht a Distomo, nel 1944, quando morirono 218 persone, vanno compensati; che per le distruzioni fisiche provocate da quattro anni di occupazione dell’esercito tedesco Berlino non ha mai pagato; e che un prestito ai tedeschi a cui fu costretta la banca centrale greca non è mai stato rimborsato.
Tsipras ha sostenuto che la Germania usa «trucchi legali» per non fare fronte alle sue responsabilità. Un rapporto commissionato da governi ellenici del passato ha stimato i danni che Berlino dovrebbe riparare in una cifra tra i 269 e i 332 miliardi.
La risposta ufficiale del governo di Berlino è che non ci sarà nessuna apertura di discussioni, dal momento che — ha detto il portavoce di Angela Merkel Steffen Seifert — «la questione delle riparazioni e delle compensazioni è stata risolta legalmente e politicamente». Il ministero delle Finanze ha sostenuto che la vicenda è una «distrazione» dai problemi che deve affrontare la Grecia mentre si dovrebbe evitare di sollevare questioni emotive per «guardare avanti assieme».
Il governo tedesco, insomma, pare volere tenere basso lo scontro. L’irritazione nei palazzi della politica berlinese, però, è alta. L’iniziativa greca è vista come una perdita di tempo — e si sottolinea che Atene non ne ha più — e come un tentativo di ricatto a negoziati sugli aiuti in corso. Opinione rafforzata dall’esperienza del 2000, quando Atene lasciò cadere la minaccia di sequestrare beni tedeschi solo dopo che Berlino diede il via libera all’ingresso della Grecia nell’euro. E ribadita dal fatto che Paraskevopoulos abbia detto che deciderà se sequestrare o meno i beni — pare del Goethe-Institut, dell’Istituto archeologico e della scuola tedesca — sulla base di «questioni nazionali».
Nel mondo politico tedesco, poche voci sostengono le richieste greche: solo alcuni membri delle sinistra di Die Linke le hanno definite «giustificate». Per il resto, un misto di irritazione e preoccupazione per quello che è considerato un modo ricattatorio e destinato al fallimento di condurre i negoziati con l’eurozona da parte greca. La minaccia — ha detto il vicepresidente del Parlamento europeo Alexander Lambsdorff – «è irresponsabile» e fa a pezzi «quel che rimane della fiducia» di cui la Grecia avrebbe bisogno nel Bundestag tedesco (che deve approvare ogni piano di aiuti ad Atene).



Per la Grecia l’aiuto non fu solidale Il piano imposto da Francia e Germania tutelava soprattutto loro

di Luigi Zingales Il Sole 12.3.15

 Pietro Reichlin critica, in modo molto ben argomentato, la mia tesi che il salvataggio greco sia stato gestito per salvare innanzitutto le banche tedesche e francesi penalizzando il popolo greco. Innanzitutto, sostiene Reichlin, i tedeschi volevano un haircut, fu la Banca Centrale Europea (Bce) ad impedirlo per paura del contagio. In secondo luogo, l’haircut c’è stato e pesante. In terzo luogo, le difficoltà della Grecia dipendono da molti fattori strutturali, non dal debito che è stato significativamente ridotto. Quarto, il programma di consolidamento fiscale imposto dalla Troika non è stato troppo severo, è la Grecia che ha vissuto troppo a lungo al di sopra dei propri mezzi. Infine, l’intervento massiccio della Unione Europea dimostra che in Europa esiste la solidarietà fiscale. È colpa di Syriza che pensa che questa solidarietà possa esistere senza alcuna rinuncia alla sovranità fiscale. Tutti questi argomenti sono molto seri e quindi meritano una risposta altrettanto seria.
Innanzitutto vorrei sfatare il mito che non fosse possibile fare un haircut nel 2010, pena un panico che avrebbe coinvolto anche l’Italia. Chi utilizza questo argomento, teoricamente valido, dimentica il ruolo fondamentale della Banca Centrale, individuato dall’economista inglese Bagehot già nel XIX secolo. Il mercato del credito è soggetto ad equilibri multipli. Se tutti credono che un debitore sia solvente, quel debitore riceverà credito e sarà capace di pagare (almeno nel breve periodo) il proprio debito. Se invece tutti i creditori ritengono che un debitore sia insolvente, egli non riceverà credito e diventerà insolvente. È quindi altamente probabile che di fronte al default di un Paese, il mercato tema che altri Paesi possano seguirlo, causando una serie di default a catena.
Le Banche Centrali sono state create proprio per questo motivo. Per prestare in maniera massiccia a creditori solventi duranti le fasi di panico e rassicurare i mercati. La Bce, quindi, avrebbe potuto facilmente tranquillizzare i mercati dopo un default greco con un «whatever it takes». Forse Reichlin implicitamente ritiene che la Bce non potesse farlo, perché neppure l’Italia era ritenuta solvente in quel momento. Ma allora non si capisce perché due anni dopo è stata ritenuta tale da Draghi. La decisione dipende da chi è al governo? Ma è proprio questo che Syriza (giustamente) critica: ormai i governi sono decisi a Francoforte, non nelle elezioni locali.
Reichlin poi sostiene che l’haircut c’è comunque stato e molto pesante. Vero, ma troppo tardi, quando la maggior parte dei creditori privati era scappata, quindi non ha intaccato seriamente lo stock del debito.
Tra l’altro, che l’haircut poi ci sia stato senza un panico generalizzato dimostra il mio punto precedente: se la Bce l’avesse voluto avrebbe potuto farlo nel 2010. È forse una coincidenza che all’epoca il governatore fosse il francese Trichet e le maggiori beneficiarie della decisione di posporre l’haircut siano state le banche francesi?
Reichlin ha perfettamente ragione che la Grecia ha problemi strutturali e che per troppo tempo ha vissuto al di sopra dei propri mezzi. Syriza non sembra capire questo punto ed è un problema. Detto questo, dobbiamo riconoscere che qualsiasi Paese insolvente (e la Grecia lo era) è un Paese che ha vissuto al di sopra dei propri mezzi. Quando finalmente il mercato lo riconosce l’aggiustamento è penoso.
Ma il Fondo Monetario Internazionale è stato creato proprio per attenuare il costo di questo tipo di aggiustamenti. Una manovra del 12% del Pil in 3 anni è una cura da cavallo. Lo stesso Fondo riconosce pubblicamente oggi che la cura è stata troppo intensa (non sbagliata, ma troppo rapida). Il problema è che gli economisti interni al Fondo lo dicevano già nel 2010, ma queste voci sono state tacitate per motivi politici: ovvero per le pressioni che venivano dal vertice del fondo. Chi c’era a capo del Fondo? Guarda a caso un altro francese, che all’epoca nutriva ancora ambizioni presidenziali. Forse che queste ambizioni non hanno giocato alcun ruolo nelle sue decisioni?
Reichlin ha ragione che la Ue ha prestato alla Grecia una quantità ingente di risorse. Ma da quanto mi risulta la stragrande maggioranza di queste risorse è stata utilizzata per ripagare i creditori privati, non per finanziare i nuovi deficit. Reichlin ha anche ragione che, dati i prestiti ottenuti, la Grecia deve attenersi ad una rigida disciplina fiscale. Quello che sembra ignorare è la difficoltà politica di vendere questa disciplina fiscale, quando almeno in parte questa disciplina è dettata da interessi di parte.
Senza alcun aiuto la Grecia avrebbe dovuto fare un aggiustamento ancora più rapido e costoso. Ma non si capisce perché questa debba essere l’alternativa. Fuori dall’Unione europea la Grecia avrebbe potuto accedere ad un piano di aggiustamento del Fmi a condizioni migliori. La Francia e la Germania hanno impedito questa possibilità. È questa la solidarietà europea?



Investitori. L’intervento a sostegno del Tesoro Grecia, ombre cinesi sull’asta dei bond

di Vittorio Da Rold Il Sole 12.3.15

Ombre cinesi sull’ultima asta condotta ad Atene dei famosi T-bills, i bond a tre mesi solitamente comprati a piene mani dalle banche greche su “moral suasion” del Tesoro. Stavolta invece ci sarebbero mani di investitori dalla Cina, che è presente in modo massiccio nel Porto del Pireo, fra i sottoscrittori degli 1,3 miliardi di euro di titoli trimestrali venduti ieridal governo greco. L'indiscrezione, che circolava ieri sui mercati, se confermata potrebbe indicare un passo indietro delle banche greche nel rifinanziare il debito da 315,1 miliardi di Atene. Banche che con il 38% di bad loans di media se la passano male.
L’Eurotower guarda con attenzione allo svolgimento dell’asta: l’ingresso di investitori esteri potrebbe spingere la Bce a concedere più liquidità, alzando la soglia imposta alle emissioni a breve, oggi ferma a 15 miliardi di euro all’anno, o concedendo maggiore liquidità d'emergenza, il fondo Ela, oggi fermo a 68,8 miliardi di euro, dopo l’aumento di 500 milioni concesso nell’ultima riunione della Banca centrale a Nicosia.
Atene è sempre più in difficoltà sulla liquidità al punto che avrebbe messo le mani su 555 milioni di euro, dotazione del Fondo di stabilità per gli istituti di credito greci , oltre a voci che parlano di uso delle riserve degli enti di previdenza pubblici, per far fronte alle esigenze di cassa e servizo del debito.
Come se non bastasse Berlino ha chiesto un nuovo esame sulla sostenibilità del debito della Grecia. In un documento di risposta all'interrogazione presentata dal gruppo della sinistra l'esecutivo tedesco ha replicato che «secondo secondo lo scenario attuale la Grecia nel 2020 dovrebbe registrare un debito al 125%, ma gli sviluppi attuali danno indicazioni diverse visto che nel 2012 il rapporto debito/Pil di Atene era pari al 156,9%, nel 2013 era salito al 174,9% e l'anno scorso si è collocato al 176,3%».

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