D’Alema e Boschi, lite sul referendum Cuperlo: il Pd rischia
Guerini: basta minacce alla tenuta del partito Corriere 12.3.15
ROMA Massimo D’Alema riparte dalla base, facendo un bagno di militanti romani nello storico circolo dem di via dei Giubbonari, e parla da uomo di sinistra su austerità imposta dalla Germania, Grecia in ginocchio, riforme a rischio democrazia perché «fatte male» a casa nostra, Costituzione e lavoro. Davanti alle telecamere che lo attendono, però, l’ex presidente del Consiglio esterna le sue critiche di merito sulla riforma Renzi-Boschi che abolisce il Senato elettivo e riforma il Titolo V: «Il referendum confermativo tanto sbandierato, per come sarà posto, sarà un plebiscito, una finzione, perché al cittadino verrà chiesto prendere o lasciare. Se, invece, nel quesito si chiedesse “Preferite un Senato eletto direttamente oppure nominato dai consigli regionali?”, vedrete cosa risponderebbe la gente...».
D’Alema si scalda. Dice che le sue proposte sono più riformiste rispetto a a quelle messe in cantiere in Parlamento: «Io infatti voglio che i deputati vengano scelti direttamente dai cittadini che poi era la promessa fatta dal Pd agli italiani». Ma Matteo Renzi dice che sull’Italicum «non si può tornare indietro» e che la legge elettorale non si tocca: «Bene — risponde D’Alema — ma per cancellare i 100 capolista bloccati serve solo un emendamento di tre righe. Mica bisogna ripartire da zero. Altrimenti con l’Italicum avremmo nella stessa lista candidati eletti perché nominati dai segretari e altri perché capaci di raccogliere le preferenze: chi sono più legittimati, i primi o i secondi?». Sarebbe meglio tornare al Mattarellum con i suoi collegi uninominali? «Certo, con l’Italicum, che favorisce le oligarchie come faceva il Porcellum, sarebbe meglio tornare al Mattarellum. Quella sì che era una riforma capace di aumentare il potere dei cittadini, mentre quelle di ora il potere dell’elettore lo fanno arretrare».
Sul referendum a D’Alema risponde Maria Elena Boschi che su La7 dice: «Mi spiace che proprio lui non rispetti la Carta: è l’articolo 138 che lo prevede».
Nel calderone della minoranza del Pd c’è chi, come Gianni Cuperlo, alza ancora di più il tiro: «Su un tema come la qualità della democrazia non è in gioco la sorte del governo ma il destino del Pd. Non è in discussione il rapporto tra maggioranza e minoranza ma l’identità del Pd. Renzi ci pensi bene prima che sia troppo tardi». La parola scissione Cuperlo non la pronuncia ma è chiaro che, se la tenuta del partito viene meno, maggioranza e minoranza dem sarebbero destinate a dividersi.
A Cuperlo risponde il vicesegretario Lorenzo Guerini: «Il Pd ha dato ampia prova di saper discutere al proprio interno, di confrontarsi e, una volta assunta una decisione, di saperla difendere nei passaggi parlamentari. Non credo sia utile continuare a manifestare ogni giorno rischi di tenuta per il partito» .
“La battaglia da combattere è sempre la prossima”
I dissidenti dall’ultimatum fragile: «Noi ex pci gli ordini li eseguiamo» L’ironia dei renziani in Transatlantico: chi non vota contro tiene famiglia... Corriere 12.3.15
Groviglio di cavi, telecamere accese nella penombra delle mura antiche.
Pippo Civati.
La sua tecnica, per adescare i cronisti parlamentari, è nota: arriva tutto elegantino, spesso in completo blu, le Clarks per un tocco radical-chic e perché lo aiutano nel passo felpato; l’aria pensosa, quasi turbata. Poi, ti fissa: lo sguardo di uno che ha deciso di dirti qualcosa di definitivo.
I cronisti che ci cascano, ormai, si contano sulle dita di una mano. Eppure, per una volta, alla vigilia del voto per il ddl sulle riforme costituzionali, Civati sta dicendo una roba forte.
«Per gran parte della cosiddetta minoranza del Pd, la battaglia da affrontare è sempre “la prossima”: così è stato sul Jobs act, così è stato e probabilmente sarà in tutti i passaggi delle riforme, compresa quella che sta per essere votata e che io, però, ovviamente, non voterò».
Nessuno osa interromperlo.
«Succede questo: una settimana prima del voto, i dissidenti sono centinaia. Tre giorni prima, sono diventati una cinquantina. A due ore dal voto, se si arriva a una dozzina è un mezzo miracolo».
La descrizione è piuttosto aderente ai fatti: sì, l’ha proprio azzeccata; se ne rende conto e, di lì a poco, scriverà tutto sul suo blog.
( Ieri mattina ).
I quotidiani pubblicano, con un certo rilievo, i numeri della votazione: la riforma del Senato è passata con 357 voti a favore, 125 contro (FI, Sel, Lega, FdI) e 7 astenuti. Tra questi, 3 dem: Capodicasa, Vaccaro e Galli. Altri 7 dem non hanno partecipato al voto: Boccia, Aiello, Bragantini, Pastorino, Pelillo, Fassina e Civati.
Civati è convinto di avere una pizza pagata da Pier Luigi Bersani. È l’ex segretario ad aver montato su una scommessa, dopo aver ordinato alle sue truppe di accodarsi per l’ennesima volta e seguire i piani del comandante Renzi.
«La riforma del Senato si poteva anche votare, ma votare l’Italicum, così com’è, sarà impossibile. Se l’Italicum non cambierà, la disciplina di partito non reggerà più. Con Civati, scettico, sono pronto a giocarmi una pizza».
Poteva almeno giocarsi una bottiglia di Dom Pérignon. Ma va bene: se rischi di pagare, magari ti viene il braccino.
«Messa così, la faccenda è divertente...», dice Davide Zoggia, guardia scelta dei bersaniani alla Camera, ex presidente della provincia di Venezia: un tipo scaltro, veloce, sicuro.
La metta come preferisce.
«Dire che noi rimandiamo sempre la battaglia finale è un po’ riduttivo. Io suggerisco, in sede di analisi, di tener conto di un paio di aspetti».
Il primo?
«Non va sottovalutato il nostro senso di responsabilità...».
Oh, no, anche lei? Questo lo ripete sempre Bersani...
«Sì, ma io le spiego cosa c’è dentro questo concetto. E sa cosa c’è? C’è la nostra storia. Vede, noi veniamo dal Pci e per noi è impensabile non seguire gli ordini del partito. Se seguiamo l’istinto, è impensabile».
Continui.
«Sul Jobs act, io fui uno dei 29 che non votò. Bene: mi crede se le dico che la notte prima e la notte dopo non riuscii a chiudere occhio?».
Le credo. Il secondo motivo per cui alla fine rimandate sempre la battaglia finale?
«Siamo vittima, dobbiamo ammetterlo, di un meccanismo perverso. Mi spiego: quello, cioè Renzi, arriva e dice che okay, ragazzi, i vostri emendamenti sono ottimi, ma io purtroppo non posso toccare niente perché ho un accordo con Berlusconi. Poi però l’accordo con Berlusconi salta e gli emendamenti non si toccano lo stesso. Uno pensa: sto’ Renzi ci avrà mica presi in giro?».
Poi Zoggia aggiunge che un problema di questi ribelli democratici è anche la loro frammentazione. C’è Bersani con i suoi (tra Senato e Camera ha numeri importanti, sulla carta da farci cadere un governo: con gente che sta pure tutti i giorni sui giornali e in tivù, tipo Miguel Gotor e Alfredo D’Attorre, tipo Roberto Speranza e Maurizio Martina, sempre lì a promettere legnate politiche, barricate, rivolte); poi c’è l’area di Gianni Cuperlo: di solito miti come il loro capo; poi c’è Pippo Civati che rappresenta molto se stesso (a Montecitorio, per dire, i civatiani sono come i coccodrilli albini: dovrebbero esistere, ma avvistarli è sempre complicato); infine c’è tutto un gruppo di dem solitari, tipo Rosy Bindi e Francesco Boccia, tipo Stefano Fassina.
Ecco, Fassina: perché questa minoranza al momento di attaccare, ripiega.
«Guardi... spesso molti di loro, nel merito, sono d’accordo con me: poi, però, mentre io voto no al Jobs act, no alla riforma del Senato... loro, sì, è vero: s’accodano».
Perché?
«Mah... È chiaro che alcuni di loro si ostinano, piuttosto inutilmente, a tenere aperta una finestra di colloquio con Renzi...».
E gli altri? Perché non arrivano mai allo scontro?
«Eh, beh, gli altri...».
Gli altri tengono famiglia, o un mutuo, o entrambe le cose, e uscire dal partito e andare in mare aperto sarebbe un rischio enorme: questo dicono in Transatlantico deputati renziani seduti sui divani, rilassati e ironici, certi che anche il loro capo, a Palazzo Chigi, la pensi così.
Scontro nel Pd, torna lo spettro scissione
Cuperlo: “Sulle riforme unità a rischio, Renzi rifletta”. Bersani: “Battaglia di poltrone? La mia può darla a Verdini” Ma la Boschi chiude: “Con le loro proposte indietro di 20 anni”. Minoranza spaccata, in bilico la conventiondi Giovanna Casadio Repubblica 12.3.15
ROMA «Dopo un po’ la corda si spezza... ». La sinistra dem è vicina al punto di non ritorno. In dissenso su tutto - sulle riforme istituzionali di Renzi, sulle sue politiche per il lavoro, sulla gestione del partito - agita lo spettro della scissione. La minaccia Gianni Cuperlo, mentre finora solo Pippo Civati aveva ammesso di essere tentato di mollare il Pd, e in Liguria i civatiani già alle regionali correranno da soli con Sel. Ma dopo la chiusura sull’Italicum di Renzi, sordo all’aut aut di Bersani, è Cuperlo ieri ad avvertire: «Se dalle riforme dovesse uscire un modello di democrazia che confligge con le convinzioni della sinistra, a rischio è l’unità e la tenuta del Pd, spero che Renzi rifletta su questo». E insiste: «Ci pensi il presidente del Consiglio, prima che sia troppo tardi...». Però solo Civati è disposto a dargli ragione. Bersani non ci sta. Scuote la testa l’ex segretario in Transatlantico a Montecitorio quando i cronisti gli chiedono se nel futuro della minoranza dem c’è la scissione: «Il Pd è casa mia, è casa nostra, no a scissioni però è vero che c’è un enorme disagio. Spetta a Renzi, che è il segretario, tenere conto della sensibilità di tutti». Tanto forte è il disagio da diventare irritazione, soprattutto davanti alla rappresentazione degli anti renziani legati alle poltrone. Allora Bersani contrattacca: «La mia poltrona Renzi può darla a Verdini, mi ha ferito leggere alcuni commentatori per i quali questa nostra posizione sulle riforme sarebbe legata alle poltrone».
Il PdR - il Pd di Renzi - è in fibrillazione. E il premier non sembra volere ricucire, né arretrare. Reagisce alla minaccia di scissione e si sfoga: «Posizioni pretestuose». E la ministra Maria Elena Boschi liquida le richieste della sinistra dem: «Con le proposte di modifica della legge elettorale avanzate dalla minoranza del Pd faremmo un salto indietro di 20 anni. Ora mi aspetto lealtà. Comunque non decidiamo io e Renzi se cambia, ma gli organismi del partito». Nessuna apertura quindi, bensì la convinzione che i numeri in Parlamento per mandare avanti le riforme il governo li ha. «Forza Italia potrebbe di nuovo cambiare idea e tornare a votare le riforme», è la previsione della ministra. Del resto il fronte degli anti renziani è spaccato. La convention del 21 marzo a Roma che dovrebbe riunire le diverse correnti della minoranza dem - da “Area riformista” di Roberto Speranza a Rosy Bindi, a Cuperlo e Civati - potrebbe saltare. Forse sarà rinviata. Scettici sulla partecipazione sono Civati e Cuperlo. E anche un “dialogante” come Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro della Camera, che ha trattato sul Jobs Act, riflette: «Non so se ci sono le condizioni ora per la riunione di tutte le minoranze... Non si può parlare così di scissione, io dico sì ai provvedimenti di volta in volta senza ultimatum». Sabato Damiano, Bersani, Speranza, Martina, Stumpo saranno a Bologna all’assemblea di “Area riformista” per lanciare proposte politiche a cominciare dal reddito di cittadinanza e dal rilancio del Mezzogiorno. «Per quanto mi riguarda - osserva Speranza - la parola scissione non fa parte del vocabolario del Pd». Gli fa eco Dario Ginefra: «Non c’è alcuna scissione all’orizzonte».
La «fuga in avanti» di Cuperlo solleva polemiche e accentua le divisioni. Massimo D’Alema evita il dibattito sulla scissione («Non so, mi occupo del merito delle questioni»), però boccia senza appello le riforme istituzionali: «Sono preoccupato per il futuro della democrazia, sono fatte male e per correggere i capilista bloccati nella legge elettorale basterebbero tre righe. Meglio il Mattarellum, che fu una grande riforma». La prova del nove del referendum poi, sulla riforma costituzionale la giudica una «non soluzione, ma una finzione». Boschi replica: «Mi dispiace che proprio D’Alema non rispetti la Costituzione visto che il referendum confermativo è previsto dall’articolo 138».
Nuovo Senato e Italicum. Dopo il sì alla Camera scambio di accuse con la minoranza D’Alema: sono preoccupato, il referendum sarà finzione Riforme, nel Pd è alta tensionedi Emilia Patta Il Sole 12.3.15
ROMA Avanti con la riforma della Rai e della scuola, oggi in Consiglio dei ministri. Il giorno dopo aver incassato l’importante sì della Camera alla “sua” riforma del Senato e del Titolo V, Matteo Renzi non risponde alle polemiche esplose nel suo partito e si concentra sui prossimi dossier. Sono i suoi, dai vicesegretari Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani alla ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, a ripetere quello che il premier pensa e dice: l’Italicum non si cambia, se ne è discusso già molte volte negli organismi di partito, bisogna chiudere il capitolo alla Camera entro l’estate senza ulteriori rimpalli nella “palude” del Senato. Eppure il sì sofferto della minoranza del Pd al Ddl costituzionale pesa, e rischia di trasformarsi in valanga fuori controllo. È Gianni Cuperlo a evocare il fantasma della scissione: «Su un tema come la qualità della democrazia non è in gioco la sorte del governo ma il destino del Pd - scandisce davanti alle telecamere l’ex sfidante di Renzi alle primarie del Pd -. È in gioco il destino e la stessa identità del Pd, Renzi ci pensi prima che sia troppo tardi...». Immediata la replica di Largo del Nazareno: «Sbagliato evocare scissioni, disorienta i nostri elettori», rintuzza Guerini.
La minoranza chiede com’è noto modifiche alla legge elettorale concordata con Silvio Berlusconi, a maggior ragione ora che il patto del Nazareno sembra stracciato, soprattutto nella parte dei capilista bloccati: in questo modo - è il ragionamento che ripete in questi giorni Pier Luigi Bersani - si avrebbe la metà dei deputati “nominati” dai partiti e non scelti dagli elettori in presenza di un sistema monocamerale e di un meccanismo ipermaggioritario. Un vulnus alla democrazia, non certo una questione di poltrone o di candidature alle prossime elezioni. Lo spiega lo stesso Bersani parlando con i cronisti in Transatlantico, dispiaciuto per alcuni commenti apparsi sui giornali che accusavano la minoranza del Pd di guardare alle poltrone: «Mi ha ferito e offeso che qualche commentatore abbia detto che la mia, la nostra, è solo una questione di poltrone. Perché le mia poltrona sono pronto a cederla a Verdini. Ci sono delle idee, non stiamo parlando di ammennicoli ma di democrazia...». Bersani comunque stoppa ogni ipotesi di scissione, prendendo indirettamente le distanze dalle parole di Cuperlo: «Il Pd è casa mia, casa nostra. Non vedo affatto rischi di scissione, ma c’è un disagio di cui bisogna prendere atto, senza rispondere sempre “tiriamo dritto”. Renzi, che è il segretario, ha il dovere di tenere conto della sensibilità di tutti». A stoppare l’ipotesi scissione è anche il capogruppo a Montecitorio Roberto Speranza («non è nel nostro vocabolario»), che sabato prossimo riunirà a Bologna Area riformista. E anche il bersaniano “radicale” Alfredo D’Attorre assicura: «Nessuno di noi lavora per la scissione».
Per i renziani, tuttavia, l’uscita di Cuperlo è la conferma dell’esistenza di un progetto politico a sinistra che il premier intravede dietro le ultime uscite di Maurizio Landini e Laura Boldrini. E non è sfuggito l’attivismo delle ultime ore di Massimo D’Alema, che molti vedono dietro le posizioni più radicali di Cuperlo. L’ex premier proprio ieri sera era nella storica sede di via Giubbonari, a Roma, su posizioni a dir poco critiche: «L’Italicum non si può correggere perché si rischia di ricominciare daccapo? Perché i capilista non siano bloccati basta un emendamento di tre righe. Parliamo pur sempre di buon senso». E ancora: «Renzi dice che decideranno i cittadini con il referendum? Non è questa la soluzione, è ovvio che il referendum ha un carattere plebiscitario perché l’alternativa che viene offerta non è un’alternativa. Se si chiedesse ai cittadini “ma il Senato lo volete eleggere voi o volete che sia nominato dai Consigli regionali”? risponderebbero che lo vogliono eleggere loro».
Il punto è che ormai, come accusa Pippo Civati che sulle riforme ha votato no, quella della minoranza appare come una battaglia di retroguardia dal momento che il Senato, dove i numeri sono più risicati e il loro no avrebbe potuto avere un peso, ha già approvato l’Italicum con i capilista bloccati voluti da Berlusconi e il premio di lista voluto da Renzi. E comprensibilmente il premier vuole chiudere la partita alla Camera, dove i numeri sono per lui più favorevoli. In ogni caso sia l’Italicum alla Camera sia il Ddl Boschi in Senato saranno votati dopo le regionali (probabile data il 31 maggio), nella più che fondata speranza che alla fine Berlusconi ritorni su suoi passi.
La riforma costituzionale del Senato, approvata dalla Camera dei Deputati, rappresenta un passaggio importante per la democrazia italiana. Ora, solamente gli articoli modificati dovranno ritornare al Senato per il voto di conferma. Una volta approvati dal Senato gli emendamenti introdotti dalla Camera, il primo giro della riforma costituzionale si sarà concluso. Quel testo dovrà poi essere rivotato di nuovo, a distanza di almeno tre mesi, sia dalla Camera che dal Senato. Poiché la votazione in entrambe le camere non beneficerà di una maggioranza qualificata, ma solamente di una maggioranza semplice, il testo di riforma costituzionale dovrà quindi essere sottoposto alla valutazione referendaria degli elettori. Come è bene che sia. Qual è il senso della riforma costituzionale?
In primo luogo, superare il bicameralismo simmetrico. L’Italia è rimasta l’unico grande paese a democrazia parlamentare in cui il governo deve ottenere la fiducia politica di entrambe le camere. La diversa composizione generazionale dell’elettorato attivo per l’una e l’altra camera e il diverso meccanismo di selezione dei rispettivi rappresentanti hanno finito per produrre maggioranze differenziate alla Camera e al Senato. Il cui effetto è stato, come abbiamo visto dopo le elezioni del febbraio 2013, la paralisi politica. Con questa riforma, ciò non avverrà più. Solamente la Camera (che continuerà ad essere costituita di 630 deputati) avrà il potere di dare o ritirare la fiducia politica a/dal governo. I critici della riforma hanno drammatizzato questa semplificazione del processo decisionale, sostenendo che il monocameralismo politico costituisce una condizione favorevole al rafforzamento dell’esecutivo nei confronti del legislativo. Questa critica non ha fondamento empirico. Non solo perché l’ascesa del potere esecutivo, che sicuramente si è verificata, non è dovuta alla natura monocamerale del legislativo, ma a cause strutturali come l’europeizzazione e l’internazionalizzazione della politica domestica. Ma soprattutto perché un legislativo di 945 rappresentanti (quale è l’attuale parlamento italiano), con due camere distinte, ma che assolvono gli stessi poteri, decentrato al suo interno e con partiti poco disciplinati, può fare di tutto meno che controllare l’esecutivo. Gli esecutivi sono controllati nei parlamenti razionalizzati, organizzati intorno ad una chiara distinzione tra governo ed opposizione, non già nei parlamenti decentrati e pluripartitici.
In secondo luogo, la riforma costituzionale del Senato rimette ordine nel disordine dei rapporti tra lo stato centrale e le autorità regionali e municipali. Quel disordine fu causato dalla precedente riforma del Titolo V della costituzione, riforma introdotta dal centro-sinistra nel 2001 per ragioni squisitamente politiche. Per togliere l’acqua ai pesci della Lega fu allora introdotto il principio delle competenze concorrenti tra il centro e le periferie in un numero estesissimo di materie. Il risultato è stata la crescita incontenibile dei contenziosi costituzionali tra il governo centrale e i governi regionali, con l’esito di istituzionalizzare l’incertezza interpretativa relativa ai poteri dell’uno e degli altri. La riforma riporta al centro molte delle competenze attualmente concorrenti tra i due livelli di governo, bilanciando però tale ri-centralizzazione delle politiche con la rappresentanza diretta al centro dei governi regionali e municipali. I governi regionali hanno dunque perso sul piano delle politiche, ma hanno vinto sul piano della politica. È comprensibile che la Lega abbia votato contro questa riforma. Molto meno comprensibile è il voto contrario del M5S (la riforma riduce drasticamente i costi della politica con un Senato di soli 100 membri ad elezione indiretta) e della stessa Sel (un partito debole sul piano nazionale ma presente in alcune aree regionali e municipali).
La riforma costituzionale del Senato è strettamente correlata alla riforma elettorale conosciuta come Italicum.
La razionalizzazione del sistema parlamentare, per quanto necessaria, sarebbe insufficiente se non fosse accompagnata da una razionalizzazione del processo elettorale. Con la riforma elettorale approvata dalla Camera (e che dovrà ritornare al Senato per le parti modificate rispetto al testo licenziato precedentemente da quest’ultimo) si potrà avviare una competizione bipartitica che costituisce l’unica garanzia per responsabilizzare (davvero) il governo. Anche questa riforma ha i suoi critici. Come l’associazione di “Libertà e Giustizia” che ritiene che la democrazia non dovrebbe avere né vincitori né vinti ma consistere in una deliberazione collettiva e indifferenziata tra i legislatori. Tuttavia, anche questa critica è priva di giustificazioni empiriche. In democrazie parlamentari di massa, gli elettori scelgono i governi sulla base dei programmi e dei leader che si presentano alle elezioni. L’idea della democrazia deliberativa che hanno in mente questi critici è molto simile alla democrazia elitista in cui i legislatori operano senza vincoli elettorali. Stupisce che una simile idea di democrazia sia così diffusa tra le componenti più radicali della sinistra. Comunque sia, anche grazie alla determinazione del ministro Maria Elena Boschi, finalmente l’Italia sta uscendo dal pantano in cui era finita dopo il fallimento delle bicamerali e delle commissioni di studio. Un esempio ulteriore di come, in democrazia, sia necessaria l’azione propulsiva di un governo per risolvere i problemi.
di Alessandro Pace Repubblica 12.3.15
CON il voto favorevole della Camera dei deputati sugli articoli relativi alla composizione e alla modalità di elezione del Senato contenuti nel disegno di legge costituzionale Renzi-Boschi (di seguito d.d.l.), il destino della seconda camera sembrerebbe bell’e segnato. La Camera, su quei due punti, non si è infatti discostata da quanto approvato dal Senato in prima lettura. E quindi il Senato, a questo punto, potrebbe nuovamente modificare solo gli articoli nei quali la Camera si era, a sua volta, discostata dal Senato. Le leggi di revisione costituzionale sono infatti adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni, sull’identico testo, a distanza non minore di tre mesi.
Pertanto, a meno che il d.d.l. Renzi-Boschi non incontri imprevisti ostacoli politici, come ebbe inopinatamente ad incontrarli nel 2013 il d.d.l. Letta, l’unica via praticabile per ridare legittimità al Senato è quella, futura, di sottoporre alla Corte costituzionale la decisione circa la legittimità costituzionale dell’articolo 57 della (eventuale) legge costituzionale Renzi-Boschi, in considerazione del grave vizio di costituzionalità di escludere i cittadini dall’elezione dei senatori, nonostante «il voto (…) costituisc(a) il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare», come ha sottolineato la Corte costituzionale nella sentenza n. 1/2014 sul Porcellum. Un principio desumibile dall’articolo 1 della nostra Costituzione, che pacificamente costituisce uno dei “principi costituzionali supremi” che nemmeno una legge di revisione può modificare.
Per cui, quando un giudice, a riforma costituzionale avvenuta, si trovasse a dover applicare una legge approvata anche dal Senato, potrebbe sollevare dinanzi alla Corte costituzionale la questione di costituzionalità di tale legge perché votata, oltre che dalla Camera, da un Senato eletto da soggetti (i consiglieri regionali e provinciali) che, secondo la Costituzione, non avrebbero il potere di farlo.
Infatti, mentre è discutibile l’attribuzione al Presidente della Repubblica della nomina per soli sette anni di cinque senatori che abbiano «illustrato la Patria per altissimi meriti» (i senatori “del” Presidente?), l’elezione dei restanti 95 senatori è ancor più discutibile: 1) perché la funzione di revisione costituzionale e la funzione legislativa verrebbero esercitate da soggetti non eletti dal popolo e quindi non responsabili nei confronti del popolo; 2) perché è scandaloso il poco tempo dedicato alle funzioni senatoriali da parte di soggetti che dovrebbero svolgere anche le funzioni di consigliere o sindaco; 3) perché è stato inopportuno “promuovere” i consigli regionali e provinciali a collegi elettorali dopo gli scandali che anche di recente hanno caratterizzato i consigli regionali.
È quindi difficile comprendere la ratio di questa scelta, a meno di non pensar male, e di ritenere che, anche sotto questo profilo, Renzi, in quanto segretario del Pd, abbia voluto riservarsi un potere d’influenza sulle segreterie locali e sulle candidature, che egli non avrebbe avuto qualora fossero stati i cittadini ad eleggere i senatori.
Ed è difficile comprenderne la ratio , anche perché l’esperienza sia tedesca che francese, talvolta richiamata a sproposito, non può essere portata ad esempio. Non l’esperienza tedesca del Bundesrat per la semplice ragione che, come già da me ricordato su queste pagine il 18 novembre, gli ordinamenti federali succedutisi dal 1871 in poi — con la parentesi del nazismo — non hanno mai cancellato le preesistenti identità storico-istituzionali come invece fece il Regno d’Italia con l’unificazione amministrativa del 1865. I Länder non sono quindi i Grandi elettori eletti dai cittadini tedeschi a tal fine, ma sono componenti del Bundesrat e, in quanto tali, sono titolari di diritti “propri” esercitati dai rispettivi governi che hanno a disposizione da un minimo di 3 ad un massimo di 6 voti per ogni deliberazione.
Né può richiamarsi l’esperienza dell’elezione “indiretta” del Senato francese, per tre diverse ragioni. In primo luogo, perché l’elezione del Senato italiano non sarebbe “indiretta” da parte del popolo, perché i Consigli regionali continuerebbero ad essere eletti per svolgere le normali competenze legislative e di controllo loro spettanti, e non allo specifico scopo di eleggere i senatori, come se fossero dei Grandi elettori. La seconda ragione è che, mentre l’art. 2 della Costituzione francese statuisce che il suffragio elettorale può essere anche “indiretto”, ciò non è previsto dalla nostra Costituzione.
Infine, mentre le elezioni senatoriali francesi sono “vere” elezioni che coinvolgono circa 150.000 Grandi elettori nella persona di deputati, consiglieri regionali, consiglieri generali e delegati dei consiglieri municipali, in Italia i consiglieri regionali e provinciali — che, lo ribadisco, non sarebbero Grandi elettori — sarebbero poco più di mille in 21 sezioni elettorali di poche decine di persone: sarebbero designazioni tra colleghi, non elezioni serie.
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